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Madre terra in precarietà

< ![CDATA[di Giovanna Romualdi

Conoscere il rischio per prevenire la catastrofe. La terra continua ovviamente a tremare ed ora, dopo l’evento disastro nell’Aquilano, siamo tutte/i attente/i, sensibili ad ogni suo tremore ovunque avvenga. Ma poi, ricominceremo come al solito a sottovalutare il problema della conoscenza del nostro territorio?

Tanto per partire da sé: cinquant’anni fa, frequentando il corso di laurea in geologia a Roma (nel mio anno, eravamo una decina di donne su un totale di un centinaio di studenti) , decisi di seguire il filone della “sismologia”, ambito tenuto allora in scarsa considerazione. Era un esame facoltativo, la cattedra era solo ad incarico: in poche/i seguivamo le lezioni di quel professore Pietro Caloi che, nel centenario della sua nascita, è stato ricordato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia come uno dei grandi sismologi del Novecento. Poi mi sono laureata con tesi proprio in sismologia: condotte su analisi di sismogrammi, queste tesi non erano in sostanza considerate sperimentali perché non si svolgevano “in campagna”. Per alcuni anni ho cercato di restare nel campo della ricerca: una borsa di studio ministeriale, qualche incarico di ricerca a breve termine…

Al di là di meriti o demeriti personali (tanti di questi ultimi), lo racconto per dire quale era lo stato di attenzione verso la sismologia anche nell’ambito geologico. In quegli anni, l’Istituto nazionale di geofisica di Roma, a ranghi ridottissimi rispetto agli impegni che avrebbe dovuto svolgere, non era o almeno non sembrava sostenuto da un progetto di attività proiettato verso il futuro. Un solo concorso ad un posto a Trieste (sicuramente, giustamente per sistemare una posizione precaria più vecchia della mia). Mollai tutto (come mi consigliavano alcuni sfiduciati sismologi) e passai all’insegnamento, non per missione ma per bieco calcolo economico; bene o male però nella scuola ci ho buttato passione politica (anche di politica “prima”).

Non rimpiango nulla, ma quando leggo su “la Repubblica” in un bell’articolo di Francesca Comencini Le ragazze di San Gregorio (è una frazione de L’Aquila) che Marianna geologa fa la commessa non posso non avere un moto di rabbia pensando a quante potenzialità, quanti patrimoni di studio saranno stati gettati via in tutti questi anni per sottovalutazione della necessità di conoscere sempre di più il nostro sottosuolo, la nostra idrografia, il nostro clima… insomma la nostra “Madre terra”. Quanti sono esperti in geologia, attivi negli enti locali? Che fine ha fatto il Genio civile, che aveva competenze anche molto alte?

Ogni volta che in questi cinquant’anni è avvenuto uno dei terremoti che sono stati tante volte ricordati, mi sono chiesta se all’Italia non convenisse farsi cogliere preparata all’evento piuttosto che sorpresa, attonita di fronte al disatro.. Stessa cosa vale per tutte le alluvioni accadute. Sessant’anni di disastro geofisico, dice Eugenio Scalfari: avrei aggiunto di dispersione e/o insufficiente potenziamento del patrimonio tecnico-scientifico che aveva l’Italia. Non sono laudatrix temporis acti.

So bene che le cose non sono rimaste ferme nel tempo: tanto per restare nel solo ambito geofisico, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia è diventato veramente nazionale riunendo vari istituti operanti nel territorio italiano, il personale attualmente impegnato è a più di cinquecento unità, il campo delle ricerche è stato ampliato, le competenze sono aumentate e il sito è una fonte inesauribile di conoscenze e dati per chi voglia operare con il principio della prevenzione, ma …

In una lettera al governo dell’01/10/2008, a firma del presidente dell’Ingv, si legge che l’Ente “si avvale dell’apporto di numerose unità di personale con contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, assegni di ricerca e, in qualche caso, contratti di collaborazione coordinata e continuativa al fine di soddisfare i crescenti impegni istituzionali inclusi quelli relativi alla sorveglianza […] della sismicità del territorio nazionale e di sette vulcani attivi in zone fortemente antropizzate.[…] a fronte di 556 unità di personale con contratto a tempo indeterminato sono in servizio: 282 titolari di contratti di lavoro dipendente a tempo determinato; 68 titolari di assegni di ricerca; 7 titolari di contratti di collaborazione coordinata e continuativa in settori tecnico – scientifici per un totale di 357 unità di personale “precario””.

Circa un terzo sono ricercatori. “In tutti i casi si tratta di personale altamente specializzato che ha contribuito fortemente ai risultati scientifici conseguiti dall’Istituto nei settori tradizionali di attività (sismologia, vulcanologia, geomagnetismo e aeronomia) ma anche in nuovi campi di attività quali la climatologia dinamica e la oceanografia operativa; risultati particolarmente positivi” con riconoscimenti anche sul piano nazionale. “La forte incidenza del personale precario sul totale degli occupati non è dovuta ad abusi nel ricorso al lavoro flessibile ma è dovuto essenzialmente al fatto che l’Istituto, essendo nato nel 2001, ha operato quasi esclusivamente in regime di divieto di assunzioni.” Alla denuncia scritta è seguito anche un presidio di protesta di tutto il personale Ingv, presidente in testa, di fronte a qualche ministero di competenza. Siamo sempre in co.co.co?

In occasione del disastro, le agenzie di stampa hanno diffuso questa notizia, i media in generale – salvo poche note in alcuni giornali – non l’hanno raccolta, hanno puntato sulla cronaca umana (ma anch’io come Luciana Litizzetto avrei voluto che alla domanda “come si sente?” qualcuna – perché in genere si rivolge a donne o vecchietti – avesse risposto: “Che c… di domanda mi fa!”) e poi, giustamente, sullo sfacelo delle costruzioni; molti interventi si sono dunque rivolti alla “mala costruzione”.

Fulvia Bandoli, da politica, a due giorni dall’evento sismico più forte, mette a fuoco il problema della prevenzione e delle scelte prioritarie da compiere in materia di “grandi opere”. E termina il suo articolo “prevenire le catastrofi” con queste parole: “ Un paese che frana, si allaga, e crolla sotto terremoti è una paese arretrato e insicuro . Infelice e ingiusto verso milioni di cittadini che vivono da decenni nella paura. Perché nel 2009 le cosiddette calamità naturali forse non si possono ancora prevedere ma si possono sicuramente prevenire.”

Oggi però, a due settimane, quando anche gli esperti stranieri (ma ce lo dovevano dire loro? Lo sapevo anch’io che non ho fatto la geologa) ci dicono della complessità dei fattori geologici in ballo nel disastro aquilano, mi permetto di aggiungere al ragionare di Fulvia Bandoli: forse anche le previsioni possono affinarsi, anche la ricerca scientifica è prevenzione. Le competenze in Italia ci sono: facciamole lavorare in maniera continuativa, attenta alle ricerche degli altri paesi ma consapevole della specificità di questo territorio. La ricerca è priorità.

L’Ingv, a suo tempo, ha lanciato un concorso per le scuole primarie e secondarie dal titolo “Terra preziosa”, che indica la consapevolezza che la conoscenza del territorio deve essere diffusa a tutti i livelli. Ai mezzi di informazione spetta il compito di “informare” anche sui problemi scientifici ma in modo comprensibile, in modo cioè che si sappia che costruire una casa non è solo problema di condono o meno ma anche, in rapporto a dove si costruisce, di sicurezza. Per favore, non chiedete più a chi dovrebbe intendersene solo: “si può prevedere un teremoto?”. Chiedete anche chi e su che cosa stanno lavorando, a chi rivolgersi per un costruire corretto…e non dico sicuro! Chiedete e diteci tutto quello che si sa sulla Stretto di Messina e, visto che dovrebbe essere un’opera pubblica, il grado di sicurezza di un ponte che lo scavalchi.]
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