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Ahmadinejād, Israele, e il razzismo

di Simone Santini
da http://www.clarissa.it/

La Conferenza internazionale dell’ Onu sul razzismo che si è tenuta a Ginevra (cosiddetta Durban II), per il carico di polemiche e tensioni politico-diplomatiche che l’hanno accompagnata, consente di fare alcune riflessioni fondamentali sulla comunicazione politica internazionale e i pericoli di un rinascente sentimento razzista, in particolare anti-semita. A questo scopo si deve fare riferimento al discorso pronunciato in tale sede dal presidente iraniano Mahmūd Ahmadinejād ed alle reazioni che ne sono seguite, in particolare in Israele.

I maggiori mezzi di comunicazione occidentali, soprattutto i telegiornali, hanno dato ampio risalto alle polemiche senza tuttavia riportare in maniera precisa e circostanziata le parole pronunciate dal leader iraniano. I passaggi maggiormente controversi del discorso di Ahmadinejād sono stati i seguenti (1):

«Dopo la seconda guerra mondiale si è fatto ricorso all’aggressione militare per privare un popolo intero della propria terra, col pretesto delle sofferenze patite dagli ebrei, e sono stati inviati migranti dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altre parti del mondo al fine di istituire un governo assolutamente razzista nella Palestina occupata. In concreto, nel tentativo di porre rimedio alle conseguenze del razzismo in Europa, si è aiutata la costruzione in Palestina della più crudele, repressiva e razzista forma di governo. […] Il sionismo mondiale impersona un tipo di razzismo che falsamente si richiama alla religione, e che abusa dei sentimenti religiosi per mascherare il proprio odioso ed orribile volto. […] Occorre fare sforzi concreti perché gli abusi dei sionisti e dei loro sostenitori politici ed internazionali arrivino alla fine, nel rispetto della volontà e delle aspirazioni dei popoli. I governi devono ricevere incoraggiamento e sostegno nella loro lotta volta a sradicare questo razzismo barbaro».

A fronte di queste dichiarazioni, si sono avute le reazioni da parte di esponenti politici e della pubblicistica di Israele. Il presidente della Repubblica Shimon Peres ha detto «Il mondo ha visto il ritorno di Adolf Hitler, che questa volta ha la barba e si esprime in Farsi […] È difficile capire il motivo per cui despoti come Hitler, Stalin e Ahmadinejād abbiano scelto gli ebrei come principale obiettivo del loro odio, della loro follia e della loro violenza. Forse hanno colpito il popolo ebraico per il suo potere spirituale, un paese povero per possedimenti materiali, ma ricco di valori».

Il primo ministro Bibi Netanyahu ha assicurato: «Non permetteremo a chi nega l’Olocausto di portare avanti un altro Olocausto contro il popolo ebraico. Questo è il dovere supremo dello Stato di Israele, questo è il mio dovere supremo come primo ministro di Israele».

Un editoriale del Jerusalem Post ha scritto: «Oggi è il momento di riflettere sulla più grande tragedia accaduta al popolo ebraico nei tempi moderni e pensare a come l’antisemitismo si sia trasformato in antisionismo. E’ anche un giorno per riflettere sullo stato della memoria dell’Olocausto. La vigilia del Giorno della Rimembranza dell’ Olocausto, al principale negatore dell’Olocausto nel mondo, nonché antisionista, Mahmoud Ahmadinejād, è stata concessa la parola a Durban Due, la cosiddetta conferenza anti-razzzsimo dell’ONU tenutasi ieri a Ginevra. E lui ha immediatamente chiesto la distruzione di Israele».

Una prima comparazione consente immediatamente di trarre alcune considerazioni. L’infelice e ambigua frase (almeno nella sua traduzione) «col pretesto delle sofferenze patite dagli ebrei» pronunciata da Ahmadinejād è stata immediatamente equiparata ad una negazione della Shoah. Se le sofferenze degli ebrei sono state un “pretesto” significa che non sono avvenute, ergo, l’Olocausto viene negato. Al contrario, la frase intesa nel suo contesto più generale (e si consiglia vivamente di verificarlo nel testo integrale del discorso) indica l’intenzione di Ahmadinejād di svolgere un ragionamento politico-intellettuale ben più alto di una brutale negazione delle persecuzioni degli ebrei, in cui, anzi, tali persecuzioni razziste vengono chiaramente riconosciute.

Il presidente iraniano rinviene nella storia moderna dell’occidente il sentimento del razzismo come una linea continua ed in qualche modo fondante le strutture di potere e potenza. Il razzismo è riscontrabile non solo nella tratta degli schiavi e la loro deportazione dall’Africa all’America, ma anche nelle dominazioni coloniali ed imperiali e nelle due guerre mondiali che le stesse «potenze rapaci imposero all’Europa», guerre terribili che sono costate la vita a cento milioni di persone e portato devastazioni imponenti. Ma, lungi dal «fare tesoro della lezione impartita dalle occupazioni, dagli orrori e dai crimini di quelle guerre […] le potenze vincitrici si sono autonominate conquistatrici del mondo, ignorando o minacciando i diritti delle altre nazioni con l’imposizione di leggi ed accordi internazionali oppressivi». Lo stesso diritto di veto ad appannaggio dei paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu è visto da Ahmadinejād come un retaggio razzista usato per bloccare le rivendicazioni e le legittime aspirazioni dei paesi più poveri.

Quindi, quelle stesse potenze responsabili della seconda guerra mondiale, hanno perpetuato la cultura razzista di cui erano portatrici imponendo su basi razziali la nascita di uno stato in Palestina su fondamento e conseguenza (in questo senso “pretesto”) delle persecuzioni subite dagli ebrei in Europa. La successiva espressione di Ahmadinejād «in concreto, nel tentativo di porre rimedio alle conseguenze del razzismo in Europa, si è aiutata la costruzione in Palestina della più crudele, repressiva e razzista forma di governo» assume il suo pieno e corretto significato, che nulla ha a che vedere con la negazione dell’Olocausto. Insomma, dalla stessa cultura razzista che ha perseguitato gli ebrei è scaturito l’appoggio alla nascita dello Stato di Israele.

Si può concordare o meno se Israele attui una «crudele, repressiva e razzista forma di governo», ma questo è un giudizio politico di merito. Se è legittimo includere un paese in un “asse del male” o definirlo “stato canaglia” e “terrorista”, o considerare i suoi dirigenti “despoti” o “nuovi Hitler”, deve essere legittimo di converso considerare un paese “razzista” o “criminale”.

La posizione di Ahmadinejād è dunque fortemente anti-sionista e queste considerazioni portano al secondo nodo da sciogliere, ovvero l’equiparazione tra anti-sionismo e anti-semitismo. Il sionismo è la filosofia politica alla base della fondazione dello stato di Israele. Secondo i dirigenti del paese, essere anti-sionisti è la moderna forma del razzismo anti-semita e condannare la politica dello stato israeliano e i suoi caratteri fondativi adombra il desiderio di una nuova Shoah, la cancellazione del popolo ebraico.

Ahmadinejād, nel suo intervento, è invece netto nel separare la dottrina politica dello stato, il sionismo, dalla religione e dal popolo ebraico. Al contrario, ritiene che il sionismo utilizzi la religione ebraica in maniera distorta e strumentale: «Il sionismo mondiale impersona un tipo di razzismo che falsamente si richiama alla religione, e che abusa dei sentimenti religiosi per mascherare il proprio odioso ed orribile volto». Il suo appello non è rivolto dunque alla distruzione o cancellazione del popolo ebraico e della sua religione, ma a porre fine agli «abusi dei sionisti e dei loro sostenitori politici ed internazionali» che egli considera razzisti, e fare ciò «nel rispetto della volontà e delle aspirazioni dei popoli», ovvero di tutti i popoli. L’appello di Ahmadinejād è a “sradicare” quello che lui considera il razzismo sionista, non ad annientare il popolo ebraico.

Questo chiarisce anche la ormai celebre espressione attribuita al leader iraniano su
lla volontà di «cancellare Israele dalle carte geografiche». Di nuovo, se intesa correttamente, quella espressione non fa riferimento allo stermino del popolo ebraico ma al superamento (in questo senso “cancellazione”) della entità statale israeliana magari verso l’approdo ad uno stato non riservato ontologicamente agli ebrei ma inclusivo e bi-nazionale (come il Canada o il Belgio) in cui arabi ed ebrei possano vivere insieme con pari dignità, diritti e doveri (una soluzione ben diversa, è utile sottolinearlo, dalla ormai quasi unanimemente accettata soluzione “due popoli, due stati”).

Se, dunque, il discorso di Ahmadinejād è stato fatto oggetto di evidenti forzature, manipolazioni, strumentalizzazioni, sarebbe utile capire perché, reiteratamente, il presidente iraniano colga ogni occasione utile per prestare il fianco a tali manovre.

La prima e più semplice interpretazione, se non si vuole ricorrere alle categorie della ingenuità o scarsa perspicacia, è che ad Ahmadinejād non interessi affatto essere manipolato o strumentalizzato per offrire una visione distorta del suo pensiero all’opinione pubblica occidentale, poiché i suoi messaggi sono ad esclusivo riferimento della politica interna o, al più, si riferiscono alle masse arabe, islamiche, o antimperialiste nel sud del mondo. Questo aspetto non sfugge infatti al quotidiano israeliano Maariv, secondo cui il problema non è solo l’antisemitismo di Ahmadinejād ma l’Iran che in questo modo si pone alla guida di una «emozione politica che si espande nel povero e trascurato sud mondiale […] In un mondo di crisi economica sempre più profonda e in un momento in cui la globalizzazione soffre di problemi strutturali di disuguaglianza, il presidente iraniano rappresenta la coalizione degli oppressi della terra, e porta appoggio sputando sull’allineamento delle potenze mondiali. E’ per questo che è pericoloso».

Se questa interpretazione fornirebbe una risposta convincente al comportamento diplomatico di Ahmadinejād, tuttavia non sfugge che queste campagne mediatico-diplomatiche hanno lo scopo evidente di preparare e giustificare presso le opinioni pubbliche occidentali la possibilità di uno scontro diretto con l’Iran. Quindi, o il presidente iraniano ha la certezza, derivante da analisi politiche o rassicurazioni segrete che è impossibile conoscere, sul fatto che non verranno mai attaccati da Israele e dagli Stati Uniti, oppure è vittima di inaudita cecità o scherza col fuoco (anche atomico) pur di conseguire dei vantaggi politici interni o regionali.

Un’altra interpretazione, decisamente dietrologica, è che ambienti del potere iraniano, magari occulti ma di altissimo livello, spingano Ahmadinejād ad essere «l’uomo giusto al posto giusto» perché, per oscure motivazioni, cercano il conflitto in una sorta di perversa convergenza di intenti col campo “sionista”. Ma in mancanza di riscontri obiettivi, per non scadere in inutili illazioni, qui ci si ferma.

(1) La trascrizione integrale del discorso può essere reperita su: http://www.voltairenet.org/article159811.html

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