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La politica e la giustizia

di Stefano Rizzo

Negli Stati Uniti nessuno in questo momento sa come affrontare il groviglio giuridico delle torture autorizzate, consentite e commesse un po’ tutti -agenti della CIA, soldati, contractors e su su fino al dipartimento della giustizia, alla Casa bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Ma poiché l’azione penale non è obbligatoria, tutti temono di pagare un prezzo politico troppo alto per le loro decisioni, temono che intorno ad una questione di giustizia si scateni una guerra politica che lacererebbe il paese e bloccherebbe per mesi, o anni, l’azione della nuova amministrazione

Questo è il momento in cui agli Stati Uniti avrebbe fatto terribilmente comodo avere un sistema giudiziario in cui l’azione penale (come in Francia, come in Italia) è obbligatoria. Ma poiché in quel paese l’azione penale è affidata alla decisione discrezionale del ministro della giustizia (che è anche il procuratore generale), oltre che dei procuratori federali e statali, nessuno in questo momento sa come affrontare il groviglio giuridico delle torture autorizzate, consentite e commesse un po’ tutti — agenti della CIA, soldati, contractors e su su fino al dipartimento della giustizia, alla Casa bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Ieri abbiamo appreso che anche il Congresso (seppure sotto forma di un gruppo ristretto della commissione sui servizi segreti) era stato informato e non aveva avuto nulla da obbiettare.

Se l’azione penale fosse obbligatoria e non discrezionale, la magistratura dovrebbe fare il suo dovere, i processi avrebbero corso, un imputato minore chiamerebbe in causa uno maggiore e il maggiore quello più grande ancora. Sarebbe lungo, doloroso, pieno di acrimonia. Sarebbe uno spettacolo indecente che metterebbe a nudo la rete di ipocrisie, di sadismo, di pavidità burocratica che ha avviluppato l’amministrazione Bush a tutti i livelli.

Ma sarebbe anche uno spettacolo confortante vedere come gli Stati Uniti, il paese “fondato sul governo della legge e non degli uomini”, sono in grado di portare alla luce il proprio recentissimo passato, punire chi deve essere punito e evitare che gli abusi del passato non si ripetano alla prossima drammatica crisi. Sarebbe confortante per le migliaia di detenuti, colpevoli di qualcosa, o innocenti di qualunque cosa, che hanno subito indicibili torture e sono stati ridotti ad oggetti da cui “estrarre” in qualunque modo “utili informazioni”. Sarebbe confortante per tutti coloro che in questi anni hanno denunciato, hanno scritto, hanno manifestato contro il pericolo che il loro paese scivolasse nei comportamenti barbarici di uno stato totalitario, di una dittatura latinoamericana.

Ma poiché negli Stati Uniti l’azione penale non è obbligatoria, nessuno sa esattamente cosa fare a questo punto; tutti temono di pagare un prezzo politico troppo alto per le loro decisioni, temono che intorno ad una questione di giustizia si scateni una guerra politica che lacererebbe il paese e bloccherebbe per mesi, o anni, l’azione della nuova amministrazione.

E’ stata saggezza politica, o opportunismo, a fare dire a Barack Obama, nel mentre che denunciava le torture e prometteva che non ci sarebbero più state sotto il suo governo, che “bisognava voltare pagina”, andare oltre, guardare al futuro. Obama sapeva che non poteva limitarsi ad affermare che “l’America non tortura” (anche Bush l’aveva detto, mentendo) e ad annunciare la chiusura del carcere di Guantanamo. Il suo elettorato (e lui stesso sicuramente) pretendeva di più. Per questo, nel mentre che annunciava che gli agenti della CIA colpevoli non sarebbero stati processati, ha ordinato la pubblicazione dei “memo” segreti della Casa bianca e del dipartimento della giustizia che autorizzavano le torture sui detenuti.

Ma così facendo Obama ha aperto un vaso di Pandora, ha tolto il coperchio a quella pentola putrescente di illegalità che molti speravano potesse rimane chiusa e sepolta in qualche archivio segreto fino a quando non fosse stato concesso agli storici di aprirla in un futuro indeterminato.

Il paradosso è che fino a pochi mesi fa il tema delle torture non era al primo posto, e neppure al secondo o al terzo, dell’attenzione dei media e delle preoccupazione della Casa bianca. La campagna elettorale era stata condotta essenzialmente su due fronti: porre fine alla guerra irachena e risollevare l’economia. Con il peggiorare della crisi a fine 2008 quello dell’economia era diventato il tema principale: gli americani erano molto più preoccupati delle loro condizioni di vita e del loro futuro che non di quanto era stato fatto in loro nome sui campi di battaglia e nei centri di detenzione. Sapevano di Abu Ghraib e di Guantanamo, sapevano delle “renditions” e delle torture. Sapevano anche che tutto questo era stato autorizzato e voluto, che non era frutto del caso o di “qualche mela marcia del turno di notte” (come disse Donald Rumsfeld).

Lo sapevano, ma poiché tutto sommato i torturati e i rapiti non erano cittadini americani e si contavano “solo” in qualche centinaio, o forse migliaio, non pensavano che la questione fosse terribilmente importante. Che diamine! questa non è l’Argentina, o il Cile, e i crimini non sono stati commessi per le strade o nella palestra vicino casa, ma in luoghi lontani, all’estero, al sicuro da occhi indiscreti. La grande maggioranza degli americani pensavano, o speravano, che per risolvere il problema sarebbe bastato un buon esame di coscienza, una condanna morale e la promessa di non farlo più. In sostanza, chi ha dato ha dato…

Forse lo pensava (o lo sperava) anche Obama. I suoi convincimenti morali non sono in discussione e neppure la sua onestà intellettuale. Semplicemente anche lui pensava che per il momento aveva già troppe cose nel piatto – un vasto piano di risanamento dell’economia, un altrettanto vasto piano di riforme, un radicale riorientamento della politica estera — per lasciarsi coinvolgere in quello che ad alcuni — sicuramente all’opposizione repubblicana –sarebbe apparso come un regolamento di conti. Allo stesso tempo Obama sa bene che, buoni o cattivi, esecutori obbedienti o complici, ha bisogno dei servizi segreti e degli altri apparati di spionaggio e non può permettersi una rivolta interna che minaccerebbe la sicurezza del paese.

Ma la diga si è rotta. Ogni giorno è stato un susseguirsi di rivelazioni e di ammissioni. Il Congresso ha pubblicato un suo rapporto e molti parlamentari chiedono una commissione di inchiesta. Escludendo l’incriminazione dei pesci piccoli, Obama non ha escluso quella dei pesci grossi. Probabilmente, che il ministro della giustizia lo voglia o meno, presto partiranno le denunce nei confronti dei vertici dell’amministrazione Bush da parte delle associazioni di difesa dei diritti umani. La base giuridica c’è: la convenzione internazionale contro la tortura del 1984, firmata anche dagli Stati Uniti. E i trattati internazionali, una volta recepiti, diventano legge.

Ma c’è uno spettro ancora peggiore delle incriminazioni in patria: se la magistratura americana non agirà contro i torturatori, qualunque paese straniero sarà autorizzato a farlo. Per Bush, Cheney, Rumsfeld, Condoleezza Rice si aprirebbe allora la possibilità di essere arrestati non appena mettessero piede fuori dal loro paese, come un qualunque Augusto Pinochet, come un qualunque Omar Bashir.

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