Home Europa e Mondo OBAMA ALLA CASA BIANCA: 100 GIORNI DI LUCI ED OMBRE

OBAMA ALLA CASA BIANCA: 100 GIORNI DI LUCI ED OMBRE

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

La reazione nei confronti degli eccessi dell’ultraliberismo e della deregulation sfrenata degli ultimi tre decenni che ha condotto il sistema finanziario americano e planetario sull’orlo del baratro, ha suggerito più di un confronto tra gli inizi della presidenza di Franklin Delano Roosevelt nel 1933 e quella di Barack Obama. Nonostante le evidenti analogie, l’esperienza dell’attuale presidente alla Casa Bianca durante i suoi primi 100 giorni, a ben vedere, riecheggia però in qualche modo anche i primi passi di un’altra e più recente storica presidenza che ha contribuito alla trasformazione del panorama politico statunitense – quella di Ronald Reagan – sebbene di quest’ultima ne rappresenti la sua incarnazione liberal. Entrambi succeduti a due presidenti ai minimi storici in termini di popolarità tra gli elettori – Jimmy Carter e George W. Bush – l’ex governatore repubblicano della California e l’ex senatore democratico dell’Illinois si sono infatti distinti nei primi mesi alla guida del paese per cercare di ristabilire rapidamente la speranza e la fiducia dei propri concittadini, inscrivendo un’agenda di ampio respiro all’interno di un progetto di rimodellamento dell’intero sistema americano, sia pure muovendosi in direzioni diametralmente opposte.

Chiamato da subito a dedicare gran parte delle risorse della sua nuova amministrazione e il proprio capitale politico al salvataggio dell’economia da una durissima recessione e del sistema bancario dalla quasi certa bancarotta, Obama non ha tuttavia rinunciato a incalzare le forze politiche democratiche e repubblicane al Congresso per avanzare parallelamente tutti (o quasi) i punti centrali del proprio programma politico. “Non sprecare le possibilità offerte da una crisi”, ripete costantemente il capo di Gabinetto di Obama, Rahm Emanuel. “Abbiamo l’opportunità di realizzare quello che l’inerzia del sistema politico generalmente impedisce di fare”. Raccogliere dunque la sfida di un’economia allo sbando e, invece di ridimensionare le ambizioni di un progetto grandioso, celebrato da una campagna elettorale trionfale, rilanciare un disegno complessivo della società statunitense, all’insegna questa volta di un rinnovato interventismo governativo, in questo avvicinandosi al Roosevelt del New Deal.

Il primo atto del neo-presidente in carica, all’indomani del suo insediamento del 20 gennaio scorso, non ha avuto tuttavia nulla a che fare con l’economia. Di grande valore simbolico, per lanciare un netto segnale di discontinuità nei confronti della precedente amministrazione, è stato l’ordine della chiusura definitiva del carcere di Guantánamo entro un anno e il ripudio dei metodi di tortura adottati dalla C.I.A. (e autorizzati dall’alto) nella conduzione degli interrogatori su presunti terroristi. Una decisione, quella di Obama, che ha rappresentato il primo passo verso il riscatto dell’immagine americana nel mondo. Le difficoltà di natura giuridica sollevate dalla sorte dei 241 “nemici in armi” tuttora a Guantánamo rende peraltro ancora estremamente difficoltoso il cammino verso la chiusura del campo di detenzione americano “off-shore”; così come, va detto, alla condanna di Obama dei sistemi illegali giustificati da George W. Bush nella base militare in territorio cubano non ha fatto seguito uguale comportamento nei confronti di un altro e meno conosciuto luogo di detenzione – l’ex base aerea sovietica di Bagram, in Afghanistan – dove rimangono a tutt’oggi quasi 600 prigionieri privati di qualsiasi garanzia legale.

Le critiche perciò indirizzate alla nuova amministrazione da parte delle organizzazioni a difesa dei diritti umani e dall’elettorato progressista, per non aver abbandonato completamente alcune delle pratiche che hanno contribuito a segnare l’eredità negativa dei due mandati di Bush jr. nell’ambito della lotta al terrorismo, sono così riemerse nelle ultime settimane, in seguito alla pur meritevole pubblicazione dei documenti che descrivono nel dettaglio i metodi di tortura nei confronti dei prigionieri e le note legali stilate dai consulenti del Dipartimento di Giustizia per giustificarne l’impiego. Obama si è detto contrario a qualsiasi procedimento legale nei confronti dei responsabili delle torture a qualsiasi livello e, nonostante qualche recente apertura, pare non vedere troppo di buon grado nemmeno l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce una volta per tutte sull’intera questione.

Tali polemiche si sono sommate ad altre, sollevate da una serie di passi falsi che avevano caratterizzato le settimane successive al successo elettorale di novembre. Alcuni di essi sono chiaramente attribuibili ad una certa fatica incontrata dall’allora presidente eletto e dal suo entourage nel rispondere alle pressioni per far fronte rapidamente ad una situazione economica in rapido deterioramento, oppure a errori di valutazione, talvolta tutt’altro che trascurabili, nelle fasi iniziali del mandato. I momenti più difficili finora per Obama hanno coinciso con le dimissioni preventive dei suoi candidati di punta ai dipartimenti del Commercio e, soprattutto, della Salute – il governatore del Nuovo Messico Bill Richardson e l’autorevole ex senatore del Sud Dakota Tom Daschle – in seguito alle reazioni causate rispettivamente da un’indagine per finanziamenti illeciti e tasse non pagate. O ancora, già ai primi di marzo, con le durissime proteste suscitate dal pagamento di bonus milionari ai dirigenti del gigante delle assicurazioni A.I.G., salvato dal fallimento grazie ad un’enorme infusione di denaro pubblico.

Altre presunte incertezze o ripiegamenti rispetto ai propositi iniziali, al contrario, appaiono piuttosto il risultato della cifra stessa della presidenza Obama, riconoscibile già dagli albori del suo incarico quadriennale. Una condotta contraddistinta da un pragmatismo che è quanto di più lontano si possa immaginare dallo stile così poco disposto al compromesso del suo predecessore. Da qui la rinuncia ad importanti misure di spesa previste dal piano di stimolo all’economia da 787 miliardi di dollari e dal bilancio federale da 3.600 miliardi, per trovare a tutti i costi un punto d’incontro con democratici moderati e repubblicani al Congresso. Ma anche la mancata nazionalizzazione delle banche – misura chiesta a gran voce da parecchi economisti per contrastare più efficacemente la crisi del sistema finanziario – o il rallentamento sulla questione della riduzione delle emissioni inquinanti e, ancora, la rinuncia a battersi per ristabilire il divieto della vendita di armi d’assalto, scaduto nel 1994, malgrado il traffico illegale che sta alimentando la violenza legata ai cartelli della droga in Messico.

Più in generale, come prospettato nel corso della campagna per primarie e presidenziali dello scorso anno, la strategia di Obama è segnata da un costante tentativo di confronto con un’opposizione peraltro arroccata su posizioni sempre più conservatrici dopo la quasi scomparsa dal Parlamento di repubblicani moderati provenienti dal nord-est e dalla costa occidentale degli Stati Uniti. I pochi frutti finora raccolti da questa attitudine bipartisan – tanto che appena tre senatori repubblicani hanno votato a favore del pacchetto di rilancio dell’economia lo scorso febbraio – promettono tuttavia, nella migliore delle ipotesi, un qualche vantaggio a favore della Casa Bianca nei prossimi mesi, quando si accenderà il dibattito su alcuni dei punti centrali del programma presidenziale: riforma del sistema sanitario e dell’educazione, fonti energetiche alternative e immigrazione.

Le sfide domestiche che ancora attendono Obama non hanno fatto passare in secondo piano quelle altrettanto delicate sul piano internazionale, con la necessità di ridefinire il ruolo degli Stati Uniti dopo otto anni di frizioni con molti partner europei, di dur
a contrapposizione nei confronti del mondo arabo e indifferenza verso l’America Latina. La vetrina del G-20 a Londra ai primi di aprile ha ufficialmente allentato le tensioni che avevano segnato i rapporti con questa parte dell’Oceano, nonostante il sostanziale mancato accordo su come fronteggiare la crisi globale con strumenti comuni. Le aperture verso l’Islam (Iran e Siria in particolare), il rinnovato attivismo per la risoluzione della questione palestinese (che sembra far profilare un cambiamento della tradizionale politica di appoggio incondizionato a Israele) e gli sforzi per normalizzare le relazioni diplomatiche con Cuba e Venezuela, vanno poi indubbiamente nella direzione giusta, anche se risultati concreti – se ci saranno – andranno verificati nel medio-lungo periodo.

Oltre all’Iraq, dove una nuova recente ondata di violenze della ribellione sunnita minaccia la scadenza dell’agosto 2010 per il ritiro delle truppe americane stabilito da Obama, sarà verosimilmente la stabilità di Pakistan e Afghanistan che misurerà il successo o il fallimento della politica estera del neo-presidente e del Segretario di Stato Hillary Clinton. Con i militanti islamici sempre più pericolosamente vicini ai centri di potere pakistani ed un governo afgano debole e corrotto, diventerà fondamentale l’esito della revisione dell’intera strategia americana in quest’area del pianeta, ordinata da Obama a fine marzo.

Pur non potendo ovviamente esprimere un giudizio d’insieme circa l’operato del primo presidente di colore della storia degli USA dopo appena poco più di tre mesi dall’inizio del suo mandato, emerge tuttavia in maniera indiscutibile il suo sforzo di imporre una visione complessiva della società americana. Una scommessa ancora tutta da vincere per il 47enne neo-presidente di madre bianca del Kansas e padre nero del Kenya, ma che sembra per il momento aver convinto la maggioranza degli elettori di un paese in rapida trasformazione. L’America ha voltato pagina, si è detto dopo la vittoria elettorale di novembre, ma il cambiamento richiederà ancora del tempo. Per ora, Obama può godere di un capitale politico non indifferente tra gli americani. Come confermano i sondaggi, che, allo scadere dei primi 100 giorni, indicano per lui un indice di gradimento che sfiora addirittura il 70%.

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