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Porto Tolle. Rischio di emergenza ambientale

di Francesco Casoni
da www.carta.org

La centrale Enel di Porto Tolle [Rovigo] andrà a carbone, nel bel mezzo del Parco naturale del Delta del Po, tutelato dall’Unesco. Quella della centrale sembra una strada tutta in ascesa però non priva di ostacoli come l’inchiesta aperta dalla Procura di Rovigo contro ignoti, in cui si contesta al progetto di sottostimare l’impatto delle emissioni in un’area già al limite della tollerabilità.

Anche Polesine Camerini andrà a carbone. Mercoledì la commissione Via nazionale ha dato il via libera alla riconversione della centrale Enel nel comune di Porto Tolle: dal 2010 il vecchio impianto termoelettrico a olio combustibile sarà smantellato per fare posto, presumibilmente dal 2015 alla nuova centrale da 1.980 megawatt alimentata a carbone.

Ma la strada, seppure in discesa, non è priva di ostacoli: innanzitutto, nelle 63 pagine del documento con cui viene data l’autorizzazione, i commissari hanno posto ben 41 di prescrizioni, che toccano punti critici del progetto quali l’abbattimento delle emissioni e il problema delle chiatte che, attraverso la busa di Tramontana, trasporteranno il carbone alla centrale nel cuore del Delta del Po.

A queste prescrizioni affidano le speranze le associazioni per la tutela dell’ambiente che in questi anni si sono battute contro il progetto di riconversione: un fronte che include a livello locale i comitati cittadini, Legambiente, Wwf, Italia Nostra e gli operatori turistici di Rosolina, che in quattro anni di iter hanno dato filo da torcere a Enel. E’ della partita anche Greenpeace, che nel giorno del «sì» ha occupato il Ministero con striscioni contro il carbone e che due anni fa aveva scalato la ciminiera di Polesine Camerini dipingendola con slogan «no coke».

Giorgio Crepaldi del Comitato Porto Tolle, ricostruisce le tappe della lunga vicenda: «Già nel 2002 l’Enel proponeva la conversione a olimulsion, un’emulsione di acqua e bitume che si doveva importare dal Venezuela: l’anticamera del carbone, anche se all’epoca lo negavano. Nel 2005 è partito il progetto carbone. Ora la centrale è ferma dal 2006, gli impianti sono costruiti per l’olio a minimo tenore di zolfo.

E’ l’unica centrale italiana che ha sempre usufruito di un regime di proroghe, evitando di operare migliorie. Il nostro punto fermo è rispettare la legge sul parco del delta del Po, che obbligava l’Enel a prendere in considerazione il gas metano o combustibili equivalenti. Il cosiddetto carbone pulito, lo dimostrano i documenti prodotti dalla procura della Repubblica di Rovigo, contiene metalli pesanti, grosse emissioni di ossidi di zolfo, ha emissioni di CO2 doppie rispetto al metano».

«Il delta del Po ha potenzialità nell’agricoltura, nella pesca di qualità, nel turismo naturalistico.
Per trent’anni la centrale ci ha dato un sacco di problemi funzionando ad olio, con il carbone le cose non potranno che peggiorare – conclude Crepaldi – Il territorio del delta del Po è unico, e in qualsiasi altro paese europeo sarebbe valorizzato in tutt’altro modo. Noi continueremo a lottare per questo obiettivo, impugnando la decisione della commissione ministeriale».

Resta da capire cosa ne sarà dell’inchiesta aperta dalla Procura di Rovigo contro ignoti, in cui si contesta al progetto di sottostimare l’impatto delle emissioni in un’area già al limite della tollerabilità. Così come resta da capire se Enel recepirà le prescrizioni, che puntano ad adeguare il progetto alla legge istitutiva del parco regionale del Delta del Po, in cui sono ammessi solo impianti a metano o di pari o minore impatto: i recenti investimenti in un impianto analogo in Albania fanno pensare a più di uno che la società potrebbe mollare a sorpresa il progetto, con buona pace di lavoratori e imprenditori locali pronti a beneficiare dell’indotto promesso al Polesine.

Quanto alla localizzazione della centrale, nel bel mezzo di un parco naturale tutelato dall’Unesco, il governo ha già dato una mano a Enel con il maxiemendamento contenuto nel «Decreto incentivi», in cui si consente di derogare alle leggi regionali e nazionali in materia. E poi ci saranno i ricorsi al Tar, una volta che il ministro avrà chiuso il procedimento: li hanno promessi da tempo sia le associazioni ambientaliste che il Comune di Rosolina. Quello di mercoledì, insomma, è il primo passo.

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