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Usa, la crisi restringe le città

di Alessandro Ursic
da www.peacereporter.net

Le fabbriche licenziano in massa o chiudono, le case perdono valore e vengono abbandonate, i quartieri perdono abitanti. Già vittima di dinamiche economiche in atto da anni, ulteriormente colpite dalla recessione attuale, alcune città americane hanno intenzione di combattere la loro crisi accettando il fatto compiuto; e per rinascere, o almeno non morire, intendono restringersi, amputando parti di se stesse. Tra queste c’è anche Flint, nel Michigan, dove è nato Michael Moore.

Già venti anni fa il regista, nel film “Roger and me”, aveva documentato il declino anche demografico della sua città, vittima della crisi dell’industria automobilistica. Da quel periodo, però, la situazione è peggiorata. Flint, che negli anni Sessanta aveva raggiunto i 200mila abitanti, oggi conta poco più di 110mila persone: gli stabilimenti della General Motors hanno licenziato oltre il 90 percento della forza lavoro locale, facendo diventare la città uno dei simboli della “Rust Belt”, la fascia industriale del nord-est che non ha saputo reinventarsi dopo la chiusura delle sue grandi fabbriche. Il problema è che la superficie di Flint non è cambiata. Così, dopo quella che si pensava fosse solo una boutade, ora il sindaco Michael Brown sta mettendo a punto i progetti di restringimento, che dovrebbero trovare spazio nel nuovo piano regolatore.

L’idea è quella di far tornare il verde al posto di quartieri ormai mezzi abbandonati, concentrando gli abitanti in aree popolate al cento per cento. Gli 88 chilometri quadrati di Flint sono ormai troppi, per una popolazione che si è dimezzata dal suo picco: ci sono quartieri dove i mezzi per la raccolta settimanale della spazzatura, per esempio, raccolgono un solo sacchetto, con evidente spreco di denaro pubblico. Lo stesso discorso vale per l’illuminazione stradale, per i servizi di posta, per il trasporto cittadino. “Il declino di Flint è come la gravità, è un fatto della vita. Dobbiamo controllarlo, invece di farci controllare da esso”, sostiene Dan Kildee, tesoriere della contea e portavoce del comitato favorevole allo snellimento della città.

A Youngstown, una città nell’Ohio che per decenni è stato il terzo polo dell’acciaio negli Stati Uniti, sono già più avanti. Pura Rust Belt anche qui, con un crollo demografico ancora più marcato: tra gli anni Trenta e Sessanta, la popolazione di Youngstown si aggirava sui 170mila abitanti, oggi si ferma a solo 70mila. Le autorità cittadine offrono fino a 50mila dollari in incentivi, per convincere i residenti nelle aree semi-abbandonate a lasciare le proprie case, favorendo così i piani comunali.

Funzionerà? Non tutti ne sono convinti, specialmente per le possibili complicazioni pratiche. “Quali parti di Flint saranno eliminate? E cosa succede quando una struttura di potere prevalentemente bianca sceglie sezioni della città a prevalenza afro-americana, per diventare pascoli verdeggianti?”, si legge su FlintExpats.com, il sito di riferimento dei giovani fuggiti da una città senza più prospettive. Inoltre, nel crollo del mercato immobiliare c’è chi ha comprato casa in quartieri apparentemente senza speranza, in molti casi speculatori che non abitano tra le mura appena acquistate: saranno anche loro invogliati alla vendita con incentivi pubblici?

L’esperimento di Flint e Youngstown è guardato con attenzione anche al di fuori dei confini cittadini, perché è visto come un possibile esempio del futuro che attende molte periferie americane iper-estese. Decenni di carburante a prezzi economici hanno alimentato un modello di sviluppo che ha portato al boom dei suburbs, i quartieri di villette e giardini privati così comuni anche nell’immaginario fornito dai film hollywoodiani. La crisi economica, e lo shock dell’impennata del petrolio l’anno scorso, hanno fatto proliferare studi e articoli sulle possibili trasformazioni dei centri abitati negli Usa, verso una maggiore concentrazione territoriale. Solo previsioni, per ora. Ma per molte città della Rust Belt a rischio di diventare fantasma, è il momento di pensarci già ora.

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