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Il decreto Abruzzo alimenta la rabbia

di Enzo Mangini
da http://www.carta.org/

Sindaci, organizzazioni sociali e comuni cittadini contro il testo del decreto varato dal governo. Pochi soldi, spesi male e in modo antidemocratico. All’Aquila la protesta inizia a bucare la cortina mediatica sulla ricostruzione.

Le case di via Strinella sono una cornice. Nulla di più. La via è quasi completamente evacuata. I palazzi sono tutti in piedi, ma con crepe evidenti e profonde. Al parco dell’Unicef, vicino la chiesa di Santa Rita, c’è il tendone del collettivo 3e32, primo spazio pubblico riaperto nel capoluogo abruzzese ormai a quasi un mese dal terremoto del 6 aprile. Lì oggi, alle 18, si tiene una riunione aperta sul testo del decreto emanato dal governo.

Il decreto, nelle intenzioni di Berlusconi, avrebbe dovuto suggellare il successo della gestione «romana» del terremoto abruzzese e invece rischia concretamente di diventare il punto di rottura. La proverbiale goccia sulla pazienza degli aquilani. Scaricato il testo del decreto, è iniziata, all’Aquila e nei campi che sono ormai la città dispersa sul suo territorio, l’indagine sul senso delle norme di quei 17 articoli.

Il quadro che ne esce non alimenta né l’ottimismo, né la speranza, né la fiducia nelle parole del premier che promette le prime case entro il 15 settembre. Ci credono in pochissimi. Molti, invece, ancora non hanno capito o semplicemente non sanno, perché le comunicazioni nei campi e tra i campi vanno a singhiozzo: negli ultimi quattro giorni non sono arrivati neppure i quotidiani nazionali.

Chi ha iniziato a studiare il decreto, invece, sono i sindaci, a partire da quello del capoluogo Massimo Cialente. L’esito dell’esame, per il governo, è disastroso. I sindaci non sono convinti né della quantità di denaro che il governo promette, né del modo in cui viene erogato, né del fatto che le autorità locali saranno di fatto esautorate dal trinomio Berlusconi-Bertolaso-Chiodi.

Presidente del consiglio, capo della protezione civile e presidente della Regione, in pratica, avranno potere su tutto. Infatti, il primo maggio, nella sua visita a sorpresa al Dicomac, la centrale di coordinamento dei soccorsi allestita nella scuola sottufficiali della guardia di finanza a Coppito, Berlusconi ha detto che sono già state individuate le aree per costruire alloggi provvisori per 13 mila persone.

I sindaci, però, non ne sapevano nulla. In un caso, quello del paese di Roio, un abitante dice che «l’area che si dice sia stata individuata è un postaccio dove la gente non tiene nemmeno le galline». I sindaci, poi, contestano che il loro ruolo, nel decreto si limita a un «sentiti i sindaci», come dire che potranno dire quello che vorranno, ma il loro parere non è assolutamente vincolante.

In più, il modo di erogazione dei fondi non garantisce alcuna speranza di ricostruzione del centro storico che, attraverso il meccanismo di subentro a favore di Fintecna, la finanziaria del ministero dell’Economia, potrebbe addirittura passare di mano fino a far diventare il governo «azionista di maggioranza» del comune.

Contro il decreto e contro il modello di ricostruzione che configura, scrive anche il Collettivo 99, che riunisce giovani ingegneri e architetti aquilani. I moduli abitativi previsti dal governo, secondo il collettivo, rischiano di essere tutt’altro che «provvisori» e di configurare, sul campo, una «new town» dispersa. In alternativa, il collettivo propone di usare le seconde case vuote per trovare alloggio a chi è rimasto senza casa e di usare al posto dei moduli abitativi del governo delle case di legno rimovibili. Il risparmio ottenuto potrebbe essere investito nella ricostruzione della città.

La questione della ricostruzione sarà al centro del consiglio comunale straordinario convocato per oggi, in via Strinella 88 e i sindaci, compreso Cialente, hanno formato una Conferenza permanente per la ricostruzione che è il primo tentativo di creare un contrappeso istituzionale alla macchina burocratico-mediatica della coppia Berlusconi-Bertolaso. Il contrappeso sociale, invece, è nella rete di organizzazioni, collettivi, movimenti e singoli cittadini che ha iniziato a muovere i primi passi dal Parco Unicef verso il resto della città.

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La rabbia appenninica
di Enzo Mangini

La situazione abruzzese sta sfuggendo di mano al governo. Non lo si capisce leggendo i «grandi» giornali che hanno già fatto scivolare il terremoto ben dentro al loro ventre, dopo le vicende personali del premier. Ancor meno lo si capisce ascoltando i telegiornali, distratti dall’influenza A, dai coltelli dei giovani romani e dalla soap opera della famiglia irreale di Arcore. Lo si capisce subito all’Aquila, dove la paura e la frustrazione stanno cedendo il posto alla rabbia.

Le passerelle di governo avevano fatto sperare che di fronte a una tragedia come quella del terremoto, almeno una volta, Berlusconi avrebbe fatto sul serio. Invece no. Per capirlo, basta decodificare quello che ormai è diventato «il» decreto. Dietro i rimandi, le deroghe, gli stanziamenti straordinari, c’è un inganno grande come una città. Gli aquilani lo hanno capito.

Le reazioni possibili sono due: c’è chi ha investito i risparmi per ordinare la sua casetta prefabbricata, da mettere nel giardino o in un campo. Arriverà tra un mese. Molto prima di quanto promette il governo, comunque. C’è chi sta pensando di trasferirsi per sempre e chi lo ha già fatto.

E c’è chi invece si organizza, raccoglie professionalità e proposte, scrive volantini e li fa circolare tra i campi, aggirando anche i controlli della macchina della Protezione civile che comincia a diventare meno amichevole, per via del G8 in rapida rotta di collisione con la città.

Quella dell’Aquila è una rabbia appenninica, granitica, che accumula energia nella vita difficile e incerta delle tendopoli. E’ una rabbia che ha iniziato a seminare anticorpi democratici tra le macerie. Dall’elicottero non si vedono, ma si diffondono veloci.

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Le alternative al decreto Abruzzo
di Lucia Alessi

I sindaci protestano contro il governo, il capo della Protezione civile e il commissario straordinario Gianni Chiodi, presidente della Regione. E arrivano anche le proposte alternative al piano berlusconiano. Quasi 8 miliardi di euro, di cui 1,5 per l’emergenza e i restanti 6,5 spalmati fino al 2033. Questi i fondi messi in campo dal governo con il decreto per la ricostruzione approvato lo scorso 28 aprile.

Ma il senatore del Pd Giovanni Legnini, che sta coordinando i due gruppi di Camera e Senato per la raccolta degli emendamenti al decreto, spiega che le cifre indicate nelle schede tecniche sono «una mera previsione, non una norma». Nel testo di legge, infatti, i 150 mila euro per la ricostruzione delle case crollate e gli 80 mila euro per la ristrutturazione di quelle lesionate non ci sono.

Vengono citati solo nelle schede tecniche allegate al decreto; in altre parole, nulla di certo. «Non c’è diritto al contributo – continua Legnini – se non viene fissato per legge. Perché se il diritto al contributo viene affidato a un’ordinanza, si può cambiare tranquillamente senza il controllo del parlamento».

In tutti i precedenti terremoti italiani, le case sono state rimborsate al 100 e gli abruzzesi si sentono trattati come cittadini di serie B rispetto agli umbri o ai friulani. Non è solo questione di soldi. I sindaci del cratere del terremoto dei 6 aprile si sentono estromessi dal processo decisionale.

E’ u
no dei problemi al centro delle polemiche sul decreto sollevate dagli enti locali, e in particolare dal sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e dalla presidente della provincia Stefania Pezzopane. «É la prima volta – dice Cialente – che i sindaci non si sentono chiamati in causa. Nel decreto si scrive che le decisioni vengono prese dal commissario di governo d’intesa con la regione e ‘sentiti i sindaci’, ma così gli enti locali vengono scavalcati».

Cialente, insieme agli altri sindaci «terremotati», fa parte della «Conferenza permanente per la ricostruzione», a cui aderiranno anche parlamentari abruzzesi, insieme ai comitati di cittadini. «Un segnale quest’ultimo – spiega Stefania Pezzopane – a cui guardiamo con attenzione e interesse.

È un segno inconfondibile che i cittadini non hanno alcuna intenzione di accettare incondizionatamente e passivamente scelte imposte dall’alto». Cialente chiede «che si avvii realmente la ricostruzione. Ma per fare questo occorrono risorse e oggi fondi non se ne vedono». In particolare, dice il sindaco, occorrono fondi per ricostruire il centro storico dell’Aquila, «una sfida per il paese».

Il decreto, che per ora «suggerisce» cifre senza impegnare i fondi, definisce invece con chiarezza la nuova sede del vertice del G8, il dirottamento di 500 milioni di euro dal settore giochi alla ricostruzione [prospettando la «attivazione di nuovi giochi di sorte legati al consumo»], 300 milioni per le infrastrutture e alcune misure contro le infiltrazioni mafiose.

L’aula del senato inizierà l’esame del decreto con i provvedimenti per le popolazioni colpite dal terremoto giovedì 13 maggio. Intanto, il centrosinistra abruzzese, per una volta, incalza, ottenendo un consiglio regionale straordinario indetto per domani e atteso anche dal presidente della regione, Gianni Chiodi.

Sarà l’occasione, per istituzioni e cittadini, di presentare delle alternative al Piano C.a.s.e. del governo. Il piano governativo prevede 14 aree, per ora segrete, dove installare palazzine a tre piani su piastre antisismiche. Ma non è chiaro né chi costruirà le piastre, né chi attrezzerà le aree, né chi farà le palazzine.

Il gruppo de La Sinistra Verdi-Sd alla regione, infatti, ha presentato alla protezione civile dell’Aquila un progetto per ricostruire le case distrutte dal terremoto con costruzioni in legno, fibre di legno o sughero, utilizzando tecniche adottate in molti paesi ad alta sismicità.

Ma domattina nel palazzo dell’Emiciclo dell’Aquila sarà presente anche il Collettivo 99, che riunisce giovani ingegneri e architetti aquilani, per proporre case di legno rimovibili al posto dei moduli abitativi del governo, ma anche di usare le molte seconde case vuote per trovare alloggio a chi è rimasto senza casa.

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