Home Europa e Mondo Usa 2009, rottamazione del ceto medio

Usa 2009, rottamazione del ceto medio

di Pietro Ancona
da www.aprileonline.info

La riflessione Negli Usa esiste una stratificazione rigidissima di classi sociali che attraversa tutti i ceti. Se appartiene ad un gruppo sociale che guadagna trentamila dollari l’anno ed hai una promozione che ti consente di guadagnarne cinquantamila non puoi restare dove eri e mettere da parte l’aumento ma devi assolutamente spenderlo. Esiste un meccanismo di controllo sociale dei ceti attraverso l’occhio dei consumi al quale è difficile sottrarsi senza diventare una sorta di “curiosità” sociale, un “originale”. Quante delle centinaia di migliaia di persone prese per le gambe dalle sabbie mobili della miseria potranno rivedere il benessere in cui erano immerse fino ad ieri?

Venerdì scorso, ad Anno Zero, hanno mostrato (raramente la televisione di occupa di ciò) che cosa è e come si sviluppa la crisi in America. Tanti, tantissimi accampamenti di tende nelle campagne incolte attorno a Sacramento capitale della California da sempre sinonimo di ricchezza e benessere abitati da persone che avevano perduto il lavoro e con questo la casa, l’auto, i mobili, tutto. Una di queste diceva che non voleva diventare una homeless, non voleva lasciarsi andare e pertanto continuava a radersi tutti i giorni.

Un altro raccontava di non potere curare la moglie, non può comprare le medicine necessarie e che, a causa di questo, presto l’avrebbe perduta. Piangeva. Un altro si ingegnava a portare su una bicicletta, con una sola mano, una tenda per piantarla in un luogo più asciutto. Un altro ancora parlava di come trascorreva il tempo e tirava fuori dalla tenda un libro bagnato dall’umidità. Poi si vedeva una enorme mensa di un qualche ente dove potevano avere un pasto caldo.

Dalle interviste si apprendeva che erano persone del buon ceto medio americano a 100 mila euro di reddito l’anno che fino ad ieri avevano condotto una vita decorosa e magari piena di gratificazioni, non si erano fatti mancare nulla e che, dall’oggi al domani, si erano trovati in mezzo ad una strada, naufraghi, senza più niente, costretti a svendere tutto a cominciare dalla casa per pagare il mutuo e liberarsi dai debiti. Ingegneri, dirigenti, persone altamente specializzate si sono visti all’improvviso franare la terra sotto i piedi ed hanno cominciato ad affondare, a perdersi nella società americana senza trovare un appiglio a cui appoggiarsi, una qualche solidarietà.

Mi è capitato qualche tempo fa di leggere come negli Usa esista una stratificazione rigidissima di classi sociali che attraversa tutti i ceti. Se appartiene ad un gruppo sociale che guadagna trentamila dollari l’anno ed hai una promozione che ti consente di guadagnarne cinquantamila non puoi restare dove eri e mettere da parte l’aumento ma devi assolutamente spenderlo. Deve cambiare casa, quartiere, club, frequentazioni, tutto dal momento che se sei promosso e conservi le tue vecchie abitudini, non cambi auto. girone di appartenenza, diventi un pesce fuor d’acqua malvisto dal suo vecchio e dal suo nuovo ambiente.

Insomma esiste una pressione regolatrice che ti costringe a vivere appena appena con i mezzi che hai ed ad essere sempre indebitato ed al massimo alla pari. Un meccanismo di controllo sociale dei ceti attraverso l’occhio dei consumi al quale è difficile sottrarsi senza diventare una sorta di “curiosità” sociale, un “originale”. Quante delle centinaia di migliaia di persone che vivono nelle tende, nei camper, nelle baracche riusciranno a salvarsi? Quante nuotando controcorrente e prese per le gambe dalle sabbie mobili della miseria potranno rivedere il benessere in cui erano immerse fino ad ieri?

Colpisce la solitudine, lo scenario di assoluta indifferenza sociale in cui sono abbandonati. Il dolore, le lacrime dei naufraghi sociali non commuovono nessuno. Nella nazione che controlla l’intero pianeta con le sue basi militari, gli oceani con le sue possenti costosissime portaerei, che spende miliardi e miliardi di dollari per finanziare guerre colonialistiche in Iraq, in Afghanistan, cresce la fascia della popolazione in miseria.

Ieri, in situazione “normale” erano quaranta milioni di americani che vivevano quasi allo stato nomade in roulottes e camper, oggi sono molti, molti di più. Tutti sono privi di assistenza sanitaria e di quelli che in Europa si chiamano “ammortizzatori sociali” ed hanno la funzione di tenere a galla mentre si cerca una nuova occupazione.

Molti giornali hanno spacciato per socialismo gli aiuti che gli Usa hanno dato con molta generosità alle banche. Si tratta di una profanazione linguistica: sarebbe socialismo se gli aiuti fosse stati indirizzate alle persone, alle famiglie, alle vittime del mercato predone. Si spaccia anche per cogestione lo intervento del sindacato dell’auto nella salvezza della Chrisler.
Epifani è in ammirazione estatica davanti al fenomeno del sindacato americano che assume il 55% della nuova multinazionale Chrisler-Fiat.

Dovrebbe essere più prudente. Non sono stati resi pubblici i tagli dei salari e del welfare aziendale imposti ai lavoratori. Questo taglio brutale della condizione dei dipendenti della Chrisler è stato fatto con il consenso del Sindacato che ha fatto balenare la prospettiva dei licenziamenti. Non credo che il 55 per cento che il Sindacato ha della azienda appartenga ai lavoratori.

Non si tratta di azionariato operaio ma di un pacchetto detenuto e proprietà del Sindacato e cioè di una organizzazione da molti anni non più controllato dai suoi iscritti con enormi problemi di democrazia e partecipazione. Un tipico prodotto della società americana che ha criminalizzato il socialismo, il sindacalismo autonomo e conflittuale con il padronato e che ha regole interne che consegnano tutto il potere al gruppo dirigente.

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