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“Mio figlio non va bene a scuola”

di Pino De Luca
da www.aprileonline.info

È stata reintrodotta la regola delle scuole di classe: sei nato pezzente andrai in scuole sfigate, se sei bravo possiamo anche darti una scuola decente, magari privata con borsa di studio ma diventerai qualcuno o qualcosa solo se sarai anche buono e servile, utile e accondiscendente. Se invece sei intelligente e studioso ma pensi con la tua testa hai due scelte, fare il pezzente intelligente e colto oppure te ne vai all’estero

“Mio figlio non va bene a scuola!” Parole quasi sussurrate, quasi nascoste dal pudore di un insuccesso condiviso, quasi segnate da una auto attribuzione di responsabilità storica e presente.
È difficile per un professore immaginare che esistano ancora persone così, tanto difficile quanto entusiasmante averle per amiche. Uscivo da una di quelle inutili riunioni sul nulla che periodicamente siamo chiamati a svolgeree, stavolta per decidere della adozione dei libri di testo secondo i nuovi parametri messiin circolazionene dalla trimurti Brunetta- Gelmini-Tremonti.

Norme sostanzialmente insensate quanto le precedenti ma nelle quali vi è qualcosa di razionale: i libri di testo li possono cambiare solo i docenti delle classi terminali e in relazione alle classi iniziali. Significa sostanzialmente che, nella mia scuola, un docente della quinta decide cosa si usa nella terza dell’anno successivo ma solo trascorso un sessennio (sei anni) dall’adozione del testo.
Significherebbe che un docente, come il sottoscritto, che ha solo le classi terza e quarta, non dovrebbe partecipare alla decisione.

Naturalmente, appena si introduce una norma razionale esiste sempre un dirigente che ne trova una applicazione tanto stupida quando fastidiosa. Sicché si è costretti a ricompilare tutte le schede di tutti i testi in uso, anche quelli classici che, vivaddio non cambieranno mai. Sono anni che qualche collega di lettere è costretta a riscrivere per l’ennesima volta la scheda della divina commedia che nessuno compra più se non per gusto personale, sono generazioni che si scambiano il medesimo libro. Ma così va la scuola, quella buona attenzione.

Ve ne è una di peggiore che alloggia nel cranio libero di alcuni Ministri, una scuola nella quale non importa nulla degli allievi ma solo dei bolli, dei permessi di soggiorno e della dichiarazione dei redditi. È stata reintrodotta la regola delle scuole di classe: sei nato pezzente andrai in scuole sfigate, se sei bravo possiamo anche darti una scuola decente, magari privata con borsa di studio ma diventerai qualcuno o qualcosa solo se sarai anche buono e servile, utile e accondiscendente.

Se invece sei intelligente e studioso ma pensi con la tua testa hai due scelte, fare il pezzente intelligente e colto oppure te ne vai all’estero. Questo è. Se vi piace e se non vi piace. E ringraziate Iddio che, grazie al Presidente Fini (sic!), è stato levato il marchio agli immigrati.
E ieri, a Brindisi, c’era il BAMS e leggo sui giornali di opinioni diverse su questa giornata che i ragazzi si autogestiscono.

E leggo anche che qualcuno osa porre critiche ai giovani di oggi, al loro disinteresse, alla loro leggerezza e vacuità, alla loro “sindrome di Peter Pan”. E leggo di invocazioni di una scuola severa e severissima, come una volta, come quella nostra, delle manolate e dei ceci sotto le ginocchia. Una invocazione al sadomaso da parte di rimbambiti vestiti da educatori.

Talmente rincitrulliti dalle loro certezze che dimenticano che i ragazzi sono figli degli adulti e se fanno cazzate da qualcuno le avranno pure imparate. E se non ne fanno e semplicemente si divertono vuol dire che hanno abbastanza sale in zucca da distinguere il grano dalla lolla. Un po’ di raziocinio per chi viene dalla “scuola di una volta.” Ricordiamoci che “l’educazione di un tempo” ha fatta in modo che questo paese, in un secolo solo, conoscesse, tranne rare e brevi parentesi, le ere di Giolitti, Mussolini, Andreotti e Berlusconi.

“Mio figlio non va bene a scuola.” E se avesse ragione? E se davvero lo studio fosse “otium”?
È difficile convincere i ragazzi a studiare, molto difficile. Hanno il mondo contro. Basta rammentarsi che la gran parte dei genitori considera i docenti sostanzialmente dei “falliti” (chi non sa fare nulla insegna ve lo ricordate?), che appena una persona si esprime in italiano corretto e esprime pensieri in una forma rigorosa diventa “accademico e noioso”, che gli italiani sono dei gran lettori di giornali di gossip ma raramente usano sfogliare un libro senza figure, che, nella storia, la cultura e lo studio hanno portato, nel migliore dei casi, miseria e, più spesso, esilio, prigione, tortura e rogo. Difficile che un padre convinca un figlio dell’utilità dello studio, difficile anche per un professore. Ma forse una cosa può aiutare i padri e i professori.

Forse può essere utile rammentare che lo studio può permettere ai figli di non fare gli stessi errori dei padri e agli allievi di superare i loro maestri. Ecco, questo mi viene da dirti, mio caro piccolo giovane amico, lo studio non è altro che il prezzo che, gioiosamentee, si paga perché l’umanità possa continuare a progredire, nonostante e alla faccia di Giolitti, Mussolini, Andreotti e Berlusconi.

Non credo di averti convinto immediatamente, ma un piccolo inutile professore semina e spera che qualcuno di quei semi sfugga ai parassiti e alle erbe infestanti che satrapi e matrone televisive spargono a tonnellate, che un seme si salvi dai pesticidi cosparsi da maestri del non-pensiero che vendono un mondo di pacchi. Se uno solo di questi semi germoglia vedrai che la scuola non sarà più solo un luogo brutto e noioso nel quale l’unica attrazione è una macchinetta tanto stupida quanto colorata che vomita, a gettone, improbabili merendine e misteriose pozioni. Forse vedrai la tua scuola.

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