Home Politica e Società PUO’ L’EUROPA SOPRAVVIVERE AL COLLASSO GLOBALE ?

PUO’ L’EUROPA SOPRAVVIVERE AL COLLASSO GLOBALE ?

di Franco Berardi “Bifo”
da www.rekombinant.org

Place de l’Europe, a Parigi, è una piazza sopraelevata in cui le rue de Vienne, di Londres, di Saint Petersburg e di Costantinopoli, fantasmi imperiali del passato si incontrano in un luogo senza fascino. A Bologna hanno costruito una porta d’Europa. E’ un orrendo casermone in forma di ponte di fronte all’entrata della Fiera, in una zona deturpata dallo stile Lega-Coop. Chi viene da nord-est, lungo via Stalingrado se la trova di fronte a un certo punto dove impedisce di vedere la collina di San Luca.

L’immagine d’Europa è frigida per definizione. L’estetica europea ha un carattere asettico ed anti-passionale di cui è facile comprendere le ragioni: l’Europa è nata anzitutto come esorcismo contro le passioni del nazionalismo. In questo trova la sua radice progressiva. Dimenticare il romanticismo è l’imperativo costitutivo dell’Unione europea. Il mito fondativo è cancellato nella memoria europea. L’otto maggio è giorno festivo in Francia, ma in Italia pochi sanno cosa è successo l’otto maggio del ’45.

In un articolo sul Belgio come metafora d’Europa Eve Charrin parla della crisi di identità che perseguita il Belgio come metafora della crisi di identità che perseguita l’Europa dalla sua origine, e che oggi rischia di divenire paralizzante (La vertige vertige de l’Europe, ESPRIT, mars avril 2009). “Non è un caso né un’aberrazione, scrive Charrin, se il centro d’Europa è un piccolo paese diviso in due, dall’identità indefinibile, la cui sopravvivenza è problematica…. Lungi dall’essere un’incongrua arretratezza al cuore di un’Europa moderna, la dislocazione del Belgio è ultramoderna.”

Ma il punto essenziale del ragionamento svolto da Eve Charrin è un altro: “L’Europa è la pace, l’Europa è la prosperità. Questi luoghi comuni dei vertici europei indicano che i valori delle gilde fiamminghe sono quelli della modernità europea.” L’estetica europea rispecchia questo sentimento pragmatico, senza retorica. “Granito, vetro e cemento, espressioni di un potere di deprimente neutralità architettonica.… Qui, al centro nevralgico d’Europa, sta il grado zero dello spazio pubblico. Questa modestia senza grazia è un modo di pretendere che non si faccia della politica, ma della gestione.” La tesi di Eve Charrin è interessante e lucida, descrive bene la storia d’Europa degli ultimi decenni.

L’ identità d’Europa consiste nella prosperità. Finché ha potuto garantire un livello di prosperità crescente nel tempo, fin quando la rigida legge monetarista ha permesso all’economia di crescere, l’Europa ce l’ha fatta. Ma adesso? La costruzione europea ha preferito identificarsi con l’immagine funzionale dei banchieri piuttosto che attraverso l’adesione a progetti politici, a grandi visioni ideologiche, a personalità carismatiche. Finora ha funzionato ma ora è il momento di chiedersi: sopravviverà l’Europa al collasso finanziario ormai avvenuto e ai rivolgimenti economici che si sono avviati dal momento che l’unico elemento unificante è stata l’architettura finanziaria?

La costruzione europea è una finzione democratica regolata da un organismo autocratico, la Banca Centrale Europea. Mentre la Fed e la Banca d’Inghilterra hanno abbassato i loro tassi praticamente a 0% la BCE li ha abbassati soltanto all’1.25%. Mentre la Fed nel suo statuto ha l’obiettivo della stabilità dei prezzi e del pieno impiego, lo statuto della BCE ha un unico obiettivo: evitare l’inflazione, anche se questo comporta una caduta dell’occupazione.

Questa paura dell’inflazione è oggi del tutto irrazionale dato che la tendenza è verso una deflazione. Ma questa politica non può essere influenzata dalla volontà della popolazione, dal momento che per statuto la BCE non risponde alle autorità politiche. Per questo i cittadini considerano le elezioni europee come un momento in cui regolare affari interni, una sorta di sondaggio sulle scelte politiche nazionali. E’ evidente a tutti che il Parlamento europeo non ha alcun potere sulle questioni sociali ed economiche, dunque non conta nulla.

Paradosso: la costruzione europea ha seguito una linea direttrice a livello economico: diventare come gli Stati Uniti d’America. Ridurre la spesa sociale, ridurre il costo del lavoro, ridurre le tasse, favorire il profitto d’impresa. Ma ora che il modello americano viene abbandonato negli Stati Uniti d’America, può l’Europa insistere nel suo solitario fanatismo neoliberista?
Se paragoniamo l’atteggiamento della Banca europea e del ceto politico dei paesi europei con l’atteggiamento dell’amministrazione americana, la differenza è evidente.

La coscienza americana ha registrato la drammaticità della situazione. Una riflessione radicale è iniziata nel mondo intellettuale americano, sulle riviste, sui quotidiani intelligenti. La coscienza europea invece respinge l’evidenza. Continua a considerare indiscutibile il dogma della privatizzazione, del rigore dei bilanci, della riduzione del costo del lavoro. Persiste dogmaticamente nella direzione che ci ha portato qui.

Il problema è che la coscienza dei movimenti si è spenta, in Europa. Non esiste più né il movimento della pace, né il movimento anti-corporation, che pure fiorì nei primi anni duemila, da Bologna NoOCSE a Praga no WTO Genova NoG8. Non esiste più in’intellettualità capace di prendere la parola, di fare proposte coraggiose, di dire la verità.

Impressionante la differenza tra la vivacità e l’immaginazione dell’intellettualità americana, se paragonata alla viltà, al cinismo, all’apatia degli intellettuali degli scrittori dei giornalisti europei.
Su TIME (non propriamente una fanzine radical) è uscito un servizio di Kurt Andersen che si chiama the End of Excess (Why the crisis is good for America) in cui si dice fra l’altro: “Non fingiamo di non aver visto che questa crisi si è preparata da lunghissimo tempo.”

E ancora: “Quelli di noi che sono abbastanza vecchi da ricordare la vita prima che cominciassero i ventisei anni della baldoria, passeranno probabilmente il resto della loro vita a cercar di affrontare le conseguenze – nell’economia, nella politica economica, nella cultura e nella politica, con la deformazione e la lacerazione delle nostre vite quotidiane.” Questo scrive Kurt Andersen su Time.

E John Tirman, in un articolo apparso in The American Scholar, si interroga su quale sia una possibile reinvenzione della frontiera nell’epoca presente (The Future of the American Frontier). Il mito della frontiera, che è stato centrale nella formazione e nell’evoluzione della civiltà americana appare oggi consunto, da quando il globalismo ha cancellato l’esistenza stessa delle frontiere. Ma quel mito fa oggi fallimento, con il collasso dell’economia globale, e con la crisi dell’egemonia militare statunitense. “Se il mondo è la nostra ostrica non c’è più bisogno di regole né di limitazione delle aspettative. Per quattrocento anni quest’ideologia promossa dalla chiesa e dallo stato, dai media dalle scuole e dalla cultura popolare, ha nutrito l’eccezionalismo americano che alimenta arroganza e spreco e guerra. “

E allora? si chiede Tirman. E allora, insinua, forse la nuova frontiera è quella che ci porta oltre la società della crescita e del consumo, verso un ripensamento radicale che riporti l’America all’umiltà pionieristica dei primi coloni. “La risposta alla domanda: quale frontiera adesso? può essere il ritorno all’umiltà della prima frontiera.” Traducendo potremmo dire che la frontiera che oggi l’America deve superare è la frontiera stessa del capitalismo.

Due processi si intrecciano all’orizzonte degli Stati Uniti: la crisi dell’egemonia militare e la crisi finanziaria. Sono due processi che si alimentano a vicenda. L’indebitamento illimitato
su cui gli americani hanno fondato la loro economia è stato possibile grazie all’egemonia politica e al ricatto militare. Ma le disfatte politico-militari in Iraq, Afghanistan, Russia, Sudamerica hanno sgretolato la forza di ricatto di cui la potenza americana disponeva. Alcuni commentatori sollecitano un maggiore coraggio keynesiano da parte dell’Amministrazione. Per esempio Paul Krugman incalza quotidianamente il Presidente per suggerirgli un maggiore coraggio nel dirottare risorse verso la domanda attraverso un prelievo fiscale sui redditi alti.

Krugman ha ragione, ma alcuni dubitano che il keynesismo possa essere applicato con successo alla crisi di questi mesi. Scrive Paul Craig Roberts sulla rivista Counter Punch:
“La politica macroeconomica ha oggi di fronte due sfide nuove. Nel 21 secolo l’economia americana è andata avanti grazie all’espansione del debito dei consumatori, non attraverso aumenti veri di reddito. I consumatori sono sommersi da debiti e mutui… Le politiche monetarie non sono di grande aiuto dato che i posti di lavoro americani sono stati delocalizzati. Dato che la produzione è all’estero aumentare la domanda significa stimolare la produzione in Cina e in altri paesi.”

In un intervento dal titolo Financial Katrina David Harvey scrive: “Il problema per gli USA oggi sta nel fatto che il paese parte da una posizione di indebitamento cronico verso il resto del mondo (ha preso in prestito più di due miliardi di dollari al giorno durante gli ultimi dieci anni), e questo pone un limite economico sulle dimensioni di un extra debito (questo non era un problema per Roosevelt che cominciò con un budget abbastanza equilibrato).”
Lo stesso Harvey aggiunge che in questa situazione la sola misura che potrebbe aiutare l’economia americana sarebbe una riduzione della metà della spesa militare e uno spostamento di quelle risorse verso grandi lavori di ricostruzione delle infrastrutture americane.

Ma è evidente che Obama non ha la forza politica per imporre questa soluzione perché dovrebbe affrontare un’opposizione violentissima del partito repubblicano, e la resistenza di buona parte del suo stesso partito. Il pragmatismo post-partisan che Obama dichiara di professare è il metodo politico migliore in una situazione come questa perché riconosce l’esaurimento delle ideologie novecentesche (liberismo e socialismo) e si predispone realisticamente a registrare l’evidenza: che il dispiegamento delle potenze produttive e intellettuali richiede un abbandono dell’economia finanziaria legata al predominio immediato del profitto, e che la stessa forma del salario non è più in grado di misurare le forme immateriali dell’attività.

Mentre il pensiero americano sta cercando di prendere seriamente le misure alla trasformazione che si sta svolgendo, il pensiero europeo sembra incapace di immaginare alcunché. La classe dirigente europea non deflette minimamente dalle politiche monetariste e neoliberiste, né sul piano ideologico né sul piano degli interventi economici e monetari.

Riduzione del costo del lavoro, privatizzazione dei servizi, privatizzazione del sistema educativo – questa rimane la linea di marcia della classe dirigente europea. Il paradosso è che questa cecità sta producendo effetti di protezionismo, e conflitto tra stati nazionali. In Europa, territorio delle innumerevoli radici, il processo di deterritorializzazione tecnologica produttiva e culturale provoca controeffetti di riterritorializzazione ideologica, psichica e securitaria.

Pensiamo a come ci sembrava di poter vedere il rapporto tra Europa e Stati Uniti solo qualche anno fa. Il paese di Bush era entrato in un’epoca torva di oscurantismo e di aggressività mentre l’Europa sembrava aprirsi in un processo di inclusione pacifica. Oggi le cose sono del tutto rovesciate. Mentre gli Usa di Obama affrontano la crisi con la consapevolezza di un salto di qualità eccezionale che segna la fine dell’egemonia americana, e costringe a immaginare orizzonti nuovi, l’Europa non ha dimostrato fino a questo momento alcuna comprensione della radicalità della crisi.

Non sto parlando solo delle reazioni dei governi nazionali e della banca europea. Non sto parlando neppure del conformismo e del servilismo degli intellettuali europei. Parlo proprio dell’incapacità della società europea, e dei movimenti che ne esprimono l’autonomia, di elaborare una prospettiva indipendente dal destino delle vicende nazionali.

In un articolo dal titolo “A continent adrift”, un mese fa Paul Krugman diceva che, per quanto preoccupante sia la situazione economica americana, quel che più lo preoccupa è il destino d’Europa. La crisi è destinata infatti a colpire l’economia europea non meno di quella nordamericana, ma la differenza tra le due situazioni secondo Krugman sta nell’incapacità europea di elaborare una risposta unitaria alla crisi. L’Unione si è costituita e consolidata come processo essenzialmente finanziario di coordinamento e omogeneizzazione delle politiche economiche e oggi questo piano si sgretola. Questo sgretolamento può aprire la voragine del nazionalismo e della guerra civile interetnica.

In un’intervista a Le Monde del 19 aprile, Dani Cohn Bendit parla di una “rinazionalizzazione delle politiche economiche e dei comportamenti”. I segni del ritorno al protezionismo sono tanti e così evidenti che il richiamo all’unione e la condanna del protezionismo son diventati ritornelli retorici. Occorre ripensare la ragione e la finalità del processo europeo, e il crollo rovinoso del liberismo dovrebbe condurre in quella direzione, anche se per il momento non se ne vede la possibilità. Il discorso dominante resta dominato dal pregiudizio monetarista, il patto di stabilità permane come una sorta di dogma burocratico che blocca ogni conversione in senso sociale delle economie nazionali.

Solo un movimento europeo può salvare il continente da una deriva oscura. Ma il movimento finora, non ha avuto altra idea dell’Europa se non quella di rifiutarla (resistenza delle componenti vecchio-comuniste) o esaltarla (Cohn Bendit, Negri). Il problema è come modificarne la direzione per la sua propria salvezza, per la salvezza di quanto di positivo l’Unione ha comunque rappresentato. Quel che occorre in Europa è un movimento capace di portare la coscienza collettiva all’altezza del simbolo Obama. Guattari avrebbe detto che Obama è un fattore di ri-semiotizzazione universale che ridefinisce l’intero campo dell’immaginazione mondiale.

Non sappiamo cosa farà Obama, né quale siano le sue linee strategiche, probabilmente non lo sa neanche lui. Probabilmente sarà costretto a piegarsi al potere delle corporation e del sistema militare. Può darsi. Ma Obama rappresenta il simbolo, l’unico simbolo attuale, che una rottura è possibile nell’ordine della percezione, dell’immaginazione, e del linguaggio. Obama rappresenta la consapevolezza di essere entrati in un passaggio in cui solo l’intelligenza tollerante condurrà il pianeta fuori dal disastro. In Europa questa consapevolezza non vuole esistere. Gli intellettuali sono stanchi. Ma in qualche punto del continente questa coscienza deve pur formarsi, coagularsi, iniziare a connettersi.

Non basta più la motivazione originaria su cui è nata l’Unione europea: risolvere il secolare conflitto tra le nazioni, instaurare una logica fredda della compatibilità finanziaria. Questa motivazione ha funzionato nei decenni passati ma ora non funziona più. L’estetica d’Europa va ripensata, e quindi la sua percezione sociale. L’orizzonte nuovo che i movimenti possono indicare all’Europa è quello della decrescita felice e della riduzione generalizzata del tempo di lavoro. Re-investire l’energia sociale che la recessione deprime, verso una riattivazione del corpo emozionale della società europea. Un’Europa che investe le sue risorse verso un processo proliferante e generalizzato di auto-formazione e di terapia, di cura della singol
arità.

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