Home Politica e Società I BANCHIERI PERDONO I PRIMI PEZZI: CADE IL SEGRETO BANCARIO

I BANCHIERI PERDONO I PRIMI PEZZI: CADE IL SEGRETO BANCARIO

di Ilvio Pannullo
da www.altrenotizie.org

Dopo il no alle torture, la chiusura di Guantanamo, l’alleggerimento dell’immorale blocco ai danni di Cuba ed una svolta netta sul finanziamento pubblico della ricerca sulle cellule staminali, ecco un nuovo colpo di scena portato a segno dal Presidente Barak Obama: Svizzera e Lussemburgo hanno accettato di ammorbidire il segreto bancario e di adeguarsi alle norme dell’Ocse. Non avevano scelta. Per anni erano riusciti a resistere alle pressioni internazionali, ma la crisi finanziaria ha reso improvvisamente esigenti, oltre agli Stati Uniti, la Francia e la Germania. Di più: intrattabili. Ed era ora. In tempi duri come quelli che si stanno vivendo tutti hanno bisogno di soldi, l’America più di ogni altro, e ora che le casse sono vuote bisogna cercarli ovunque si trovino. Nella sola Svizzera è depositato oltre un terzo della ricchezza mondiale, quasi tutta al riparo da occhi indiscreti. La storia di questi ultimi mesi ci racconta di un paese, gli Usa, che da tempo cercava un pretesto: le infelicissime vicissitudini dell’Ubs lo hanno fornito.

Ciò nonostante i servizi del presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz, che dirige il Dipartimento federale delle finanze, tengono a precisare – non a caso sono svizzeri – che hanno preso nota del piano “ambizioso e atteso” di Obama, ma ritengono che sia troppo presto per inquietarsi delle possibili ricadute. La nuova offensiva del presidente statunitense in materia fiscale, fanno sapere, non preoccupa la Svizzera. Per il Dipartimento federale delle finanze essa prende di mira innanzitutto i cittadini e le aziende Usa. “Non si tratta di un attacco specifico contro la Confederazione”, secondo una portavoce del DFF. Ci mancherebbe altro, verrebbe da aggiungere. Non sia mai che qualcuno, chiunque esso sia, vada a chiedere conto agli svizzeri di qualcosa. Ma in cosa consiste questo spauracchio giuridico che cozza contro ogni ragionevole principio del vivere civile?

Il segreto bancario – si deve sapere – è un segreto professionale, assimilabile a quello di medici o avvocati, che vieta a chi lavora o ha lavorato in una banca di fornire informazioni a terzi. Una definizione legale del segreto bancario è contenuta nell’Articolo 47 della Legge federale sulle banche e Cassa di risparmio della Confederazione elvetica. Il segreto bancario svizzero è certamente il più conosciuto. Con regole e normative questo principio è però presente in molte altre nazioni europee (Lussemburgo, Austria, Principato di Monaco, San Marino, Liechtenstein, Andorra e in forma diversa anche in Gran Bretagna) e soprattutto in piccoli stati del centro America (Bahamas e Panama in particolare) e in Asia, dove il segreto bancario è poco regolamentato e in cui le banche occidentali hanno massicciamente aperto filiali estere per sfruttarne i vantaggi finanziari. L’esempio più comune è la possibilità di effettuare operazioni back-to-back o di aprire Trust e fondazioni che complicano le possibilità di risalire ai nominativi dei titolari di una società in caso di rogatorie internazionali. In altre parole, se hai soldi che scottano loro ti danno una mano.

Ma veniamo ai fatti. Gli agenti delle tasse hanno scoperto che la banca svizzera Ubs aiutava i contribuenti americani a frodare il fisco e Obama, senza rispettare il normale iter giudiziario con la Svizzera, ha messo Berna con le spalle al muro: fuori i nomi o salta la licenza bancaria all’Ubs, che sarebbe stata così condannata al fallimento. E siccome la Confederazione non può permettersi di far fallire la sua banca più importante, ha ceduto, aprendo la strada ad altre rivendicazioni, in particolare da Parigi e Berlino, che non aspettavano altro.

Il presidente americano ha infatti annunciato, lunedì scorso, le prime mosse di una riforma destinata a lottare contro l’evasione fiscale e la delocalizzazione degli impieghi, con l’obiettivo di risparmiare 210 miliardi di dollari in 10 anni. La portavoce del Dipartimento federale delle finanze Delphine Jaccard, tuttavia, ha puntualizzato all’Agenzia Telegrafica Svizzera che: “Per il momento si tratta di un annuncio del Presidente Obama, che deve essere concretizzato”. Pare insomma che la partita non sia ancora del tutto chiusa. Dopotutto sarebbe stato inimmaginabile, se non del tutto utopistico, aspettarsi un atteggiamento arrendevole della Svizzera su di un argomento – quello del segreto bancario – che ne ha fatto una delle nazioni più ricche e più potenti del mondo. Già, perché come insegnano gli antichi generali cinesi spesso è più decisivo, per l’esito favorevole di un conflitto, conoscere un solo segreto inconfessabile del nemico piuttosto che disporre di giganteschi eserciti. Loro di segreti inconfessabili ne conoscono tanti. Sarà per questo, forse, che non dispongono neanche formalmente di un esercito nazionale.

Va detto tuttavia che, per una volta, Stati Uniti ed Unione europea hanno trovato facilmente un’intesa. Donde l’ultimatum: adeguarsi o finire sulla lista nera dei paradisi fiscali. Il Liechtenstein ha ceduto subito; Svizzera e Lussemburgo sembrerebbe invece abbiano intenzione di resistere. Bisognerà vedere a prezzo di cosa. Vienna formalmente non si è ancora espressa, ma il suo sì è scontato. L’accordo dovrebbe tuttavia salvare le apparenze: nessuno dei tre Paesi abolirà il segreto bancario, ma salterà la distinzione tra elusione e frode fiscale, che aprirà la via alla cooperazione giudiziaria anche in caso di inchieste riguardanti il mancato pagamento delle imposte. Insomma: se le autorità di un Paese chiederanno informazioni sull’esistenza di conti all’estero le otterranno più facilmente, mentre fino ad oggi trovavano la porta sistematicamente sbarrata.

L’accordo fra Svizzera e Unione europea (UE) del 2004 sulla frode fiscale va dunque rinegoziato: ne è convinto il commissario UE alla fiscalità, Lázló Kovács, che nei prossimi mesi intende chiedere un mandato in questo senso al Consiglio dei ministri dell’UE. In una conferenza stampa a Bruxelles Kovács si è detto “sicuro al 100%” di riuscire a ottenere il via libera dai ministri. La Commissione europea intende introdurre nella nuova intesa gli standard dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) relativi allo scambio, fra vari paesi, di informazioni fiscali. Kovács ha fatto l’esempio dell’accordo che l’UE sta attualmente trattando con il Liechtenstein.

L’orientamento di Bruxelles si scontra, però, pesantemente con la strategia scelta dal Consiglio federale. In un’intervista pubblicata domenica dalla “Sonntags Zeitung” Micheline Calmy-Reyw, Presidente della Confederazione Elvetica nel 2007, ha affermato che la Svizzera non ha “nessuna ragione” per rinegoziare l’accordo in questione. “Il Consiglio federale ha deciso di applicare le nuove regole in materia di assistenza amministrativa nel quadro di accordi di doppia imposizione negoziati di volta in volta con ognuno dei paesi partner”, ha spiegato Calmy-Rey, aggiungendo di dubitare che la Commissione europea riesca a convincere tutti i 27 stati membri. “Non sono sicura che tutti i Paesi dell’Ue siano pronti ad abbandonare nelle mani di Bruxelles le loro competenze in materia fiscale”, ha dichiarato.

È evidente che le posizioni attuali sono del tutto inconciliabili. Specie con la Germania. Il ministro delle Finanze Peer Steinbrück pretende da tempo concessioni infatti ancora più ampie sul segreto bancario. “Se le direttive Ue fossero estese a tutti i redditi da capitale – ha dichiarato il ministro – Berlino lo scorso anno avrebbe incassato da Berna due miliardi di euro di imposta alla fonte. In realtà, la Germania nel 2008 ha ricevuto 80 milioni soltanto”. Steinbruck, basandosi su informazioni in suo possesso, ritiene che “nelle banche elvetiche siano custoditi 200 miliardi di euro appartenenti a cittadini tedeschi”.

E, puntualizzazione non da poco, senza pressioni internazional
i, afferma ancora il ministro in un’intervista del 13 aprile, “non sarebbe stato possibile costringere i paradisi fiscali a rispettare gli standard stabiliti dall’Ocse”. Ed è questa l’ultima incognita: la Germania si accontenterà o pretenderà, in tema di segreto bancario, da Lussemburgo, Austria e Svizzera la resa totale?

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