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Com’è dura la Terrasanta

di Iaia Vantaggiato
da www.ilmanifesto.it

Benedetto XVI in Giordania e Israele. Tra cristiani in difficoltà, diffidenza ebraica e rabbie islamiste

Sarà più facile ottenere la pace in Medio Oriente o richiamare all’ordine e all’unità le anime sempre più litigiose di un episcopato cattolico (occidentale) che – diviso com’è tra conciliaristi riformatori e anticonciliaristi reazionari – sembra ormai tenere in ostaggio il Santo Padre?
La domanda, va da sé, è retorica. Vero è che il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa (la Terra del Santo come la chiamano gli ebrei, denominazione che andrebbe mantenuta se davvero si tiene al dialogo interreligioso) pone una serie di questioni che vanno ben al di là della «semplice» visita ufficiale di un pontefice nei «luoghi di Cristo». La terza visita, per la cronaca, dopo quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II.

Nel corso della prima, era il 1964, il Vaticano non aveva ancora riconosciuto lo stato di Israele tanto che quel nome – Israele appunto – da papa Montini non fu mai pronunciato né un saluto venne mai rivolto all’allora presidente israeliano Shazar. Era lo stesso anno in cui nasceva l’Olp. A Giovanni Paolo II toccò invece subire, nel 2000, l’ostilità di numerosi arabi cristiani e musulmani ma ciò non impedì il successo della sua missione. Nell’immaginario ebraico del neonato secolo, papa Wojtyla resta infatti il pontefice che maggiormente ha sostenuto il processo di riconciliazione cattolica con il popolo ebraico, affermando con esso un legame speciale e condannando il peccato dell’antisemitismo in maniera più che determinata. Ma l’11 settembre era ancora di là da venire e con esso la fobia antislamica.

Adesso in Medio Oriente arriva Benedetto XVI. E sulle sue spalle, a differenza dei suoi predecessori, si abbattono le frustrazioni dei cristiani che in Terra Santa si sentono stranieri e che il pontefice invita a resistere costruendo scuole e ospedali, l’ostilità degli estremisti islamici che invitano il papa a impedire qualsiasi forma di proselitismo religioso in Afghanistan minacciando «gravi conseguenze» in caso contrario. Nonché quella degli oltranzisti israeliani che dall’emittente radiofonica «Israel Nation» (organo dei coloni) lanciano pesanti insulti contro Benedetto XVI definendolo «l’ex giovane nazista» che viene in Israele da «crociato» per chiedere agli ebrei «di svendere parte della Terra Santa alla sua Chiesa». Questa la pancia vera del Medio Oriente.

Checché ne possa scrivere l’Osservatore Romano che pomposamente titola: «Un pellegrinaggio nel rispetto dei diritti di ogni popolo». O checché ne possa pensare l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Mordechay Lewy che parla di «evento storico», si dichiara ottimista rispetto ai rapporti con la Chiesa cattolica ma che comunque ne profitta per denunciare le «provocazioni» di quei cristiani arabi che – come quei ragazzi che a papa Ratzinger hanno fatto indossare la ‘kefiah’ – avrebbero promosso una «campagna ostile» al viaggio del papa e alla missione pacificatrice di cui si sarebbe fatto portavoce.

Arrivato ad Amman, Benedetto XVI ha riaffermato la centralità del ruolo della Chiesa nel processo di pace in Medio Oriente garantendo il sostegno a «posizioni realmente ragionevoli» e, rivolgendosi al re Abdullh II di Giordania, ha espresso profondo rispetto per la comunità musulmana rendendo omaggio «al ruolo guida svolto da Sua Maestà nel promuovere una migliore comprensione delle virtù proclamate dall’Islam». Quindi ha aggiunto: «Sono qui anche per portare avanti il dialogo con gli ebrei nonostante i malintesi che sono comunque inevitabili quando per duemila anni si è stati separati».

Tutto bene non fosse che da Israele arriva una precisa richiesta di chiarimento: è ora che il pontefice, senza mezzi termini o revoche di scomuniche, pronunci una chiara condanna del negazionismo. Il ministro degli Affari religiosi ha pertanto scritto a Benedetto XVI una lettera in cui esprime la «speranza» dei sopravvissuti allo sterminio nazista che «sua eccellenza condanni chiaramente i negazionisti dell’Olocausto e i sostenitori dell’antisemitismo, diversi dei quali si dicono fedeli alla sua chiesa». Il caso Williamson – o Lefebvre che dir si voglia – resta dunque una mina sempre pronta ad esplodere nelle mani del papa, dovunque esso si trovi. Una mina che certo non basterà una visita in medio Oriente a disinnescare.

Perché, questo è il punto, del conflitto israelo-palestinese – che è primariamente conflitto politico – anche il Vaticano (che è Stato sovrano e non solo Chiesa) è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Inappropriato sarebbe il richiamo ai silenzi di Pio XII nel corso della seconda guerra mondiale ma ben più appropriato sarebbe giudicare inopportune – perché inutili – le parole pronunciate ieri da Joseph Ratzinger alla vigilia dell’incontro dei leader israeliani e palestinesi con il presidente Usa Barack Obama.

Dice il papa che la Chiesa può contribuire al processo di pace su tre livelli: con la preghiera che «apre a Dio e può agire nella storia e può portare alla pace»; con la «formazione delle coscienze» per evitare che siano «ostacolate da interessi particolari»; con la «ragione: non essendo parte politica più facilmente possiamo aiutare a vedere i criteri veri e ciò che serve realmente alla pace». Tutto ciò non significa nulla perché le questioni di cui si parlava all’inizio possono riassumersi in fondo in un’unica questione: il Vaticano – nonostante quello che afferma il papa – è «parte politica». In Italia come all’estero. Oggi come ieri. E una visita allo Yad Vashem o un omaggio al re di Giordania non servono a pulirne la coscienza.

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