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I 227 migranti deportati nelle carceri libiche?

di www.redattoresociale.it

Quello che per Maroni è un «risultato storico», per l’Acnur è un «serio problema». Cosa succederà ora alle 227 persone deportate in Libia senza identificazione e senza possibilità di chiedere asilo?

Né a Malta, né a Lampedusa. Sono stati riportati in Libia i 227 emigranti e rifugiati – tra cui 40 donne – soccorsi ieri a circa 35 miglia a sud est di Lampedusa dalle autorità italiane. Dopo una giornata di infruttuose trattative con il governo maltese sulla responsabilità dei soccorsi, l’Italia ha strappato a Tripoli il consenso per la riammissione in Libia dei naufraghi.

Nessuno dei passeggeri è stato identificato, nessuno degli eventuali minori non accompagnati è stato tutelato, nessun rifugiato è stato messo nelle condizioni di chiedere asilo politico, e nessun medico ha verificato le condizioni di salute dei naufraghi. Prassi che sulla terra ferma sono obblighi previsti dalla legge. Ma non in mare aperto, a quanto pare.

Se Maroni ha rivendicato quanto accaduto come «un risultato storico» nel contrasto all’immigrazione irregolare, forte perplessità è stata espressa dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite [Acnur]. La portavoce Laura Boldrini dichiara infatti: «Le persone riportate in Libia non sono state messe in condizioni di fare domanda d’asilo».

Già perché nel corso del 2008, il 75 per cento di chi è stato intercettato nelle acque del Canale di Sicilia ha fatto domanda d’asilo e la metà ha avuto un permesso come rifugiato o per protezione internazionale. «In Libia non esiste un sistema di asilo, non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra – continua Boldrini – e se questo accadimento diventerà una prassi, si porranno seri problemi per la fruizione del diritto d’asilo in Europa».

Che cosa succederà ai migranti respinti in Libia? Le condizioni di detenzione sono definite inumane e degradanti anche dai rapporti di Human rights watch e Amnesty international. Il documentario «Come un uomo sulla terra», di Segre, Biadene e Yimer – girato in Italia nel 2007 con interviste a un gruppo di rifugiati etiopi – descrive bene le torture imposte ai detenuti, le umiliazioni continue e il clima di violenze gratuite da parte della polizia libica, in particolare contro le donne.

In Libia la prassi è la detenzione arbitraria, senza nessuna convalida da parte di un giudice, e senza nessuna possibilità di fare richiesta d’asilo politico una volta in carcere. Le condizioni di detenzione sono estremamente precarie, sporche e sovraffollate. I trasferimenti nei vari campi di detenzione avvengono all’interno di container dove vengono stipate fino a 200 persone.

Gli stessi camion sono utilizzati in alcune circostanze per le deportazioni verso la frontiera sud della Libia, al confine con il Niger e il Sudan, dove gli emigranti vengono abbandonati in mezzo al deserto, in prossimità dei posti frontalieri. Il periodo di detenzione può essere di pochi giorni per i cittadini egiziani e tunisini, che per la vicinanza geografica dei propri paesi di norma vengono presto rimpatriati. Ma può anche arrivare a durare anni.

È il caso ad esempio dei 700 eritrei detenuti da tre anni nel carcere di Misratah. Si tratta perlopiù di disertori dell’esercito eritreo, che si trova a presidiare la frontiera con l’Etiopia in una situazione di tregua armata, e di oppositori politici. In Italia normalmente gli eritrei ricevono l’asilo politico o un permesso di protezione internazionale. In Libia marciscono in campi di detenzione finanziati dall’Italia e dall’Unione europea.

La stessa Unione europea, il cui Parlamento, nell’aprile del 2005 adottava una risoluzione di condanna del governo italiano proprio per una serie di deportazioni collettive in Libia praticate dall’ottobre 2004 al marzo 2005 con voli dall’isola di Lampedusa a Tripoli.

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