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Mettere i piedi nelle scarpe altrui

di Paola Meneganti

dalla mailing-list [R-esistiamo]

Una questione ineludibile. Rispetto ai fenomeni migratori, chi si dice progressista perlopiù si affanna ad esprimersi così: quasi che uno sguardo asettico, sociologicamente orientato potesse avere più vigore argomentativo. Non è infrequente ascoltare, sempre tra i progressisti, chi dice: bisogna aiutare i Paesi poveri direttamente, così limitiamo la voglia di migrare dei loro abitanti. Se solo si sapesse di che cosa si sta parlando.

Se solo provassimo a mettere i piedi nelle calzature di un qualsiasi Abdul che vuol fuggire dall’Afghanistan, o di un Hassan che vede al di là dello stretto braccio di mare che divide la sua Tunisia od il suo Marocco dalle nostre coste, tutto quel mondo che capta da anni con la sua TV e che lo ha fatto sognare sogni struggenti, o di un M’beki che vuol fuggire dalla miseria nera, dalle violenze, dalle guerre continue dell’Africa centrale. Se solo ascoltassimo il racconto di Willi, operaio specializzato ma anche uomo tuttofare che ha passato dieci anni della sua vita tirando a campare in tutti i Paesi del suo Sudamerica, fino a tentare la strada dell’Europa, o alle Liudmille, alle Galine dell’Europa dell’est, famiglie povere alle spalle che chiedono loro una prospettiva. E così, mille altre storie, mille parole, mille desideri, in cerca di vita, di pane, di lavoro, di un barlume di speranza, di una promessa di felicità. Che non sappiamo perché non ascoltiamo. E perché, popolo senza cultura e senza memoria, ci siamo dimenticati dei milioni che sono partiti dalle nostre terre per andare migranti in tutto il mondo, con le stesse identiche facce povere e la morte nel cuore.

Ora, l’attuale governo, con scelta disumana e feroce decide di rimandare direttamente in Libia i barconi dei derelitti, dei poverissimi, dei senza niente, dei ultimi degli ultimi, dei più miseri della terra, quasi terra essi stessi, che tentano di attraccare alle coste del nostro Paese. C’è un ministro che se ne gloria. C’è un governo, quello libico, che si fa comprare anche un pezzo di sovranità, accettando che le nostre navi pattuglino le sue acque territoriali.

In Libia, nei campi profughi dalle condizioni di vita spaventose. Donne e uomini piagati dalla vita, derelitti, che magari hanno impiegato anni per attraversare i deserti e giungere alle coste lambite dal Mediterraneo. Il nostro mare che una volta era culla di civiltà. Che ora è un’immensa bara e un teatro di violenza inaudita, di ingiustizia, di rifiuto dell’umanità. Non più il naufrago Ulisse che viene soccorso, lordo di alghe e di sale, irsuto e spaventoso, dalla pietà della dolce Nausicaa. Ma neppure il buon Samaritano: che ha compassione di un ferito, gli si fa vicino, dice il Vangelo, ed è bellissima questa espressione, lo cura, lo porta in una locanda e prega l’albergatore di occuparsene.

Da noi, oggi, le parole d’ordine sono respingere, rifiutare: forse la peggiore offesa che un essere umano possa fare ad un altro. Infatti ci si può suicidare, come Mabruka Mimuni, all’interno del Centro di identificazione ed espulsione (capito che nome?) di Ponte Galeria. Stanotte, 227 migranti, secondo comunicazioni del Viminale, sono stati “avvistati al largo di Lampedusa e ricondotti in Libia”. Operazione ignobile sotto il profilo umano – rimandati indietro senza cercare di capire chi fossero, perché fossero lì, come stessero, se ci fossero malati, bambini, donne incinte, trattati come rifiuti tossici, anzi peggio dei rifiuti tossici, che in questo bel Paese a volte vengono accolti volentieri perché sono remunerativi. Operazione condotta in totale spregio delle norme che tutelano i richiedenti asilo dal refoulement (art. 33 della Convenzione di Ginevra e art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani). Ben sapendo che la Libia non ha una procedura di asilo e non ha sinora offerto alcuna garanzia di protezione.

Mi vergogno di essere cittadina di un Paese che ha un ministro (Roberto Maroni) il quale dichiara: che si tratta di un “risultato storico”: “Le nostre motovedette stanno attraccando a Tripoli restituendo cittadini extracomunitari partiti dai porti libici”. Restituendo: abbiamo letto bene. Come merce scadente, come cibi scaduti. Vergogna e infamia, anche nel linguaggio.

Siamo tutti complici del fatto che esseri umani vengano trattati come spazzatura, lasciati tra lacrime, sofferenze e pericolo di vita. Siamo tutti complici del fatto che ci commuoviamo quando vediamo i bambini dalle pance gonfie alla TV e poi non muoviamo un dito di fronte a questa vergogna inenarrabile.

Ci meritiamo solo l’invettiva di Primo Levi: “vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.».

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