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Il Vietnam di Obama

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info

Obama ha annunciato che entro l’estate le truppe americane (tra cui diverse migliaia provenienti dall’Iraq) dovrebbero raggiungere le 60.000 unità, raddoppiando gli effettivi dell’inizio dell’anno, in aggiunta ai circa 35.000 uomini del contingente internazionale ISAF. Gli avvicendamenti nella catena di comando che sono stati annunciati dal ministro della difesa Gates, sono il termometro di una nuova strategia aggressiva

“Non possiamo combattere con una mano legata dietro la schiena”. L’ha detto nei giorni scorsi l’ex generale James Jones, attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama. Si riferiva alle critiche – diciamo meglio all’indignazione – pervenute da tutto il mondo e perfino dal presidente afgano Hamid Karzai per la strage di 150 civili provocata da un bombardamento americano nella provincia di Herat. Inizialmente, come sempre succede in questi casi, i comandi militari hanno negato di avere colpito civili, per poi ammetterlo, seppure dando numeri inferiori. Dopodiché è arrivata la dichiarazione di Jones che dimostra come, al di là delle parole di rincrescimento di routine, il governo americano intende procedere su questa strada.

E qual è la strada che il consigliere Jones, il ministro della difesa Gates (e quindi presumibilmente il presidente) intendono perseguire? A pochi giorni dal suo insediamento Barack Obama aveva annunciato l’intenzione di concentrare lo sforzo bellico sull’Afghanistan nel tentativo di sconfiggere i talebani che negli ultimi anni hanno preso il controllo di regioni sempre più vaste del paese e consentito ad Al Qaeda di installarsi stabilmente. Obama ha annunciato che entro l’estate le truppe americane (tra cui diverse migliaia provenienti dall’Iraq) dovrebbero raggiungere le 60.000 unità, raddoppiando gli effettivi dell’inizio dell’anno, in aggiunta ai circa 35.000 uomini del contingente internazionale ISAF.

Ma questo non basta a spiegare il cambiamento di strategia. Più illuminanti sono gli avvicendamenti nella catena di comando che sono stati annunciati dal ministro della difesa Gates. Il generale David McKiernan, che attualmente comanda sia le truppe USA che quelle ISAF, sarà sostituito nei prossimi giorni dal generale Stanley McKrystal e, per la condotta quotidiana della guerra, dal generale David Rodriguez. McKiernan era soprattutto un generale da tavolino, aveva avuto compiti di comando in Europa e nella Nato, ed era stato scelto per guidare la coalizione multinazionale in Afghanistan quando sembrava ancora che le operazioni potessero volgere al meglio. Ora invece che la situazione è nettamente peggiorata, a vantaggio dei talebani, viene sostituito da McKrystal, un generale da battaglia, già comandante delle forze speciali, cui si deve tra l’altro l’uccisione di Abu Musab al-Zarkawi, il capo di Al Qaeda in Mesopotamia. Ad affiancare McKrystal, il generale Rodriguez, anche lui un duro, già comandante della 82a aviotrasportata, una delle divisioni di punta dell’esercito americano.

La strategia sembra quindi essere di passare decisamente all’attacco, con truppe fresche e comandanti che non guardano tanto per il sottile, che non sono disposti a combattere “con una mano legata dietro la schiena”. La prima conseguenza sarà che le vittime civili aumenteranno, seguendo un modello che è quello di tutte le guerre asimmetriche, in cui un esercito regolare, di uomini in divisa, si scontra con guerriglieri in abiti civili frammisti alla popolazione civile: se vuoi uccidere i primi devi colpire la seconda. Non ci sono altre vie di uscita.

Ma è davvero così? O meglio, questa strategia riuscirà finalmente a sconfiggere i talebani e a liberare finalmente l’Afghanistan dopo ben otto anni di guerra? Ora, i problemi dell’Afghanistan sono sostanzialmente due: il primo sono i talebani, indubbiamente fanatici nel loro fondamentalismo e feroci nelle tecniche di guerriglia, che però godono dell’appoggio – più o meno estorto con le minacce – di gran parte della popolazione civile. Il secondo problema, altrettanto grave, è il governo Karzai: corrotto, inefficiente e incapace di assicurare la sicurezza della popolazione, per non parlare di un minimo di amministrazione civile.
Nei recenti incontri a Washington con il presidente pakistano Asif Ali Zardari e con Hamid Karzai Barack Obama non ha nascosto la sua insoddisfazione per la situazione nei due paesi confinanti dove l’insurrezione talebana cresce su entrambi i lati del confine mettendo in reale pericolo la stabilità dei due regimi. Obama ha invitato entrambi i presidenti ad intensificare gli sforzi militari contro la guerriglia fondamentalista (“abbiamo un nemico comune” – ha detto – “Al Qaeda”) e a migliorare i servizi per la popolazione, annunciando stanziamenti per vari miliardi di dollari per le infrastrutture e altri progetti civili.

Ma è difficile che questa nuova complessiva strategia politico-militare riuscirà ad invertire la situazione. Il fatto è che la guerriglia talebana non è un fenomeno di breve respiro e ha radici profonde sia in Pakistan sia in Afghanistan. I talebani sono di etnia pashtun, che rappresenta il 40 per cento della popolazione afgana e una importante minoranza di quella pakistana. Occupano tutto l’Afghanistan centro-sud-orientale e il Pakistan occidentale, una regione unitaria divisa in epoca coloniale da un confine arbitrario (la linea Durand) cui gli abitanti non hanno mai danno molta importanza.

Non tutti i pashtun appoggiano i talebani, soprattutto non vedono di buon occhio gli “estremisti arabi” di Al Qaeda infiltrati tra di loro. Allo stesso tempo la corruzione e l’inefficienza dei rispettivi governi insieme agli attacchi indiscriminati delle forze armate americane stanno sospingendo sempre più i pashtun verso la guerriglia talebana. Ed è questa la ragione (non militare) del suo successo. Il governo pakistano, quello afgano e i comandi militari americani sembrano ora intenzionati a contrastare la guerriglia con più decisione, ma l’inevitabile brutalità (già se ne sono viste le conseguenze nella provincia pakistana di Swat) di questa escalation militare finirà con l’alienare strati sempre più vasti della popolazione dagli americani e dai rispettivi governi, e favorire i talebani.

Sta per iniziare, anzi già è iniziata, una nuova spirale di repressione-resistenza-repressione, secondo il modello tipico di tutte le guerre di guerriglia che non ha mai portato (dalle Filippine al Vietnam all’Iraq) alla vittoria nessun esercito regolare. Non vorremmo che anche Barack Obama, nonostante tutte le sue promesse di cambiamento, seguisse questo vecchio, fallimentare modello, con la conseguenza che l’Afghanistan potrebbe diventare il suo Vietnam.

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