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Il buonismo e la legge

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info

Da alcuni anni, a causa di conflitti endemici nei paesi africani subsahariani (in particolare Nigeria e Corno d’Africa), l’Italia è stata investita da una ondata anomala di richiedenti asilo di molto superiore al passato. Per quanto elevati, tuttavia, si tratta di numeri in linea con quelli di altri paesi europei e sensibilmente inferiori in percentuale a quelli dei paesi del Nordeuropa, che, a differenza del governo italiano, non gridano all’emergenza e continuano civilmente ad applicare la Convenzione del 1951 e le proprie leggi

Personalmente confesso di non aver molta simpatia per il buonismo, se con questa espressione si intende una politica basata sui buoni sentimenti. Penso che gli uomini buoni fanno (o dovrebbero chiedere ai loro rappresentanti di fare) leggi buone e giuste, dopodiché non è più questione di bontà, ma di applicazione della legge. Non è per bontà che un poliziotto interviene per sventare un crimine, né che un vigile del fuoco rischia la propria vita per spegnere un incendio. Non è per bontà che i nostri “eroici marinai” (così vengono rappresentati nei servizi televisivi) soccorrono i profughi sulle loro carrette del mare. Tutti costoro forse sono anche buoni, ma non è per bontà che fanno quello che fanno, bensì per dovere, cioè perché obbligati dalla legge (o dalle convenzioni internazionali del mare), cosicché se non lo facessero la legge li punirebbe Dopodiché a tutti loro dobbiamo la nostra gratitudine, noi che normalmente ci occupiamo d’altro, cioè dei fatti nostri.

Larga parte di ciò che noi oggi intendiamo per Stato è precisamente questo: l’avere spostato dalla sfera della morale a quella del diritto una serie di attività di protezione, di soccorso e di solidarietà che in precedenza erano affidate all’iniziativa e alla carità individuali, cioè alla bontà delle persone. Così nascono i diritti costituzionalmente protetti, così nascono i diritti legati alla persona, alla protezione della sua libertà, dignità, libero sviluppo, sicurezza.

Con questo stesso obbiettivo di tutelare i diritti universali dell’uomo sanciti nella Proclamazione del 1948 (e in altre costituzioni nazionali) fu stilata nel 1951 la Convenzione di Ginevra per la protezione dei rifugiati che impegnava tutti gli stati contraenti a soccorrere le decine di milioni di profughi senza casa e spesso senza patria, perseguitati e privi di ogni bene, che percorrevano le strade dell’Europa devastata dalla guerra.

Con la fine del comunismo e poi con le guerre balcaniche il problema si è riproposto: anche in questo caso milioni di profughi hanno cercato di ricostruirsi una vita in qualche paese della più prospera Europa occidentale. Molti di loro cercavano (e cercano) di emigrare per ragioni economiche, ma molti altri, soprattutto dai Balcani, dalla ex-Yugoslavia e dall’Albania per fuggire a guerre civili e a persecuzioni etnico-religiose.

Negli anni 2000 il problema è diventato globale. Oggi non riguarda più (se non in piccola parte) l’Europa, ma gruppi umani provenienti da tutto il mondo, coinvolti in guerre e in guerre civili, perseguitati per i più diversi motivi nei paesi d’origine e che cercano altrove la possibilità di costruirsi una nuova vita.

Anche l’Europa è investita da questo flusso di rifugiati, ma – è bene ricordarlo – in misura minima rispetto ad altri continenti o parti del mondo. L’Alto commissario per i rifugiati calcola che dei circa 4.800.000 profughi che oggi si trovano fuori dai rispettivi paesi (i profughi interni sono molti di più), quelli che nel 2008 hanno chiesto asilo in uno dei 27 paesi dell’Unione Europea sono circa 290.000 – una percentuale di appena il 6 per cento del totale. E’ vero che rispetto a due anni fa c’è stato un aumento del 13 per cento, ma la cifra attuale è sempre molto inferiore a quella della metà degli anni ’90 quando era di circa 600.000 richiedenti asilo.

E’ anche vero che tra i paesi europei l’Italia ha avuto il maggiore incremento (+122 per cento), ma l’Italia partiva anche da una posizione di netto “vantaggio”, con meno della metà dei richiedenti asilo di Francia, Regno Unito e Germania e (in base alla popolazione residente) e di un sesto di paesi piccoli e medio-piccoli come la Svezia, la Norvegia, il Belgio e anche la Grecia. Tuttavia, ancora a fine 2008 i circa 31.200 richiedenti asilo in Italia sono inferiori a quelli della Francia (35.000), più o meno gli stessi del Regno Unito e nettamente superiori solo a quelli della Germania (che però negli anni passati ha dovuto assorbire un altissimo numero di rifugiati provenienti dall’Esteuropa e dalla Turchia). Mentre continuano ad essere molto inferiori a quelli dei paesi nordeuropei, per non parlare di Cipro e Malta dove – là sì – vi è una situazione drammatica con percentuali dieci volte superiori a quelle dell’Italia.

Da questi dati si possono trarre alcune considerazioni. Primo: da alcuni anni, a causa di conflitti endemici nei paesi africani subsahariani (in particolare Nigeria e Corno d’Africa), l’Italia è stata investita da una ondata anomala di richiedenti asilo di molto superiore al passato. Per quanto elevati, tuttavia, si tratta di numeri in linea con quelli di altri paesi europei e sensibilmente inferiori in percentuale a quelli dei paesi del Nordeuropa, che, a differenza del governo italiano, non gridano all’emergenza e continuano civilmente ad applicare la Convenzione del 1951 e le proprie leggi. Insomma, non vi è alcun motivo perché il problema dei rifugiati non possa essere affrontato con normali strumenti di intervento e nel rispetto delle leggi italiane e delle convenzioni internazionali.

Secondo: gli strumenti per intervenire esistono e sono stati messi a punto negli anni passati. Sono fondamentalmente le 15 commissioni provinciali per il riconoscimento del diritto d’asilo, ciascuna presieduta da un prefetto, assistita da agenti di polizia e dei servizi segreti, medici, esperti e interpreti traduttori. Queste commissioni vanno potenziate o aumentate per sbrigare più celermente l’accresciuto numero di casi che debbono esaminare. Allo stesso tempo è inimmaginabile (come invece è stato proposto da alcuni esponenti del Partito democratico) di trasferirle in Libia o in qualche altro paese per svolgervi lì il loro lavoro di cernita tra immigrati per ragioni economiche (che non hanno diritto di entrare nel nostro paese) e richiedenti asilo (che questo diritto ce l’hanno). Si tratta di un lavoro lungo e complesso, che richiede l’analisi di ogni singolo caso (la Convenzione del 1951 vieta il rifiuto del diritto di asilo in massa), che deve essere svolto continuativamente e che è destinato a durare anni, se non decenni.

(E’ anche ridicolo pensare che una persona perseguitata e impaurita, che fugge dalle autorità locali o da gruppi armati, possa recarsi un bel mattino presso lo “sportello diritto d’asilo” di un consolato italiano, presentare la propria domanda e poi tranquillamente aspettare – per giorni o settimane – che venga esaminata. E se poi non viene accolta? E se lo ammazzano quando esce dal consolato?)

In conclusione, si tratta di compiti complessi sul piano organizzativo, ma che un paese sviluppato come l’Italia è sicuramente in grado di svolgere dotandosi delle risorse aggiuntive necessarie. Ogni allarmismo a questo riguardo è pretestuoso e maschera (ma non nasconde) un atteggiamento di rifiuto della legalità internazionale, cioè degli obblighi cui l’Italia è soggetta, non per il buon cuore dei suoi governanti, e tanto meno dei suoi cittadini, ma in forza delle convenzioni che ha liberamente ratificato. Gli immigrati e i rifugiati che giungono in questo paese debbono certamente rispettare le sue leggi, ma in primo luogo le debbono rispettare i suoi governanti.

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