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Per favore non uccidete la mia mamma

di Anna Toro
da www.peacereporter.net

I bambini e le guerre lontane. A Londra si manifesta per i bimbi di Gaza

I grandi occhi neri di Fatima sembrano tristi e spaventati. Con la mano sinistra si aggrappa timidamente al cappotto della madre. Nell’altra mano tiene invece un cartello che mostra l’immagine di un bimbo morto tra le braccia del padre e la scritta in basso: “Fermate l’uccisione dei bambini”. Fatima ha solo sei anni, ma non è l’unica bambina presente alle numerose proteste a Londra contro l’attacco israeliano a Gaza di dicembre, proteste che continuano ancora oggi a cadenza regolare. Gabriel, otto anni, porta sulla schiena un bambolotto pieno di sangue finto, tutto avvolto in un fagotto in cui ha scritto: “Per favore, non uccidete la mia mamma”. Al contrario di Fatima, lui è molto combattivo e non smette di gridare slogan insieme alla folla.

Viene difficile non chiedersi cosa passi per la mente di questi bambini e quanto realmente capiscano riguardo ad un argomento così terribile come la guerra. “I bambini vedono immagini di guerra ogni giorno in tv e nei giornali, e così mia figlia”, racconta Sarah Salmi, 33 anni e madre della piccola Fatima. “Spesso la bambina si accorge anche quando noi genitori siamo turbati da quelle immagini e vuole sapere cosa sta succedendo. Io cerco sempre di rispondere in un modo che non la traumatizzi, ma allo stesso momento non me la sento di mentirle”.

Caroline Nicholson, ex insegnante e ora coordinatrice del programma Scuola della sezione inglese dell’organizzazione non governativa Warchild, è d’accordo con lei. “Non bisogna nascondere la verità ai bambini perché capiscono molto più di quello che pensiamo – afferma – Naturalmente dipende dall’età, ma è sempre meglio essere onesti, ovviamente usando le opportune cautele: bisogna innanzitutto rassicurarli del fatto che le guerre sono lontane e che loro sono al sicuro. Contemporaneamente devono capire che ciò che vedono in tv non è un film, la guerra esiste. Noi della sezione Scuola di Warchild, ad esempio, ci serviamo moltissimo dei casi di studio, di esperienze di bambini veri, per rendere i conflitti più reali e aiutare i piccoli a relazionarsi con essi”.

Come suggerisce il suo ruolo nell’organizzazione internazionale, Caroline Nicholson è avvezza a questi argomenti: il suo compito principale è infatti supervisionare le relazioni con gli insegnanti e promuovere i “programmi per i cittadini” rivolti soprattutto ai bambini delle scuole elementari. Un altro consiglio che dà a maestri e genitori è di non enfatizzare il conflitto e soprattutto di non presentarlo come senza speranza. “Bisogna mostrare ai bambini le possibili soluzioni e tutto ciò che possiamo fare per ridurre le sofferenze dei popoli in guerra – continua. – Ed è proprio per questo che anche la partecipazione dei piccoli alle manifestazioni è così importante. Bisogna permettere loro di esprimere le proprie opinioni, di essere parte anche della protesta politica. E’ molto importante per la loro formazione come cittadini. Certo, hanno bisogno di essere informati nel modo giusto, cosa che spesso non accade. I genitori schierati, ad esempio, devono stare molto attenti: la sincerità è sempre essenziale, ma senza fomentare odio o rancore”.

Nicholson spiega anche che, soprattutto i bambini più piccoli, possono rimanere molto confusi dall’argomento e addirittura spaventati. “Le loro reazioni – afferma – possono includere la curiosità, vogliono conoscere quante più cose possibili e a volte sono interessati dai dettagli più strani. Molti naturalmente provano rabbia, orrore, sgomento. Ma soprattutto, la maggior parte di loro reagisce con un entusiasmo incredibile quando capiscono che possono fare qualcosa in prima persona per arginare tutta questa sofferenza”.

La dottoressa avverte anche di fare attenzione a coloro che reagiscono con menefreghismo o che ridono e scherzano su argomenti così gravi e importanti. “E’ una reazione normale, certi bambini infatti non sono in grado di affrontare l’argomento o non sono ancora maturi per verbalizzare e spiegare quello che provano e che hanno dentro. Insegnanti e genitori devono avere pazienza, capire che anche questa è una valida reazione e incoraggiarli a vedere il conflitto nella sua realtà. E qui entra in gioco l’utilità dei casi di studio”.

Quasi tutti gli psicologi, poi, suggeriscono di dotare i bimbi di carta e colori e di farli disegnare perché attraverso il disegno riescono scaricare la loro ansia e a ridimensionare le loro paure. Anche il gioco può essere terapeutico. “Giocare a un gioco di guerra è un modo per neutralizzarla” scrive ad esempio la psicologa Anna Oliviero Ferraris nel suo libro Le domande dei bambini. “E’ un modo per farli sentire attivi e per ridurre la sensazione di impotenza che provano quando guardano le immagini di guerra in tv”.

Intanto, Fatima sta ancora marciando insieme a sua madre. “La mia mamma mi ha detto che la guerra è molto lontana da Londra e che non ho niente da temere – dice quasi in un sussurro – ma forse se chiediamo la pace tutti insieme la pace arriverà davvero e tutti quei poveri bambini non soffriranno più”. I suoi genitori sono sicuri che, per una bambina così piccola, questo pensiero è più che sufficiente.

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