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EUROPA, EUROPA…

Articoli tratti da Confronti, mensile di “fede, politica e vita quotidiana”
www.confronti.net

Voto europeo, miopia italiana
di Iacopo Scaramuzzi

Come da trent’anni a questa parte, anche questa volta i partiti considerano le elezioni europee una specie di grande sondaggio per misurare i rapporti di forza. Ci accingiamo a votare con l’occhio rivolto alle nostre faccende nazionali, senza renderci conto dell’importanza crescente dell’Europarlamento. Concentrati sui bisticci nazionali e gravati da una crisi economica globale che richiederebbe un’Europa più unita, gli elettori, i partiti e i giornali italiani si avvicinano alle elezioni europee (6-7 giugno) immersi in una diffusa inconsapevolezza del peso crescente che, anche a causa di quella crisi, sta assumendo l’Europarlamento.

Certo, motivi di disaffezione al progetto europeo non mancano. Le ironie su di un’istituzione burocratica, grigia e lontana che misura la curvatura delle banane e spende i soldi degli eurocontribuenti per finanziare il trasloco di circa duemila tra eurodeputati, assistenti parlamentari, funzionari e traduttori, una volta al mese, da Bruxelles e Strasburgo e ritorno, per la sessione plenaria, poggiano, per quanto semplicisticamente, su dati di realtà. Così come, meno banalmente, le apprensioni per alcune normative che – dalla registrazione dei prodotti chimici industriali alle delocalizzazioni di impresa, al commercio con la Cina – rischiano di sacrificare sull’altare del liberismo economico tutele ambientali e posti di lavoro. E così come, ancor più fondatamente, la critica di chi ricorda che l’architettura europea è rimasta a metà, con una moneta unica e un’unica politica monetaria, nell’eurozona, a cui non corrisponde un’unica politica economica e sociale (per non parlare, allargando lo sguardo all’intera Unione europea, della cacofonia di ventisette diverse politiche estere e di difesa…). Problemi che – siano rimostranze euroscettiche, delusioni euroentusiaste o, più banalmente, perplessità diffuse – possono mescolarsi alle inquietudini nazionali e produrre l’intempestiva bocciatura della Costituzione europea, mandare al Governo, nei vari paesi, campioni di nazionalismo e caproni eurofobici, o indurre gli elettori a disertare le elezioni europee. Non è un caso, allora, che il tasso di astensionismo, al 37% nelle prime elezioni europee del 1979, non ha mai smesso di crescere, raggiungendo il 54,3% all’ultimo scrutinio del 2004.

Ipotesi, quella dell’astensione, tanto più concreta se il paese è l’Italia. Se, per mesi, gli unici motivi per cui si parla di europee è se si fa, o no, l’«election day». Se Franceschini ha invertito il calo di consensi del Pd o no. Se il Popolo della libertà risulterà «il partito degli italiani» o ancora no. Se è confermato il boom dell’Italia dei valori, se la Lega si conferma così gagliarda, e se i comunisti italiani escono anche dall’Europarlamento o superano la barra del quattro per cento e, morti a Montecitorio, risuscitano in Europa. Se sia indecente, o semplicemente ridicolo, che Berlusconi e Di Pietro si candidino capolista per un seggio che non occuperanno mai. Una diffidenza nei confronti delle urne – ancora – a cui offrono il destro le sciagurate scelte delle segreterie di partito che – salvo rare eccezioni – continuano a inzeppare le liste elettorali di trombati e portaborse, letterine e letteronze, Grandi vecchi ingombranti e ancor più ingombranti astri nascenti, volti tanto noti quanto incompetenti e personalità che poi, magari, lasciano Bruxelles in un battibaleno quando spunta a Roma un posto da sottosegretario o rispunta un contratto in Rai. Un astensionismo – infine – tanto più probabile dal momento che la tentazione di non andare a votare attecchisce, tra berlusconismo imperante e sbando nell’opposizione, anche tra chi non ha mai rinunciato a questo diritto-dovere. Che a votare, stavolta, ci vadano gli estoni e gli olandesi!

Turbamenti comprensibili, che prescindono, però, dalla cognizione esatta di cosa si vota. Che non considerano, ad esempio, che l’Europarlamento ha, ormai, un peso maggiore del Parlamento italiano. Il 60% delle leggi italiane, approssimativamente, sono, infatti, trasposizione di regolamenti e direttive approvate a Strasburgo. Peso, oltretutto, destinato a crescere. Per almeno quattro ordini di motivi. Primo, quando (e se) entrerà in vigore il nuovo trattato di Lisbona (la defunta Costituzione europea), aumenteranno le materie di competenza dell’Eurocamera. Già oggi (vedi scheda a pagina 13) il Parlamento europeo fa legge su questioni di ambiente ed energia, trasporto, diritti dei consumatori, mercati e finanza, salute e lavoro. In futuro aumenterà il suo potere relativamente ai trattati internazionali, alla nomina del presidente della Commissione e – fatto più rilevante – alla definizione del bilancio comunitario (quello, ad esempio, che muove la Politica agricola comune e i fondi strutturali alle regioni svantaggiate). Il trattato europeo, in secondo luogo, aumenta l’effettiva influenza dell’Europarlamento anche nelle materie su cui già è chiamato ad esprimersi. Se sinora, infatti, il voto degli eurodeputati in alcuni casi ha la valenza di un parere non vincolante, con l’estensione della cosiddetta «co-decisione», al momento di adottare una normativa i Governi nazionali non potranno più prescindere, di regola, dal parere del Parlamento europeo.

In realtà, già senza trattato – ed è il terzo motivo – gli europarlamentari hanno rosicchiato il potere della Commissione Ue a loro vantaggio. Lo si è visto con l’eclatante bocciatura di Rocco Buttiglione di cinque anni fa. Il trattato – né quello di Lisbona né quello di Nizza attualmente in vigore – non prevedeva questa possibilità, avveratasi, invece, grazie alle circostanze, al concatenarsi degli eventi e alla scaltrezza di alcuni eurodeputati di lungo corso. All’inizio di una nuova legislatura, in teoria, l’emiciclo di Strasburgo deve limitarsi a dare la sua approvazione dell’intera Commissione europea. Non potrebbe sindacare sul singolo candidato commissario. Ma il presidente designato della Commissione, il portoghese José Manuel Barroso, attribuì a Buttiglione il posto di commissario alla Giustizia e degli affari interni. Sebbene si tratti di un dicastero che, in realtà, non ha competenza in materia di discriminazione di genere, i deputati presero a pretesto le dichiarazioni sull’omosessualità rilasciate da Buttiglione durante le audizioni per rifiutargli il via libera, minacciando – se Barroso non li avesse presi sul serio – di far cadere l’intera Commissione. Il portoghese aveva, a quel punto, due alternative. O chiedere a Buttiglione di ritirarsi o spostarlo di dicastero. A sbarrare la strada a quest’ultima ipotesi fu Silvio Berlusconi, che, forse temendo guai con la giustizia di altri paesi dell’Unione europea o critiche europee sulle politiche di immigrazione (queste, sì, di competenza di quel dicastero), preferì rinunciare a Buttiglione che rinunciare a quella casella. E così, grazie a Berlusconi, il Parlamento europeo creò (con lo scambio tra Frattini e Buttiglione) il precedente di un’invasiva definizione della Commissione Ue e la democrazia europea uscì rafforzata…

C’è, infine, un quarto – e, forse, meno evidente – motivo per cui il Parlamento europeo è destinato ad essere l’istituzione più determinante dell’integrazione europea dei prossimi decenni. A causa – paradossalmente – della crisi economica mondiale. Provocata, principalmente, da un sistema finanziario ed economico gestito da investitori senza scrupoli né regole, gestita, al momento del crollo, dai governi nazionali, la crisi ha rimescolato le carte del cosiddetto «triangolo istituzionale» europeo. La Commissione europea – un tempo cuore federale dell’Europa, stimolo e, al contempo, partner dei Governi nazionali, l’istituzione che stila i progetti di legge
e, una volta discussi e approvati dall’Europarlamento e dalle varie capitali, li fa applicare – è ormai da anni in crisi di identità. Dall’epoca d’oro di Jacques Delors, l’esecutivo comunitario si è trasformato sempre più in un esecutore fedele dei desiderata dei Governi nazionali. Da regista a notaio. Facendo, oltretutto, due pesi e due misure tra paesi grandi e piccoli, tra nuovi entrati e soci di vecchia data. La crisi economica non ha fatto che sancire, agli occhi del Continente intero, questo dato di fatto. Sono stati i singoli Governi europei, e non la Commissione Ue, a tappare la falla. Monchi di un bilancio proprio, privi di una politica economica europea, stretti tra le regole del trattato di Maastricht e le decisioni della Banca centrale europea, Barroso e i suoi commissari si sono limitati ad assistere alle riunioni straordinarie tra leader europei, a registrare i loro consensi e dissensi, ad approvare quello che non potevano disapprovare. Il Consiglio europeo – la riunione, appunto, dei Governi nazionali dell’Unione europea, secondo vertice del «triangolo istituzionale» – è stato il vero deus ex machina della situazione. Ma è stato anche teatro di scontri tra concezioni inconciliabili dell’economia e della finanza.

Se alla fine la Merkel e Sarkozy, gli slovacchi e i britannici, i nordici e i meridionali hanno concordato interventi comuni, è però emerso, per l’ennesima volta, come sia difficile trovare compromessi tra ventisette paesi che – in economia e in politica estera, per tradizione culturale o per interne opportunità elettorali – portano a Bruxelles, ad ogni appuntamento, altrettante istanze diverse. Ora, tra impotenza della Commissione europea e litigiosità del Consiglio Ue, si apre uno spazio libero alla terza istituzione dell’Unione europea, l’Europarlamento. Unico organismo eletto direttamente dal popolo in un’Europa che manca di legittimità democratica, unico soggetto sovranazionale puramente politico nel quadro di una crisi economica che ha mostrato l’inettitudine di banchieri e finanzieri a gestire le sorti del mondo, unico attore che, di fronte all’emergere di problemi continentali, se non globali – dagli scioperi all’immigrazione, dal commercio estero al riscaldamento climatico – ha voglia e forza di emergere, di partecipare – a volte anche scompostamente – alle decisioni, di farsi sentire. Anche agli orecchi della provincia italiana.

Come colmare il «deficit democratico»
Giulio Ercolessi

Siamo in piena campagna elettorale. Non solo per una tornata amministrativa, ma anche per le elezioni europee che si terranno in giugno. Eppure di Europa non parla proprio nessuno. Anche questa volta, la settima da quando trent’anni fa abbiamo iniziato ad eleggere il Parlamento europeo a suffragio diretto, la campagna elettorale europea si svolgerà fra forze politiche nazionali in ventisette arene politiche nazionali, e sarà vissuta dalle classi politiche e dagli elettori più come un gigantesco sondaggio sul gradimento degli attori politici interni che come una vera e propria competizione politica. Qualcuno che parlerà di Europa alla fine ci sarà: saranno soprattutto i nemici dell’integrazione, le vestali delle «radici» e delle sovranità nazionali, i tromboni dei vecchi nazionalismi e quelli dei nuovi etnoregionalismi. E, assieme a loro, quei critici della globalizzazione che non capiscono che, per incidere sulle politiche del mondo globale, la dimensione europea è ormai la dimensione minima necessaria, quale che sia l’orientamento politico, economico, sociale o culturale che si voglia poi far prevalere nel processo democratico.

I partiti maggiori di quasi tutti i paesi europei, che hanno più ereditato che elaborato un orientamento genericamente favorevole all’integrazione, e che cammin facendo ne hanno largamente smarrito le ragioni, rimarranno in prevalenza afasici di fronte alle critiche della demagogia nazionalista ed etnoregionalista, o cercheranno di mostrare di condividerne alcune delle tesi e di apparire europei «equilibrati» e prudenti.

Così, ormai da anni, l’Europa si avvia, senza neppure averne la consapevolezza, verso un futuro di irrilevanza nel mondo globale. Un’irrilevanza simile a quella del Belgio nell’Europa della prima metà del Novecento: un paese universalmente considerato rispettabile (almeno una volta superati gli orrori più infami di uno dei peggiori colonialismi del secolo precedente), civilizzato, sviluppato, ma anche politicamente irrilevante. Nel secolo delle guerre mondiali e dei totalitarismi la sorte degli stati politicamente irrilevanti in Europa poteva anche essere la duplice devastazione bellica in trent’anni ad opera dei vicini che contavano militarmente.

Nel secolo della globalizzazione e dell’inebetimento mediatico strisciante degli elettori e delle classi dirigenti, probabilmente ai soggetti politicamente irrilevanti è riservata una sorte meno drammatica, ma un’analoga marginalizzazione. Singolarmente considerati, gli stati europei non sono più in grado da tempo di far valere nella sostanza che il ricordo, ormai patetico, di una passata sovranità – che quando era stata effettiva era stata spesso belligena e sanguinaria – e sono destinati a non contar più nulla nei destini politici del mondo: a subire la volontà dettata da altri interessi, altri principi, altri valori. Interessi, valori e principi per lo più non compatibili con quel nocciolo di patrimonio identitario ideale e concreto cui tutti o quasi tutti prestiamo ormai omaggio formale: il meno che si possa dire è che diritti umani, «rule of law», democrazia politica non sono proprio fra le priorità dei nuovi soggetti politici emergenti nel mondo globale. Non parliamo neppure del «modello sociale europeo» e delle sue grandi conquiste sociali novecentesche.

Qualunque sia l’indirizzo politico che gli europei vorranno far valere nei prossimi decenni, non saranno neppure realisticamente in grado di proporlo se non sapranno prima darsi un sistema politico democratico unitario. Un’Europa federale, dotata di un suo governo federale, di una sua politica estera, di una sua politica economica, di una sua Costituzione federale, non dovrebbe essere più considerata, come nell’immediato dopoguerra, l’ideale di un gruppo di idealisti visionari appena usciti da decenni di reclusione e di confino fascista, che li avrebbero separati dalla concretezza e dalle durezze della politica, ma ormai una semplice condizione di esistenza. Una condizione per poter perseguire qualunque politica. Continuare a far crescere territorialmente un’Europa meramente intergovernativa come quella attuale, senza cambiare le regole e al tempo stesso pretendere di avere una politica estera comune e di superare il «deficit democratico» è semplicemente una contraddizione in termini.

Se ogni decisione che conta continuerà a dover essere concordata fra ventisette governi, o più, in negoziati sostanzialmente internazionali, anziché essere assunta da organi europei legittimati democraticamente, ognuna di quelle decisioni non potrà che essere, nella sostanza, una decisione sottratta al normale procedimento democratico: al Parlamento europeo e agli stessi parlamenti statali non resterà poi che ratificare le scelte risultanti da quelle estenuanti trattative, o provocare gravi crisi «internazionali» e gettare l’Unione nella paralisi. La situazione attuale è la stessa che ci sarebbe se ogni decisione politica importante, in Italia, dovesse essere concordata volta per volta, all’unanimità, dalle nostre venti regioni, con i loro diversi interessi, le loro diverse priorità, le loro diverse maggioranze politiche: paralisi e deficit democratico sarebbero assicurati, nessuna politica estera o economica coerente sarebbe possibile.

Per colmare il «deficit democratico» ci vuole un sistema politico democratico europeo: per le materie per le quali è necessaria una decisione a livello europeo – cioè per la politica estera, per la politica economi
ca e monetaria, per le leggi sulla cittadinanza, per la garanzia dei diritti – ci vuole un decisore democratico europeo. Il Parlamento europeo deve esprimere un governo federale europeo, che sia responsabile davanti al Parlamento sulla base di una maggioranza politica. Gli elettori europei devono poter scegliere cioè, eleggendo il Parlamento europeo, la politica europea e il governo europeo dei cinque anni successivi. Come si fa in ogni sistema politico democratico.

Altrimenti ci si prende in giro. La patriottica difesa delle «sovranità nazionali» non ha nessun senso, perché quelle presunte sovranità dei singoli Stati europei sono state svuotate di significato già da molti decenni prima dell’inizio dell’attuale globalizzazione dei mercati: almeno da quando, dopo le due guerre mondiali, l’Europa ha cessato di essere il centro politico ed economico del mondo. Il «deficit democratico» è una caratteristica insuperabile di un’Europa sostanzialmente intergovernativa come quella attuale, in cui i governi statali pretendono di essere ancora loro a decidere su tutto quel che davvero conta nelle decisioni europee. La burocratizzazione delle istituzioni comunitarie è la conseguenza inevitabile della spogliazione del processo decisionale democratico ad opera dei governi. La qualità spesso mediocre del ceto politico è una conseguenza, anche, del fatto che la destinazione europea è considerata una seconda scelta, perché il potere che conta continua ad essere saldamente detenuto dai presuntuosi nanerottoli statali.

Gli italiani dovrebbero esserne consapevoli più di tutti gli altri. Solo perché gran parte delle decisioni che contano non è più nelle mani del peggior governo e della peggior classe politica d’Europa, solo perché la moneta non è più nella loro disponibilità, ci è stata finora risparmiata, nonostante la crisi globale, nonostante la «finanza creativa» governativa degli scorsi anni, la fine dell’Islanda.

Ma tutti gli europei dovrebbero svegliarsi, rendersi consapevoli che abbandonare nelle mani dei nuovi protagonisti globali le decisioni politiche ed economiche e l’influenza culturale e civile che ne deriva porterà a un arretramento e non ad un avanzamento delle conquiste democratiche, dei diritti civili, della democrazia, della sicurezza e dell’integrazione sociale. Andare avanti così ci porterà a una progressiva irrilevanza, a un’estinzione politica che non giocherà certo a favore di un mondo più equo, ma proprio all’estremizzazione degli aspetti negativi di una globalizzazione priva di regole che paradossalmente molti degli avversari dell’integrazione europea credono di poter combattere meglio con lo strumento patetico di una «sovranità» politica nazionale del tutto illusoria e ormai da tempo evaporata.

I diritti umani siano più forti del profitto
di Vittorio Agnoletto

A giugno si concluderà il mio primo mandato da parlamentare europeo: è tempo di bilanci. Una delle priorità del gruppo di cui faccio parte, il Gue/Ngl (Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica), nel quale sono stato eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista/Sinistra europea, è stato l’impegno per affermare la qualità del lavoro, i diritti dei lavoratori, sociali ed individuali. Abbiamo lottato affinché l’Europa adottasse una politica occupazionale basata su sicurezza e stabilità dell’impiego, formazione, tutela della rappresentanza sindacale, pari opportunità. La famigerata «direttiva Bolkestein» sulla liberalizzazione del mercato dei servizi è stata una sconfitta emblematica, a questo proposito: nonostante la nostra dura opposizione è stata approvata, nel 2006, con l’accordo tra i popolari (Ppe), i socialisti (Pse) e i liberali (Alde).

Ma c’è da riportare anche un risultato molto positivo: lo stop alla direttiva sull’orario di lavoro, che avrebbe potuto portare a settimane lavorative di 65 e perfino 78 ore. Grazie alla nostra battaglia in Parlamento e alla mobilitazione dei sindacati, lo scorso dicembre la direttiva è stata bocciata. Da segnalare come inizialmente i socialisti avessero mediato la loro posizione con i popolari, mentre il nostro lavoro è stato proprio quello di convincerli a votare «no».

La lotta per i diritti dei migranti è stata un altro nostro cavallo di battaglia. L’Europa che vogliamo non è una fortezza ma un luogo accogliente, che non vede i migranti solo come mera forza-lavoro e che, soprattutto, fa scelte coerenti nei rapporti commerciali col Sud del mondo. Perciò abbiamo avversato fino all’ultimo la cosiddetta «direttiva della vergogna», che nel giugno 2008 è stata approvata in prima lettura grazie ai voti favorevoli e di astensione provenienti dal Pse.

Quel testo ha sancito, tra l’altro, la detenzione nei Cpt fino a diciotto mesi, la reclusione anche per i minorenni e l’espulsione non solo verso il paese di origine ma anche verso altri stati. Anche in questo caso, per quanto riguarda gli italiani, mentre come Sinistra europea abbiamo votato contro la direttiva, il gruppo socialista si è spaccato e i parlamentari in quota ex Ds, così come gli ex Margherita, si sono astenuti. Ma le migrazioni non sono un fenomeno indipendente dagli accordi economici stipulati dall’Ue. È per questo che ci opponiamo strenuamente agli Epa (Economic partnership agreements), gli accordi di libero scambio che l’Europa vuole imporre a 77 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (Acp) secondo i peggiori dettami dell’Organizzazione mondiale del Commercio.

Gli Epa hanno come obiettivo la creazione di aree di libero scambio fra la Ue e gli Acp, quindi l’eliminazione di tutti i dazi doganali e delle barriere non tariffarie sulle merci importate ed esportate, la liberalizzazione completa dei servizi, la difesa degli investimenti delle imprese estere, l’instaurazione di un regime di tutela della proprietà intellettuale. Un modello economico destinato a rendere sempre più povera l’Africa e ad aumentare il numero di coloro che sono costretti ad emigrare.

Grazie alla mobilitazione della società civile a cui il sottoscritto e il Gue/Ngl hanno partecipato sia come sponde istituzionali che come attivisti, molti paesi Acp hanno per ora ottenuto degli accordi parziali che consentono di mantenere le preferenze tariffarie in vigore, ma la partita è ancora aperta e forte è la pressione delle multinazionali europee.

L’affermazione dei diritti umani sulle ragioni del profitto è stata il fil rouge e l’obiettivo del mio mandato; spero, nel mio piccolo, di avervi contribuito concretamente. Sono riuscito a far approvare a larghissima maggioranza la mia relazione sulla Clausola democratica negli accordi economici tra Ue e paesi terzi, che prevede in ogni accordo commerciale l’inserimento di precisi vincoli sul rispetto dei diritti umani, pena la rimessa in discussione dell’accordo stesso.

Dal 2004 ad oggi ci siamo inoltre spesi per la tutela dell’ambiente: a favore dell’energia rinnovabile, di trasporti pubblici di qualità, di una gestione pubblica dell’acqua, contro la riduzione della biodiversità, e per la messa al bando delle sostanze chimiche pericolose. E poi la battaglia contro la Tav sulla Torino-Lione, gli interventi contro le guerre e il riarmo, il rapporto con il movimento pacifista e altermondialista, la tutela dei consumatori e della privacy…

Posso dire senza timore di essere smentito che molto è stato fatto: il Parlamento europeo non è il «cimitero degli elefanti» che tanti credono; non per tutti, almeno. Il 70 per cento delle leggi italiane dipende direttamente da normative europee: è per questo che l’appuntamento con le elezioni europee, il 6 e 7 giugno, è fondamentale.

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