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Palestina. Non solo una preghiera

di Ali Rashid
in “il manifesto” del 14 maggio 2009

Ora come duemila anni fa, la Palestina ha il volto trasfigurato. Intreccia dimensioni locali, di area
ed internazionali, elementi religiosi e nazionali, narrazioni contrapposte, fatti compiuti che
esprimono il delirio di potenza accanto ad un’immane sofferenza. Che avvelenano l’umanità di
ciascuno e mettono a dura prova la ragione consigliando di voltare lo sguardo.
Al posto di un sogno laico, si è insinuata con il tempo l’attesa d’un messia. Ma un profeta qualsiasi
non basta, anche perché nel lontano passato molti profeti hanno fatto una brutta fine. Il male della
Palestina e di Gerusalemme non è una maledizione di qualcuno o di qualche entità in un momento
di rabbia o di sconforto. È la malvagità che si materializza in muri, colonie, occupazioni, pulizie
etniche, piombo fuso sugli inermi, campi profughi da sessant’anni, illegalità diffusa e perdita del
senso del limite. Un male oscuro colpisce le religioni facendo smarrire le misericordia di dio e degli
uomini. Anche la parola di dio viene divorata dall’acciaio. Il luogo ormai abbonda di religioni e
scarseggia di fede, i fedeli giubilano in modo pagano per la disgrazia dei loro fratelli e, in nome di
dio, augurano e preparano loro mali peggiori. Dio, penso – non sono un esperto – guarda con stupore
com’è inferocito l’uomo che avrebbe dovuto essere a sua immagine e somiglianza. Di fronte a
questo credo che ben poco possa fare un pontefice.
Che almeno stavolta ha detto cose precise. Anche se è nato in Germania durante la barbarie del
nazismo, sull’immane tragedia della shoah alla fine è stato chiaro. Come può del resto la chiesa non
esserlo su una millenaria discriminazione da essa stessa perpetrata? Parole certo sempre
insufficienti, perché per quel dolore immenso le parole non bastano.
Come palestinese attendo da lunghi anni che Israele dica molto meno su quello che ha fatto e che fa
nei confronti dei palestinesi. E se si guarda con attenzione non ci vorrà molto per capire che la
Palestina, e il suo popolo, devono sopportare il peso della storia europea con la quale hanno avuto
assai poco a che fare.
Una nota dolente resta quella dei cristiani d’Oriente, considerati come una minoranza appendice
dell’Occidente nel vicino Oriente. Quando i cristiani palestinesi sono innanzitutto palestinesi, non
estranei alla sofferenza del loro popolo, sottoposti alle stesse discriminazione e conseguenze della
repressione israeliana. Vivono la drammatica situazione che l’occupazione israeliana ha
determinato, come in Iraq sono stati vittime della guerra che Bush ha chiamato «crociata». Bisogna
aiutarli a rimanere in quella regione favorendo la pace ed il rispetto dei diritti, ma non attraverso la
divisione della regione secondo l’appartenenza religiosa dei gruppi sociali che la compongono.
Questo immaginario non ha fatto altro che marcare le divisioni ed incoraggiare i fondamentalismi.
Ma sulla Palestina il papa ha fatto un quadro dettagliato, come le tappe del suo soggiorno. Si è
rivolto ai palestinesi sottolineando la storia di sofferenza e di ingiustizia che hanno avuto nella loro
terra per lungo tempo, ed ha espresso la solidarietà dei cristiani con i rifugiati palestinesi andando a
trovarli nel campo di Aida. Rivolgendosi ad Abu Mazen, il papa ha espresso il suo «sostegno al
diritto dei palestinesi a uno stato sovrano sulla terra dei loro avi, che viva in pace e sicurezza con i
suoi vicini entro confini riconosciuti internazionalmente». Ha visto con i suoi occhi il muro e come
esso strappa alla sola Betlemme più della metà del suo territorio. A Betlemme ha avuto grande
accoglienza, e con la popolazione di Gaza, che non ha potuto visitare, ha condiviso il loro dolore,
pregando per le tante vittime civili di soli tre mesi e mezzo fa, e per la fine del loro assedio. Si è
rivolto alla ragione in un quadro di certezza del diritto, chiedendo a tutti, e nonostante, di ripudiare
la guerra ed il terrorismo, incentivando la speranza dei giovani verso la vita e il futuro. Un augurio
che i giovani in modo particolare hanno accolto e applaudito.
Non è una chiarezza inutile, tornerà preziosa per le prossime iniziative che il presidente americano
Barack Obama è sperabile si accinga a lanciare. Anche se, a questo punto, viene il dubbio che
nemmeno lui possa ricostruire una vera mediazione di pace.

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