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VITA, VITA FISICA, VITA UMANA

di Daniele Garrone
da Adista Documenti n°53 del 16 maggio 2009

Il mio tema è la vita da un punto di vista biblico: non tenterò di fare una sintesi dei vari discorsi sul tema della vita che possono ricavarsi dall’Antico e dal Nuovo Testamento, ma richiamerò alcuni testi biblici per riflettere con voi sulla temperie attuale.

Possiamo prendere come punto di partenza una frase, a mio avviso assolutamente agghiacciante, che compare al-l’inizio della legge che è stata approvata dal Senato, all’arti-colo 1 comma a): la presente legge “riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile e indisponibile, garantito an-che nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge”.

Questo “diritto inviolabile e indisponibile” potrebbe sembrare un rafforzamento del diritto della persona se volesse dire che a tal punto non deve essere violabile la mia vita che nessuno ne può disporre: si può discutere di quali forme di disponibilità della mia vita si configurino come una violazione del diritto di vivere, ma in ogni caso il legislatore sarebbe così aperto e così sensibile da vietare addirittura ad altri di disporre della mia vita quand’anche non la violasse. È chiaro, invece, che il senso della legge è che, siccome la vita è inviolabile, è indisponibile a me: sono io che non ne posso disporre. In questa logica, non solo si dovrebbe dire che non ci si può suicidare, ma anche che non ci si può mutilare o che non ci si può intossicare. Ma allora dovrebbe essere vietato fumare o si dovrebbe controllare la nostra alimentazione, affinché non sia violata la perfetta efficienza del nostro corpo. È chiaro che in questo modo il legislatore prende la vita come un feticcio, come se la vita fosse un assoluto perfettamente definito per tutti in forza della natura, della ragione o anche della rivelazione. Questa è infatti la concezione che viene espressa, peraltro in modo disonesto, dal momento che manca il coraggio di dire: “noi vogliamo tradurre in legge quello che ha detto mons. Fisichella”. In realtà, i presupposti di mons Fisichella appaiono tutti ma non sono esplicitati.

Violazione della libertà

Parlando in questo modo della vita, si provocano due catastrofi in una. La prima catastrofe, più evidente, è quella della violazione della libertà che risulterà da questo esplicito tentativo di rimettere l’umanità sotto tutela. Se c’è una cosa che appare nei casi di fine vita, è la complessità della vita e la difficoltà di dirimere tutti gli interrogativi che sorgono, con criteri generali e astratti, tra il bianco e il nero, il giusto e l’ingiusto, il curare o il non curare, e così via. Se si rinchiude tutta la realtà in categorie prefissate, lo si fa appunto per rimettere la gente sotto tutela: invece di accettare la complessità della vita e di riconoscere che non possiamo fare altro che gestire questa complessità con un’etica della responsabilità, si pretende che sia a priori chiaro – quali che siano i progressi della medicina e qualunque problema e-merga – che c’è un presupposto vincolante per tutti in base al quale si può dirimere ogni questione.

Mi sono chiesto come mai il caso di Eluana Englaro abbia avuto questa rilevanza nel dibattito pubblico, e come mai non siano stati sollevati con lo stesso pathos, con la stessa problematizzazione, casi che a me sembrerebbero più gravi e più inquietanti. Per esempio, quello di una signora che ha deciso di morire anziché farsi amputare una gamba, perché non poteva pensare a se stessa vivente con un arto artificiale. Questo caso non ci interpellerebbe molto di più? O quello del testimone di Geova che rifiuta le trasfusioni pur sapendo che con esse potrebbe salvarsi; e che ha il diritto di farlo secondo la Costituzione. Come mai questi zelanti tutori della vita non hanno sollevato anche questi due casi, che si sarebbero prestati ancor meglio alla loro tesi, e hanno invece dato tanta enfasi al caso di Eluana Englaro, oltretutto deformandolo, perché per il fatto che, giustamente, non venivano pubblicate fotografie di Eluana, hanno continuato a far credere che si stava uccidendo una splendida ventenne dal bel sorriso? Come mai? E la risposta che mi è venuta è questa: il problema è il signor Peppino Englaro, un uomo, cioè, che non vuole fare le cose di nascosto (soluzione che gli era stata suggerita anche da molti ecclesiastici), un uomo che vuole che il problema si ponga, insomma un cittadino retto. Per questo dico che tutto questo discorso sulla vita, ancorché ammantato di risvolti cristiani, in realtà ha come obiettivo la questione della libertà. Nel caso della signora non c’era la rivendicazione di un diritto, non si trattava di dire: “di fronte ai complessi problemi che la vita mi pone voglio decidere io”, oppure: “voglio difendere la decisione e la libertà di mia figlia”.

Un’abdicazione del discorso cristiano

La seconda catastrofe è che questa lettura della vita biologica intesa come valore assoluto, come categoria dirimente che per legge dovrebbe valere per tutti, è anche una abdicazione del discorso cristiano che si potrebbe fare sulla vita. È un fallimento della testimonianza cristiana. Infatti, come forse avete notato, nulla è più assente, in tutti questi discorsi sulla vita, di Dio e della fede. Il discorso religioso sulla vita viene ridotto a legge, e noi cristiani sappiamo che, quando dal Vangelo si passa alla legge, quando dall’annuncio, dal dono, dalla speranza, dalla prospettiva, si passa alla norma, non sono soltanto in gioco le libertà delle persone, ma è in gioco la qualità del discorso cristiano.

Faccio solo un esempio. Ci sono tre termini che nelle nostre traduzioni della Bibbia dal greco vengono normalmente tradotti con “vita”. Ma qui voglio prendere solo i due estremi: il termine greco bios, che compare soltanto 10 volte e il termine zoé, che invece compare 135 volte. Come mai, se il termine bios nella Bibbia compare così poco, nell’etica cristiana ufficiale attuale è invece così predominante il problema della bios, della gestione della vita biologica – quando comincia, quando finisce – anche in modo molto materialistico?

Ma il fatto più interessante è un altro, ed è che quello che è compreso nei vari scritti del Nuovo Testamento sotto il termine zoé è sempre una vita qualificata, cioè una vita che può diventare qualcosa perché Dio la fa diventare qualcosa. Per esempio, il Nuovo Testamento ci apre la prospettiva della vita perdonata o della vita riconciliata. Il Nuovo Testamento dice che Cristo è la vita in abbondanza, con ciò riprendendo un tema già caro all’Antico Testamento. Anche l’Antico Testamento, quando parla della vita, non è per inchiodarla ad un dato biologico, ma per sostanziare l’esi-stenza di una serie di doni e di promesse. Pensiamo alla categoria della benedizione: la benedizione nell’Antico Testamento non è un fatto spirituale; è morire vecchi anziché giovani; è morire sazi anziché affamati; è vivere con una pienezza di relazioni, a cominciare da una famiglia numerosa, è vivere sani e non malati, ecc. Il Nuovo Testamento parla della vita che si presume tormentata, di per sé ingiusta e mortale, per annunciare l’apparizione di una vita contro la morte e oltre la morte: è il discorso della resurrezione; e non è un caso che l’Apocalisse si concluda con la visione di un mondo in cui non ci saranno più la morte e le lacrime. Nel Nuovo Testamento il discorso sulla vita diventa anche il discorso sulla vita obbediente, nel senso dell’accoglimento di una chiamata, di un orientamento.

Mi sembrerebbe questo il contributo che il cristianesimo potrebbe dare alla discussione sulla vita, non volendo far diventare assoluto un dato etico-biologico ma testimoniando di che cosa, di quali doni, di quali promesse e vocazioni la vita è investita da Dio. Posso dirlo in un altro modo: il ve
ro discorso cristiano sulla vita dovrebbe parlarne non in termini biologici.

Il compito dei cristiani

Con ciò non voglio dire che non ci siano dei problemi giuridici, dei problemi di gestione degli ospedali, e così via, ma chi l’ha detto che lo specifico cristiano consisterebbe nel legiferare per tutti su queste materie? Io sostengo invece che il compito dei cristiani sarebbe di lasciare questa discussione alla normale ricerca – non della verità o del bene con la B maiuscola, ma del giusto umanamente possibile nella nostra situazione democratica – e invece concentrasi sull’an-nuncio di che cosa la vita diventi in relazione: in relazione a Dio e in relazione agli altri. Però ci vuole la fede. Questo non vuol dire che si debba avere la fede per essere umani; vuol dire che il cristianesimo si gioca sul terreno della fede, cioè su una interlocuzione che non è il presupposto, non è il dato fondativo e normativo per tutti, ma che è una interpellazione, una interrogazione che viene da qualcun altro.

E lo stesso discorso dialettico si potrebbe fare sulla natura, un’altra grande parola feticcio, una parola che nella Bibbia non c’è. Allora questo dovrebbe già cominciare a farci riflettere sul fatto che il discorso biblico sulla creazione, e sulla creazione buona, forse riguarda qualcosa di diverso dalla natura, e dovrebbe renderci attenti al fatto che fin dall’inizio ciò che Dio ha creato non è una natura dalle leggi immutabili, ma è qualcosa che diventa storia: storia di una relazione tra Dio e gli umani, degli umani tra di loro, degli umani con la natura, degli umani con gli animali, in un viluppo ormai inestricabile. Non c’è nel racconto della creazione una natura in se stessa, perché c’è una creazione che Dio fa subito diventare storia con gli esseri umani; e questo appare massimamente chiaro da una frase biblica che spesso viene anch’essa assolutizzata, impacchettata e ontologizzata: la frase secondo la quale Dio crea l’umanità, maschio e femmina, “come sua immagine, secondo la sua somiglianza”.

Gli apostoli della vita come l’abbiamo intesa all’inizio sostengono che questa è una sorta di imprinting, una specie di super DNA iscritto nell’umano, di cui chi non crede non sa nulla ma si fidi: quello che gli viene detto in nome di questa imago Dei che ha dentro di sé coincide con la rivelazione, con la ragione rettamente utilizzata e con la natura. In realtà noi abbiamo scoperto che questa frase secondo cui Dio crea l’umanità come sua immagine, secondo la sua somiglianza, vuol dire che Dio ha posto l’umanità nella sua creazione come la sua statua.

Nell’antico Vicino Oriente le statue del re, ritenute animate, dovevano rappresentare e anzi realizzare il governo, la luogotenenza di Dio sulla creazione; chi ha dimestichezza con il mondo dell’antico Egitto sa che questa non era semplicemente un’ideologia imperialista con cui il re andasse in giro a dire: dovete sottomettervi perché io sono l’immagine di Dio nel mondo, ma era vissuta anche come un compito, la responsabilità forte di mantenere l’armonia nella creazione di Dio. Ebbene, i testi della Bibbia operano in maniera chiarissima questa scelta cosciente sullo sfondo dell’antico Vicino Oriente. I testi biblici hanno molti paralleli con testi di quelle culture, ne riprendono le stesse frasi; e dove là si diceva che il re è l’immagine di Dio nel mondo, cioè colui che gestisce la creazione di Dio, per la Bibbia questo è il compito affidato all’umanità tutta intera. E benché questi testi siano stati scritti da sacerdoti, non vi è alcun dubbio che la precisazione che l’umanità è maschio e femmina non sia un lapsus calami, non sia un incidente, tant’è che viene ripresa al capitolo 5 della Genesi, dove addirittura si dice che Dio ha creato gli esseri umani maschio e femmina a somiglianza di Dio. Lì non appare un’umanità vincolata alle leggi della natura, ma un’umanità responsabile, e non c’è nessun comandamento in quel contesto, non c’è alcuna immediata limitazione.

Allora io credo che i cristiani, invece di farsi paladini di una implacabile visione della natura, dovrebbero contribuire alla discussione ponendosi questa domanda: come possiamo noi ragionevolmente, responsabilmente, compassionevolmente, assolvere oggi, nell’epoca della globalizzazione e in un contesto democratico, a questa funzione? È una funzione che di fatto abbiamo, perché è l’umanità a decidere come vanno le cose nel mondo: Dio non interviene ad aggiustare i danni che noi provochiamo. Quindi, come possiamo gestire responsabilmente e ragionevolmente questo potere? E poi potremmo chiederci, come cristiani, quale chiamata riteniamo ci venga rivolta rispetto a questa responsabilità dell’umanità di gestire la creazione. E invece si sta ragionando di natura in tutt’altri termini.

La vita oltre la vita

Secondo il censimento del 1891, la speranza di vita in Italia, dopo il parto, era di 43 anni per le donne e di 41 per gli uomini. Si tratta già di dati ottimistici, non essendo stata considerata la mortalità al parto. E se pensiamo che, in base agli scavi archeologici in Palestina, la vita media ai tempi di Gesù, a giudicare dallo stato delle ossa, era sui 34 anni, vediamo che sostanzialmente non si era progredito molto dal primo millennio a.C. alla seconda metà dell’800. Questo vuol dire che ciò di cui stiamo parlando è semplicemente contro natura, in quanto, se oggi viviamo di più, è perché ci sono gli antibiotici e mille cose che prima non esistevano.

Siamo felici del fatto che, svolgendo il nostro compito di governare il mondo come immagine di Dio, abbiamo fatto così tanti progressi contro natura. E dobbiamo renderci conto che tutto questo affaticarci “contro la natura” è esattamente nel senso della creazione di Dio. E che allora i nuovi problemi etici che nascono grazie a questa nostra azione di contrasto della cosiddetta natura non li possiamo liquidare ricorrendo alla natura stessa. Se non altro perché questo ricorso alla natura è assolutamente ambiguo: se ci dovessimo limitare alla fine della vita naturale, saremmo già tutti morti, perché nessuno ci avrebbe curato la polmonite.

Il contributo cristiano oggi dovrebbe consistere nel riconoscere onestamente che parlare della vita con la V maiuscola e della natura con la N maiuscola non soltanto non serve, non soltanto è un controsenso, ma ci impedisce di cogliere della vita ciò che dice la Bibbia, cioè una vocazione, un dono, una possibilità di perdono e così via.

Tra l’altro, non dovrebbero essere proprio i cristiani ad annunciare la vita oltre la vita? E intendo proprio i cristiani moderni, non i cristiani di una volta che ragionavano in termini di aldiqua e aldilà, di corpo e anima. Parlo invece del cristiano così come abbiamo imparato ad esserlo: sappiamo di essere un’unità psicosomatica e sappiamo che la morte è brutta, che l’ideale dell’Antico Testamento è la vita piena, benedetta, sovrabbondante. E, se abbiamo capito ciò che ci dice la Bibbia, il nostro contributo non dovrebbe essere quello di mostrare quasi un maggiore distacco e una maggiore libertà?

Cito solo un salmo, il salmo 73, che al v. 26 dice: “La mia carne e il mio sangue possono venire meno ma tu, o Dio, sei la mia parte, la mia porzione in eterno”. Sappiamo per certo che, quando questo salmo viene scritto, non si è ancora diffusa in Israele la speranza nella resurrezione dei morti; non esiste la formulazione concettuale che invece si diffonde tra i due Testamenti ed è presupposta nel Nuovo Testamento: Gesù, tutti i rabbini, tutte le tendenze dell’e-braismo (esclusi forse i Sadducei) credono nella resurrezione dei morti, e a quel punto si era già anche introdotta l’idea dell’anima. Ma, quando viene scritto il salmo 73, 26, questa convinzione diffusa, questo orizzonte culturale non c’è ancora. Eppure il salmo esprime questa fede. È un salmo bellissimo, molto tormentato, che esprime lo stato d’a-nimo di chi era sul punto di abbandonare
la fede, di chi non vedeva altro che il trionfo della malvagità, insomma di chi soffriva la crisi più grave per un credente dell’Antico Testamento, e poi comprende che Dio l’aveva preso per mano, in mezzo al tormento della vita, e afferma: io posso anche morire, ma so che la morte non interromperà questa relazione con Te. E la cosa straordinaria di questo salmo è che, appunto, lui non sa ancora come ciò possa avvenire: non poteva dire, come noi, che Cristo è risorto, che Cristo è la primizia e che risorgeremo anche noi, né poteva dire, come avrebbe detto un ebreo del tempo di Gesù, che l’anima sale in cielo e che, alla resurrezione finale, dopo la venuta del Messia, Dio ricongiungerà l’anima con il corpo. Lui non sa ancora nulla di tutto questo, ma dice: la mia carne e il mio sangue possono anche venir meno (cioè posso morire) ma non Ti perderò. Pensiamo all’apostolo Paolo in II Corinzi 4,16-5,5 quando dice che il nostro corpo esteriore si va disfacendo, ma che saremo rivestiti del corpo celeste.

Con questo non voglio dire che i cristiani dovrebbero far finta di nulla di fronte alla morte, però mi stupisce che avvenga proprio il contrario, che, cioè, invece di dire una parola equilibrata – “quello che dovevi fare lo hai fatto, la tua vita l’hai vissuta, abbiamo dei limiti, li abbiamo già prolungati di molto e il cervello che Dio ci ha dato magari ci permetterà tra cinquant’anni di andare anche più avanti, ma ora non c’è bisogno di incaponirsi per la salvaguardia di un dato biologico” -, i cristiani facciano una tragedia sul “fine vita”. Altra dovrebbe essere la testimonianza, e non perché sono un empio libertino che vuole dire davanti a Dio “il mio corpo lo gestisco io e decido io” (e anche così non ci sarebbe niente di male) ma in forza di quest’altra dimensione dentro la quale io mi muovo e che mi fa dire: “Le abbiamo provate tutte, ma se sono in coma non posso più parlarTi, e non posso più parlare agli altri (le due cose più terribili nell’Antico Testamento); e allora, se non posso più parlarTi e ascoltarTi e non posso più parlare e ascoltare gli altri, posso benissimo andarmene confidando sul fatto che anche così disfatto io non perderò Te e ritroverò gli altri”.

La diversa posizione delle Chiese in Germania

C’è anche chi un discorso simile lo ha fatto in ordine al testamento biologico: la Conferenza episcopale tedesca e il Consiglio della Ecd, cioè la Federazione delle Chiese evangeliche tedesche. Mi sono chiesto come mai fior di teologi e vescovi cattolici romani non siano stati capaci di dire a Fisichella: noi siamo d’accordo con il testo della Conferenza e-piscopale tedesca, anzi proporremmo di introdurlo anche in Italia. Si intitola “Disposizioni del paziente cristiano”, cioè testamento biologico cristiano. In Germania 9 su circa 60 milioni di abitanti hanno sottoscritto il testamento biologico e, di questi, due milioni e 300.000 persone hanno scelto il testamento biologico cristiano. Vi sono due milioni e 300 mila cittadini cristiani (e non solo di nome, dal momento che pagano ogni anno il 3,5% in più di Irpef per mantenere le loro Chiese) che dichiarano di non voler essere trattati come Eluana Englaro.

Questo testamento biologico è accompagnato da una specie di lettera pastorale in cui i capi delle due Chiese invitano i cristiani a sottoscriverlo dicendo: è vero che noi non disponiamo a nostro capriccio della vita, che è un dono, ma abbiamo il diritto di viverla, e anche il diritto di decidere di vivere umanamente la nostra morte e quindi di essere protagonisti del nostro lasciare la vita, del nostro morire, anche nel caso in cui non lo potessimo più fare direttamente. Il testamento è accompagnato da formulari con alcune citazioni bibliche, sotto il titolo “spunti per la riflessione”; e affronta il problema dell’“accompagnamento” alla morte, un accompagnamento anche cristiano, perché insieme all’a-micizia degli amici, alle cure dei medici, si può anche sentire una parola di fede, per esempio quella di Romani 14: “sia che noi viviamo, sia che moriamo siamo del Signore”, oppure del Salmo 90: “insegnaci a pensare che dobbiamo morire” (l’ebraico dice: “insegnaci a contare i nostri giorni” cioè a sapere che siamo finiti, perché così possiamo diventare savi), o quella dell’Apocalisse che abbiamo citato: “verranno asciugate tutte le lacrime”.

La cosa straordinaria è che questo documento delle Chiese tedesche – dopo aver escluso l’eutanasia attiva, cioè il far morire qualcuno con pillole, iniezioni o flebo, che è incompatibile con l’etica cristiana, con la comprensione cristiana dell’uomo – cita invece l’aiuto al morire, che conduce ad un lasciarsi morire degno dell’umanità, in particolare con la rinuncia a trattamenti che allungano la vita. E qui si apre una parentesi per spiegare di quali trattamenti si parla: nutrizione artificiale, respirazione artificiale o dialisi, inoculazione di medicine, come per esempio gli antibiotici. La rinuncia a tutto questo si chiama eutanasia passiva, presuppone l’accordo del morente ed è giuridicamente ed eticamente ammissibile. Questo lo hanno detto la Conferenza episcopale tedesca e il più alto vertice delle Chiese protestanti e questo è esattamente quello che in Italia manca: il riconoscimento che ciò sia giuridicamente e moralmente accettabile e il tentativo, avendo riconosciuto questo diritto, di accompagnare cristianamente all’inevitabile morte di tutti noi con una parola che non riconduca alla vita e alla natura ma apra o ricordi un’altra relazione possibile.

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