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Referendum elettorale: fine della rappresentanza democratica e non solo

di Elettra Deiana
da www.womenews.net

Tre i quesiti in pista per il prossimo appuntamento referendario, fissato per il 21 giugno prossimo, giorno del ballottaggio per le elezioni amministrative eventualmente finite in pareggio. Tre i quesiti e due i colpi al cuore – più premio di consolazione – di quel che resta della rappresentanza democratica e della Repubblica parlamentare, così come fu delineata e garantita in Costituzione.

L’eventuale successo del primo quesito assicurerebbe un premio di maggioranza nazionale alla Camera dei deputati per il partito che avesse raccolto più voti. Assicurerebbe anche l’abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste.

Il secondo quesito produrrebbe gli stessi effetti al Senato, con l’ovvia differenza che il premio di maggioranza verrebbe attribuito regione per regione, dato il meccanismo di elezione di questo ramo del Parlamento. Un premio di maggioranza insomma degno della concezione mussoliniana del potere, né più né meno che una riedizione della famigerata legge Acerbo del 1923, che, nelle elezioni dell’anno successivo, consentì al Partito nazionale fascista, di impossessarsi del Parlamento.

Il terzo quesito infine comporterebbe l’impossibilità per i candidati di presentarsi in più circoscrizioni. Un premio di consolazione da niente, a fronte del disastro degli altri due.

L’obiettivo diabolicamente perseguito dai sostenitori di questo ennesimo referendum sui meccanismi elettorali sta, sic e simpliciter, nella sterilizzazione fino alla morte della rappresentanza democratica e dell’aprire non più soltanto brecce ma autostrade alla riscrittura della Costituzione. Il modo di presentarlo senza traumi consiste nel travestirlo fino a camuffarlo attraverso l’ingannevole stereotipo comunicativo, vero e proprio refrain dei siparietti televisivi, dell’elettorato che “finalmente decide”.

Il popolo, in Costituzione sovrano, non deciderà invece proprio nulla se non di consegnarsi a una maggioranza parlamentare blindata, formata da un unico partito, senza coalizioni, alleanze, interlocuzioni di nessun tipo se non se stesso e il suo capo, padrone del destino di ognuno dei deputati e senatori. Padrone di ciò che ognuno pensa e dice. Dovremo chiamarli in altro modo, questi signori e signore, se sventura volesse che il prossimo 21 giugno vincessero i sì. Parlamentari? E perché mai?

Parlamentare è, come dice la parola, chi parla, contraddice, propone qualcosa con parole sue, dà almeno voce a qualcosa che ha ascoltato e lo ha convinto nei suoi tour elettorali.
Deputati? E da chi “putati”, cioè designati, assegnati, inviati? Non certo dall’elettorato, da molto tempo ormai privato della possibilità di scegliere o almeno partecipare in qualche modo alla scelta degli eletti.

Dopo l’eventuale vittoria dei sì, l’elettorato verrebbe privato anche della possibilità di ricevere ascolto e attenzione presso qualcuno di coloro che occuperanno i seggi del Parlamento.
Perché costoro dovranno ascoltare soltanto le indicazioni del partito padrone del Parlamento o del partito padrone dell’opposizione in Parlamento, l’uno e l’altro interessati soltanto a una competizione per il governo ridotta a due. Tutti e due con truppe al seguito e con salotti televisivi dove far finta di confrontarsi. I fantasmi della democrazia vanno salvati, sono la copertura dei moderni dispotismi.

La somiglianza tra il Pdl e il Pd su questo fondamentale terreno è ormai drammaticamente e ripetutamente confermata. Parlamentari scelti e nominati dall’alto, come già succede da tempo, sia chiaro, ma in forma definitiva, senza se e senza ma: così le aule non conosceranno più nessun dibattito reale, nessuna reale opposizione e la maggioranza parlamentare che si affermerà avrà soltanto il compito di ratificare le decisioni dell’esecutivo. Anzi, basteranno i capigruppo, come già Berlusconi ha ventilato e auspicato, a fare tutto.

Maggioritario è un termine che può essere utilizzato in molte chiavi e con molti significati. Deliberare a maggioranza significa che la decisione viene presa se riscuote almeno un voto più della metà della platea deliberante. E’ un’idea fondamentale e fondativa della democrazia occidentale ed è una procedura democratica che, nel bene e nel male, ha fatto andare avanti le cose.

Ma in materia elettorale, “maggioritario” assume un significato specifico, contrapposto a “proporzionale”: è cioè un sistema che nel tradurre i voti in seggi consente ad una lista di ottenere più seggi di quanti gliene spetterebbero in base al criterio proporzionale, falsando la rappresentanza e travolgendo il senso profondo del governo rappresentativo.

Ma l’obiettivo della logica maggioritaria non è solo la governabilità, cioè l’affermazione del primato dell’esecutivo sulle assemblee parlamentari; e non è neanche soltanto la semplificazione del sistema politico italiano caratterizzato – come si dice a destra e nel centro-sinistra – da troppi partiti e da troppa frammentazione politica. Il che è anche vero ma non è sicuramente l’imposizione autoritaria del bipartitismo che può risolvere un tale problema. Come dimostrano le vicende del veltroniano Pd le tensioni nel Pdl e tra Pdl e Lega.

Ma c’è anche un altro lato del problema che va messo in luce. La partecipazione democratica è un fastidio a chi ha un’idea autoritaria e a senso unico delle istituzione e del governo della cosa pubblica.
In una società come la nostra sono troppo numerosi i bisogni e i soggetti che si affacciano alle istituzioni e chiedono risposte, mettendo in discussione interessi e posizioni consolidate.

La semplificazione del sistema politico è funzionale a una semplificazione delle risposte ai problemi: riduzione delle domande e marginalizzazione dei soggetti scomodi. Operai e donne indaffarate in mille essenziali incombenze, migranti, precari, gay e lesbiche desiderose di farsi una famiglia e via via enumerando. Meglio chiudere, bloccare, emarginare. Chi ne ha la forza organizzi una lobby e si vederà. Americanizzazione del sistema?

In una certa misura è così e vedremo se il dopo Obama mantiene le promesse di un risveglio partecipativo. Ma là c’è un sistema di bilanciamento dei poteri che qua non è neanche ipotizzato. Insomma siamo proprio a uno snodo fondamentale della nostra vita pubblica, della nostra democrazia, del destino della nostra Costituzione. Per questo occorre mobilitare forze coscienze impegno per battere il referendum di giugno. Nella forma più fulminante e diretta. E semplice: non contribuendo con la nostra scheda alla formazione del quorum.

O andando al seggio e registrando il rifiuto di ritirare la scheda o non andandoci per niente. Io non andrò al seggio perché la democrazia è una cosa seria, non un logoro feticcio ridotto al voto su tutto. Anche su come far morire la democrazia.

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