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UN CONVEGNO PER RICOMINCIARE A SPERARE

di Marcello Vigli
Gruppo di controinformazione ecclesiale – Roma

I fatti danno valore alle parole e le fanno diventare pietre. Il successo per i numeri e per i contenuti del convegno che si svolto a Firenze il 16 maggio rende particolarmente significative le parole scritte in preparazione e quelle pronunciate durante l’intensa giornata di lavoro. Non era scontato alla vigilia, che un incontro autoconvocato da cattolici che vivono “in disagio” l’attuale stagione della Chiesa molto attenti a non confondersi con quanti sono “in dissenso”, ma altrettanto disponibili a confrontarsi con loro, potesse raggiungere lo scopo di realizzare «uno scambio aperto del vissuto della fede, nell’esperienza della forza del Vangelo» senza che nessuno si sentisse «ospite o straniero».

Non si trattava del solito convegno sulla pace, la fame nel mondo, l’immigrazione, la giustizia sociale: il tema proposto era la Chiesa e lo scisma sommerso che l’attraversa. Non era neppure inteso a rivendicare spazio per i laici, piuttosto si proponeva di riaffermare la loro responsabilità nell’annunciare, come recitava il documento di convocazione, «il Vangelo che abbiamo ricevuto».

La scelta del canto del Veni creator come momento conclusivo della breve liturgia introduttiva può essere interpretato proprio come segno delle legittime apprensioni dei promotori sulla possibilità di garantire un sereno confronto data la diversità delle esperienze e degli orientamenti dei partecipanti, già emersa nell’ampia e articolata serie di contributi inviati alla vigilia da singoli e gruppi. Della loro ricchezza, ma al tempo stesso della loro varietà ha dato la misura la relazione introduttiva che ne ha tentato, con successo, non un’impossibile sintesi, ma una tematizzazione funzionale allo svolgimento del confronto, che si è, infatti, svolto senza sterili battute polemiche, precisazioni o distinguo.

Ciascuno ha potuto pronunciarsi distintamente sui diversi temi, secondo le chiavi di lettura proposte, in modo da offrire ai partecipanti la possibilità di autonome valutazioni sulle prassi emergenti dalle esperienze, sugli orientamenti frutto di studi e letture più o meno condivise e, infine, anche sulle proposte concrete, sul modo di continuare il cammino e su eventuali iniziative da prendere nell’immediato. Coerentemente con il modello di convegno scelto, queste non sono state offerte al voto, così come non è stato stilato un documento conclusivo al termine delle oltre tre ore di dibattito.

La sua ricchezza è stata assunta, invece, come patrimonio d’idee e d’indicazioni per il lavoro futuro per il quale si sono auspicati un collegamento, una rete di relazioni e la convocazione ogni anno di uno o più convegni, magari decentrati al nord e al sud, per favorire lo sviluppo del confronto e la contaminazione delle esperienze. Non premessa per un nuovo “movimento ecclesiale” ma sperimentazione di modi nuovi di essere Chiesa senza ostracismi, ma senza la pretesa di offrire modelli o soluzioni da generalizzare, nella consapevolezza del limite che tutto ciò che è umano porta in sé. Un collegamento rispettoso delle diversità: non tollerate, ma assunte come valore senza l’ossessione di separare chi è dentro e chi è fuori.

Questo nella prospettiva temporale risulta essere un falso problema come emerge dall’esperienza delle Comunità cristiane di base. Nel lontano 1984 un vescovo ha “scomunicato” due comunità presenti nella sua diocesi, poche settimane dopo un altro vescovo, dopo aver portato il suo saluto ad un loro seminario nazionale, ha voluto esprimersi sul tema in esso proposto: Eucaristia, ricerca e prassi nelle Comunità di base. L’anno successivo la Comunità dell’Isolotto, che era stata bandita dal suo vescovo, Florit, perché “solo gruppo politico”, si è sentita dire dal suo vescovo, Piovanelli, in visita alla sua sede «vi ringrazio perché ci siete». Non basta affermare che era cambiata la persona chiamata ad essere il suo vescovo forse bisogna ricordare la funzione delle pietre “scartate” di ieri e di oggi.

E’ indubbio che il Vangelo ha bisogno della Chiesa per essere “annunciato” e la profezia ha bisogno dell’istituzione per assolvere alla sua funzione. Questa può, però, ridursi ad «uno scheletro istituzionale, necessario e utile come sostegno, ma non sufficiente ad una vita piena, e pericoloso se tende a promuovere l’ossificazione di tutti i tessuti»; è altrettanto essenziale, perciò, che non «si esaurisca il processo di ecclesiogenesi dal basso».

A Firenze, di là da ogni pur legittima soddisfazione e fuori di ogni trionfalismo, si è acceso un segno, la speranza che di questo processo siano in molti, «accomunati dalla passione per la Chiesa», ad assumersi la responsabilità senza attendere deleghe o investiture.

Un segno di speranza che va ad aggiungersi ad altri già diffusi come il rilancio, anche nella base parrocchiale, dello studio dei testi conciliari e l’aumento dello spazio di comunicazione e di confronto intraecclesiali offerto dal nuovo “fascicolo arancione” dell’Agenzia Adista.

Sono tutti segni di un impegno che non intende esaurirsi in un ghetto ecclesiocentrico, ma farsi altresì carico, pur nella distinzione di ruoli e di strumenti, sia della grave crisi della democrazia, che grava sul nostro Paese, anche a causa dell’interventismo della gerarchia ecclesiastica in netta contraddizione con il dettato conciliare, sia della ripresa di iniziative dal basso che liberino l’ecumenismo dalle secche della diplomazia istituzionale.

IL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO – I cattolici “conciliari” si autoconvocano a Firenze il 16 maggio

PER UNA CHIESA DELLA FRATERNITÀ relazione di Giuseppe Ruggieri

Intervento del gruppo Chiccodisenape di Torino

Gli altri contributi inviati – www.statusecclesiae.net

SINTESI DELLA DISCUSSIONE a cura di Enrico Peyretti

Autoconvocato e partecipato incontro, a Firenze, di cattolici, donne e uomini di tutta Italia convenuti per riflettere alla luce del Concilio Vaticano secondo di David Gabrielli

QUEL DISAGIO DENTRO LA CHIESA CHE NON SI CURA CON IL SILENZIO di Alberto Melloni

A FIRENZE I CATTOLICI CHE GUARDANO AL CONCILIO di Andrea Fagioli

Una chiesa di troppe certezze non accoglie. Abbandona di Enrico Peyretti

Però non basta dire “sororità”… di Giancarla Codrignani

OLTRE L’INCONTRO DEL 16 MAGGIO – “Eccolo qui eccolo là”. Ma il Regno di Dio è in mezzo a voi di p. Alberto Bruno Somoni

DOPO IL CONVEGNO DI FIRENZE: E SE DISCUTESSIMO DEL “TERZO CONCORDATO”?
di Gilberto Squizzato

E’ stata una gran bella festa. Poterci rivedere, a Firenze, dopo tanti anni di silenzio e di lontananza, per confrontarci sul “Vangelo che abbiamo ricevuto”, e poter conoscere tanti amici e fratelli di cui si ignorava la fedeltà operosa alla Parola in tante parti d’Italia, ci ha ridato una gra
nde speranza. Non tanto per il rinnovamento, così difficile, così faticoso, della Chiesa italiana, quando per la gioia di vedere all’opera, oggi come sempre, lo Spirito che fa nuove tutte le cose, dentro e fuori l’istituzione, con tutta la splendida libertà che agita la sua creatività inesausta.

Giustamente, come ha ricordato Marcello Vigli, “dentro o fuori” non fa differenza: l’importante è avere cuori, occhi e orecchi capaci di riconoscerLo. Noi che veniamo da Milano siamo venuti a Firenze portando pesanti fardelli di amarezza per l’indurimento dei cuori che nell’ex capitale morale d’Italia, e in tutta la Lombardia, da anni ha messo all’opera i germi velenosi dell’egoismo xenofobo che credevamo estinto da tanto tempo e che invece le astuzie proterve della politica sono tornate a sfruttare per cumulare un reddito elettorale di cui come cristiani ci vergogniamo. Ma da Milano abbiamo portato anche la nostra riconoscenza allo Spirito per la parola decisa di un vescovo come Tettamanzi che ci rende orgogliosi della parresia cristiana, sentendoci confortati anche dalla coraggiosa sapienza biblica di Martini che anche nel suo ultimo libro mette in discussione temi (come quello del celibato dei preti e delle forme di celebrazione dell’eucarestia) che il monolitismo della curia vaticana pareva aver cancellato dall’agenda della discussione intraecclesiale.

Tante voci, tantissime esperienze che si sono confrontate: a Firenze è iniziata sicuramente una nuova stagione del cristianesimo italiano, che sta a noi tutti far maturare perché dia buoni frutti. Personalmente, mi permetto di esprimere due auspici a proposito del lavoro che ci sta di fronte nei prossimi anni.

Credo anzitutto che, a differenza di quanto accadde per la fervida stagione del movimento delle comunità di base nate dal dissenso degli anni Settanta e Ottanta, sia indispensabile un’apertura dell’orizzonto del confronto fra di noi che non privilegi quasi esclusivamente il tema del rapporto fra fede e politica, fra testimonianza cristiana e responsabilità sociale. E’ necessario dare impulso anche ad un urgentissimo lavoro di riflessione teologica da cui scaturiscano, come hanno chiesto molti dei fratelli intervenuti a Firenze, “parole nuove” per dire oggi, qui, la nostra fede in Gesù morto e risorto. Il nostro annuncio infatti è troppo spesso prigioniero di formule antiche che non siamo ancora capaci di tradurre nel linguaggio del nostro tempo, di incarnare dentro lo spirito della società “postmoderna”: siamo invece anche noi attestati su una frontiera linguistica e di pensiero (e anche di sensibilità ) che ci schiera dalla stessa parte del magistero più chiuso e retrivo. In particolare penso al tema del sacro e del suo rapporto col potere, a quello dell’ateismo cristiano nei confronti di tutti gli idoli (come critica radicale alla scala di disvalori alienanti di questa società assoggettata al dominio del Mercato planetario), penso al tema della grazia che fuori della Chiesa compie miracoli a dismisura, chiedendo a tanti altri uomini di “non” essere cristiani per essere fedeli ad una diversa chiamata alla Verità e all’Amore (ecumenismo non è ritorno di tutti i cristiani allo stesso ovile, ma la capacità di ringraziare e riconoscere lo Spirito che è all’opera ovunque).

Il secondo suggerimento che mi permetto di proporre è quello di un “cammino sinodale” che sia fatto non solo di parole ma anche significativi gesti pubblici comuni. Mi è dispiaciuto che l’assemblea di Firenze non abbia potuto esprimersi su due mozioni che sarebbe stato utile discutere per offrirle poi alla società italiana come giudizio cristiano sulle emergenze che viviamo in questi tempi difficili. La prima, quella di Vittorio Bellavite, avrebbe richiesto una parola di condanna contro la violenta politica dei re-spingimenti dei migranti (e ci avrebbe fatto sentire molto vicini alla stessa Cei che sta facendo doverosamente argine alla deriva xenofoba e leghista del governo italiano). La seconda (*), sul tema della povertà collettiva della chiesa come condizione di credibilità e sull’urgenza (almeno) di una revisione delle modalità di applicazione dell’8 per 1000, stavo per proporla io stesso, ma mi è stato chiesto di non farlo (salvo poi sentirmi dire da tanti fratelli presenti che l’avrebbero votata volentieri): mi permetto di allegarla a queste note come base per una possibile futura eventuale iniziativa del movimento delle CdB.

Le opere e non solo le parole, questo chiedo e propongo. Credo infatti che “dalle loro opere li riconoscerete”, non dalla comunione che avrete espresso dentro la comunità ecclesiale. La chiesa è per l’Annuncio, non per se stessa: se ci vogliono tensioni e rotture, non dobbiamo temerle. Perciò dobbiamo fare insieme dei passi comuni per dare credibilità al Vangelo che abbiamo ricevuto e che non possiamo imprigionare in troppe prudenze.

Ho ricordato nel mio intervento che quest’anno si celebra il cinquantenario della morte di don Primo Mazzolari: profeta di pace, profeta della parresia cristiana contro il totalitarismo fascista, profeta del dialogo con i comunisti, profeta della chiesa dei poveri, ma soprattutto indomito servitore della profezia, spesso colpito e umiliato dall’autorità, salvo essere riabilitato troppo tardivamente da Paolo VI: un cristiano che ci ha insegnato, nelle condizioni imposte dai suoi tempi, a non temere lo scandalo della verità e della critica. Non possiamo celebrarlo da morto se non siamo animati, da vivi, oggi, dalla sua stessa profezia coraggiosa e priva di calcoli opportunistici o di opportunità.

Nel 1928, quando si stava per celebrare lo scempio del Concordato cattolico con lo Stato fascista, Mazzolari non esitò a gridare forte che la Chiesa non poteva barattare la sua libertà con privilegi che l’avrebbero resa innocua se non complice della prepotenza del regime. Disse brutalmente che si stava per legare la Chiesa italiana alla “greppia” del fascismo. Forse dobbiamo aggiornare la sua critica e mettere pubblicamente in discussione la politica del “Terzo Concordato” (il secondo fu la revisione del primo patteggiata dal Vaticano con Craxi) tenacemente perseguita per due decenni da Ruini, che lavorò alacremente per far cadere Prodi e riconoscere in Berlusconi (e nella politica delle destra) il ruolo di provvidenziale difensore dei valori cristiani (quali?!) in cambio di una “corsia preferenziale” per i provvedimenti bioetici ed anche economici tanto cari al vertice della Cei: ne paghiamo oggi le dure conseguenze (mano libera alla Lega e al criptofascismo di questa maggioranza) al punto che anche l’Avvenire è costretto a prendere le distanze dal Cavaliere, censurando le violazioni dei diritti della persona, delle leggi sulla sicurezza e anche le sue discutibili performance in fatto di etica privata e familiare.

Perché non organizzare su questo “Terzo Concordato”, mai dichiarato ma nei fatti siglato e perseguito dall’efficace ma rovinosa diplomazia di Ruini, il prossimo convegno delle Comunità di Base italiane?

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