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Il bicentenario della non indipendenza

da www.peacereporter.net

Tra il 2009 e il 2010 nove paesi dell’America Latina – Messico, Argentina, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Cile, Venezuela, El Salvador e la Colombia – celebrano il bicentenario dell’indipendenza dalla Corona spagnola. Per capire il senso storico, sociale, culturale che ha questo appuntamento per un continente in piena e frettolosa evoluzione, abbiamo intervistato Raul Zibechi, uno degli intellettuali più illuminati dell’America Latina. E’ docente e ricercatore dei movimenti sociali alla Multiversità francescana dell’America Latina di Montevideo e membro del consiglio editoriale del settimanale uruguaiano Brecha.

Professore, che senso ha questa celebrazione per l’America Latina di oggi?

Il bicentenario non è un tema che mette d’accordo l’intera società. Il suo significato dipende dai punti di vista. Ricordiamo che poco tempo fa, nel 1992, abbiamo celebrato anche il quinto centenario dell’arrivo degli spagnoli e dal mio punto di vista non c’era nulla da festeggiare. Ed è proprio nel rapporto con questi cinque secoli che si nasconda la risposta. Ci sono due visioni del bicentenario in America Latina: quella delle classi medie, più europeista, che data la nascita dei paesi dal giorno dall’indipendenza; mentre l’altra, più indigena, più afro, che è quella che io condivido, che fa coincidere l’indipendenza con la fine di cinque secoli di oppressione. Secondo quest’ultima, le varie indipendenze ottenute dagli attuali paesi latinoamericani non furono che una continuazione di ciò che iniziò secoli prima. A causa delle decisioni prese da altri settori sociali, gli spagnoli e i creoli, la dipendenza dell’America Latina è continuata e continua tutt’oggi. Di fatto, ci sono alcune interpretazioni, come quella della Bolivia di Evo Morales, che datano l’inizio del processo indipendentista al 1780-81, ossia l’inizio dei movimenti rivoluzionari. Voglio dire, con questo, che in America Latina, ci sono due visioni che corrispondono a due settori sociali differenti, e a due forme politiche diverse.

Il ruolo della Spagna oggi in America Latina?

Anche se agli spagnoli non piace – visto che oggi su El Pais il governo afferma che la disuguaglianza del continente non è nata durante il periodo coloniale, ma nel Ventesimo secolo, tagliandosene fuori – con il modello neoliberale subentrato alla colonia, non c’è stata che una neocolonizzazione per mezzo delle privatizzazioni. Le imprese europee, Repsol in testa, hanno beneficiato di un processo di privatizzazione immane, comprando a prezzi molto bassi molti beni latinoamericani. Un esempio di ri-colonizzazione è quello che sta accadendo oggi alla cordigliera andina. Ci sono progetti minerari – miniere a cielo aperto, vengono definite, per il tipo di sfruttamento applicato – che hanno praticamente comprato il grosso delle Ande. Ci sono luoghi, come la miniera Pacua Lama alla frontiera tra Cile e Argentina, che sono completamente controllati dalle multinazionali. E se teniamo conto che lo sfruttamento minerario, nel futuro, potrebbe acquistare ben più importanza del petrolio, i conti sono fatti. Tutta la cordigliera è stata svenduta alle multinazionali. Questo il frutto dei governi neoliberali. E questa forma di neocolonizzazione è anche molto pericolosa: le miniere contaminano i fiumi, le falde acquifere, attentando direttamente alla sopravvivenza delle comunità.

Che possono fare i paesi latinoamericani? Possono sperare in un’integrazione che li traghetti verso l’indipendenza reale?

Ci sono alcuni paesi, in particolare la Bolivia, e un po’ anche il Venezuela, che stanno recuperando la sovranità sulle risorse naturali, quello che ormai noi chiamiamo i beni comuni, perché sono beni di tutta l’umanità. L’acqua, il sottosuolo, le ricchezze minerali, gli idrocarburi, appartengono alla terra quindi sono di tutti. Non si possono privatizzare. Riappropriarsi delle risorse comuni, ecco il primo passo per rendere indipendente il continente dal primo mondo. Poi viene il lato economico-finanziario. Anche qui ci sono grandi novità. Brasile e Argentina, ma anche altri paesi, hanno sostituito il dollaro con peso e real, le rispettive monete, per gli scambi bilaterali. Questo è il modo per creare, poco a poco, le condizioni per raggiungere un’indipendenza economica, che non sarà totale, ma chissà fra qualche anno… Già abbiamo il Banco del Sur, potremmo avere una moneta sudamericana, il nostro euro. Già abbiamo un consiglio di difesa sudamericano, che si insediò dopo il 1 marzo 2008, quando la Colombia attaccò l’Ecuador per uccidere il numero due delle Farc, Raul Reyes. Ci sono elementi per pensare che in questo momento c’è una volontà politica di lavorare per l’indipendenza dell’America Latina.

E per l’integrazione…

Sì, ma non un’integrazione qualunque, un’integrazione politica, militare, finanziaria, che è una integrazione non subordinata a nessuno. Perché anche l’Alca potrebbe essere considerata un’integrazione, invece no. Noi abbiamo bisogno di un’integrazione indipendente dagli Stati Uniti, indipendente dal primo mondo.

Perché, dunque, questo bicentenario è importante, al di là delle tante parole che sono state e che verranno dette a conferenze e cerimonie varie?

Perché è un modo per ribadire la continuità che ci fu tra la colonia e la repubblica. Può essere un modo per imparare dalla storia, in modo da non ripeterla.

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