Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia La condizione lavorativa delle donne in Italia: vergognosamente vergognosa

La condizione lavorativa delle donne in Italia: vergognosamente vergognosa

di http://esseredonneinitalia.womanblog.com/

Dati sconcertanti sulla condizione lavorativa delle donne in Italia. Siamo fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei praticamente in tutti i campi…pare che al nostro Paese piaccia restare l’ultimo in classifica per quanto rigurda i diritti delle donne (e non solo, purtroppo. Conosciamo tutti le condizioni degli omosessuali e gli immigrati nel nostro Paese).

Occupazione femminile

Bankitalia ha fornito alcuni dati scioccanti sulla condizone delle mamme italiane: praticamente, a un anno e mezzo dalla nascita del proprio figlio, una mamma su cinque smette di lavorare. Sono il 70% che lasciano il proprio lavoro volontariamente, mentre le altre vengono licenziate a causa del fallimento dell’azienda oppure per il termine del contratto. Secondo una ricerca condotta nel 2002 dall’Italian Birth Sample nell’arco dei due anni a cavallo della nascita, il 20% delle donne che lavorava prima della maternità esce dal mercato del lavoro, mentre solo il 4% inizia a lavorare dopo il parto. L’Italia è uno dei paesi europei con il tasso più basso di occupazione femminile a causa della mananza di servizi per l’infanza e per la cura di anziani, che gravano sulle nostre spalle.

Tempo libero

Le poche che restano sul mercato di lavoro, a causa della mancanza di servizi sono cotrette a sacrificare il loro tempo libero. Lo conferma un rapporto OCSE. Gli uomini italiani hanno 80 minuti al giorno di tempo libero in più rispetto alle mogli. La differenza è molto evidente in Italia e Messico. I paesi in cui si arriva alla parità di tempo libero sono la Nuova Zelanda, la Norvegia con addirittura 16 minuti di tempo libero in più rispetto agli uomini, e la Svezia. Sempre secondo la statistica, gli uomini trascorrono il loro tempo libero guardando la tv, mentre le donne lo impiegano per pulire la casa. Il lavoro domestico è ancora prerogativa femminile e le donne per cultura sono costrette a compierli senza alcun aiuto del marito nella maggior parte dei casi.

Il lavoro piace alle donne

Fanalino di coda anche per il tasso di occupazione femminile che si arresta al 46,6 per cento rispetto alla media europea del 60 per cento. Questo scandalizza perchè alle donne piace lavorare fuori casa, poichè si sentono autonome ma la società ostacola. Sono state fatte alcune ricerche: una dell’Osservatorio Cera di Cupra sulle pari opportunità realizzata, in occasione dell’8 marzo, su un campione di oltre mille donne tra i 18 e i 65 anni, una donna su tre lavora per passione. Ma nessuno investe sul lavoro femminile. La cultura continua ad inquadrare le donne all’interno del ruolo tradizionale, che alle donne non piace e non è mai piaciuto poichè imposto dalla classe dominante maschile ai tempi remoti. Per il 29,7% delle italiane, il lavoro è fonte di realizzazione e il 27,8% del campione vive il proprio lavoro come un piacere. Il 50% delle donne lavora per garantirsi l’indipendenza economica e il 32,4% per necessità. Il 54,9% del campione è convinto che se una donna che occupa un ruolo di prestigio lo ricopre grazie a capacità, determinazione e qualche rinuncia, in particolare nella sfera affettiva e familiare; per fortuna che solo una donna su quattro crede che dietro una carriera brillante ci sia il ricorso ad scorciatoie poco lecite.

Stereotipi culturali

Per il 52%, se una donna occupa un ruolo professionale più elevato del proprio marito o compagno questo giochi il rapporto. Non sarebbe il tempo sottratto alla famiglia per la carriera la causa delle possibili difficoltà, ma la competizione tra i partner a degenerare il rapporto (60%). Piu’ della metà delle donne ritiene che la femminilità sia una carta vincente per la carriera. In particolare, una su due considera la cura di sé come un piacere a cui non è possibile rinunciare, in media, per 31 minuti al giorno. Le donne italiane, anche le laureate, scelgono sempre più spesso di stare a casa quando nasce un figlio soprattutto per l’elevato costo di cura dei figli, che rende impossibile lavorare. Lo dimostra da uno studio, Female education and employment, making the most of talents di Alessandra Casarico e Paola Profeta di Econpubblica, presentato a Milano nel corso del workshop Institutions and the gender dimension organizzato dall’Università Bocconi.

Condizione lavorativa

Secondo le due ricercatrici sarebbe possibile aumentare il tasso di occupazione femminile puntando su una spesa pubblica più alta per le famiglie, per la prima infanzia, e sulla diffusione di forme di conciliazione tra lavoro e ruolo di cura e puntando sul part time. Le ricercatrici sottolineano che in Svezia, dove la percentuale di lavoro part time rispetto al lavoro totale è del 23%, la percentuale di donne tra i 25 e i 64 anni con un’istruzione superiore o universitaria raggiunge l’85%; in Italia, dove il part time è il 12,7%, tale percentuale si ferma al 48%. C’è quindi un migliore rapporto dove la spesa è più elevata come accade ad esempio in Svezia e Danimarca dove il 3,5% e il 4% del pil sono destinati a l’aiuto delle famiglie e delle donne e dove la percentuale di donne con istruzione superiore è dell’85% e del 79%; in entrambi i Paesi la percentuale di donne con istruzione superiore occupate supera il 75%. In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui le famiglie ricevono meno trasferimenti, poco più dell’1%, le donne più istruite non raggiungono il 50%, mentre quelle istruite e occupate sono il 65% e il 61%.

“E’ noto”, ha spiegato Paola Profeta, “che in paesi come l’Italia il tasso di occupazione femminile è molto basso, del 46,7% rispetto a un obiettivo di Lisbona del 60%. Meno noto è che in questi paesi donne con istruzione superiore o universitaria spesso non lavorano, a differenza degli uomini e a differenza di quanto avviene per esempio nei paesi scandinavi”. Quando le donne devono decidere se istruirsi, non hanno un’informazione completa sui costi ai quali andranno incontro nella cura dei loro figli, nel momento in cui diventeranno mamme. “Esistono quindi delle donne”, ha aggiunto Alessandra Casarico, “che, una volta scoperto il costo di cura dei figli, se questo risulta molto alto, pur essendosi istruite ritengono conveniente non lavorare”. La nostra assenza dal mercato del lavoro genera un grave spreco di talenti. “Sarebbe opportuna una politica di spesa pubblica a favore delle donne lavoratrici o una politica di sgravi fiscali”, secondo Profeta. “In presenza di un ambiente istituzionale e culturale ideale, la mancata conoscenza del costo di cura della prole, al momento della decisione sull’istruzione, non sarebbe un problema, perché tutte le eventuali differenze di costo effettivo rispetto a quello atteso sarebbero neutralizzate dalle istituzioni”.

Secondo l’Indice sulla Parità di genere (GEI) per il periodo 2004-2008, calcolato dal Social Watch, network che conta organizzazioni in oltre 60 nazioni, una donna su due nel mondo non gode degli stessi diritti. Il GEI classifica 157 Paesi in una scala in cui 100 indica la completa uguaglianza tra donne e uomini. L’Italia si classifica solo al 70esimo posto, subito dopo Paesi del terzo mondo come Bolivia, Botswana, Bielorussia, Repubblica dominicana e Singapore (66). Il Paese in prima posizione, la Svezia, vanta un indice di 89, mentre la media mondiale è pari a 61. Nelle prime 15 posizioni dell’indice si piazzano altri Paesi dell’Europa del Nord (Islanda, Danimarca e Finlandia) e una buona rappresentanza di Paesi in via di sviluppo africani e asiatici(Mozambico, Burundi, Cambogia, Ghana, Vietnam, Uganda, Madagascar, Kenya e Guinea). Nella classe politica in Italia le donne costituiscono solo il 17.5% dei parlamentari, relegate a figure ornamentali e marginali e ancora è massiccio il divario uomo-donna nella partecipazione al mercato del lavoro e nei salari percepiti.

Inoltre i salari delle donne sono del 20% piu’ bassi dell’uomo a parità di mansione e poche donne sono pr
esenti nei vertici a causa di stereotipi culturali che si rafforzano ultimamente sopratutto nella classe politica. La causa fondamentale è che i mezzi di comunicazione non promuovono alcuna parità tra uomo e donna e nemmeno le istituzioni incentivano strutture adeguatea favore delle donne, poichè ancorati secondo una visione arcaica dei ruoli.

*ovviamente non solo nel lavoro siamo svantaggiate, ma anche per quanto riguarda i diritti civili come l’aborto, la contraccezione, l’informazione sessuale e i diritti sessuali, la maternità, la visibilità sociale da parte delle istituzioni, fino a essere poco tutelate perfino nei casi di violenza di genere.

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