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Lo spirito ambiguo del denaro

di Guido Rossi
da www.repubblica.it

La vera ricchezza non è mai il denaro, cioè la pecunia cui Agostino in una predica superba nella sua
Ippona, dà le vesti di un’amante volubile e spietata e che solo nel dono al povero può diventare
strumento di salvezza. Ma nel desiderio di accumularla si annida invece la perdizione del ricco e la
continua volatilità della ricchezza che fugge a chi la possiede. Scrive Agostino: «La moneta è tonda,
rotola, se ne va: occorre legarla acquistando un immobile». «E così vogliono legare il proprio
denaro comprandosi una villa …(ma) là dove hai legato il tuo denaro non puoi legare la tua vita …
(che) ti sarà chiesta indietro. Non avrai dunque la villa e la villa non avrà te». Appare questa una
fantastica anticipazione della teoria Keynesiana dell’accumulazione e dell’amore per il denaro che
riflettono ad un tempo il motore del capitalismo e la pulsione di morte che l’accompagna.

E come non trovare in Agostino anche un indice, una traccia dell’inizio della terribile odierna bolla
finanziaria che ha avuto origine negli Stati Uniti dai derivati dei sub-prime mortgages, dove il
passaggio del denaro nell’immobile e dall’immobile al denaro ha finito per distruggere e l’immobile
e il denaro. Commenterebbe Agostino: “non avrai dunque la villa e la villa non avrà te”.
Alla deificazione dell’oro, come simbolo della vera ricchezza, sinonimo ultimo del denaro e nello
stesso tempo assicurazione contro la morte, una sorta di eternità garantita, corrisponde la
deificazione dell’uomo che lo accumula. Nei Manoscritti economici-filosofici del 1844 di Carlo
Marx (Torino 1949, p. 153) vi è un brano, che per la sua valenza esplicativa vale la pena citare
testualmente: “Ciò che mediante il denaro io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello
sono io stesso (…). Ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità
(…). Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Quindi io non sono brutto. Il
denaro è il bene supremo e quindi il suo possesso è buono”.

L’interesse composto che ci assicura contro il futuro e ci spinge verso il desiderio morboso della
liquidità, garanzia di ricchezza contro la morte, ha il suo ultimo capolavoro nella ricchezza non più
creata dal denaro posseduto, che si riproduce nell’interesse, ma dal debito. Ma il debito deve essere ripagato
e l’economia degli ultimi vent’anni è stata basata sul presupposto che ha negato questo principio.

Le tecniche sofisticate del capitalismo finanziario hanno invece trasformato il debito in uno
strumento di creazione di ricchezza, della quale tutti potevano godere. E’ così iniziata l’età del
leverage. E sulla leva finanziaria hanno operato nell’opacità, banche, fondi, enti finanziari di ogni
forma e tipo, istituzioni pubbliche e private. Non si investiva più col proprio denaro, ma col denaro
preso a prestito, sicché per essere finanziariamente adempienti e poter ripagare interessi e debiti il
modello economico esigeva un continuo aumento dei prezzi e una continua rivalutazione del
capitale investito. Ma la catena si è spezzata ad incominciare dai beni immobili la cui
trasformazione in beni mobili (strumenti finanziari, derivati e così via) non ha più retto la continua
autorivalutazione e l’autodistruzione è finita nella deriva economica di una civiltà colpita dalla
nevrosi del denaro, la quale secondo un’asserzione perfetta di Keynes: “distrugge la bellezza del
paesaggio perché gli splendori della natura non hanno alcun valore economico. E siamo capaci di
spegnere il sole e le stelle, perché non pagano dividendi”.

L’attuale crisi dei mercati finanziari, dovuta alla loro naturale instabilità e incapacità di
autoregolamentarsi, come hanno ammesso anche i più accesi idolatri del mercato, quando dotati di
onestà intellettuale, come è capitato a Richard Posner, nel suo recentissimo libro “A Failure of
Capitalism”, sembra mettere in discussione molti dogmi passivamente recepiti per l’interpretazione
dei comportamenti umani, fino a chiedersi se non sia il caso di ripristinare severe leggi contro
l’usura.

Il capitalismo finanziario ha dato ampio spazio alla fantasia degli animal spirits e ha spinto la
creazione di una falsa ricchezza alle sue più contraddittorie paranoie, pensando novello Mida di fare
l’alchimista col debito. E come Mida ha tutto perso di vista e rischiato la fame e l’eutanasia.
La falsa ricchezza creata sul debito è finita in miseria. Eppure c’è ancora chi oggi pensa di risolvere
il problema dell’attuale crisi sostituendo i mercati finanziari con potenziali mercati assicurativi,
alimentati dagli incontrollati credit defaults swaps, a protezione di macabre scommesse
sull’insolvenza. Cioè quei derivati che Warren Buffett ha bollato come “armi finanziarie di
distruzione di massa”.

Il principio di Tomaso d’Aquino “Nummus non parit nummos”, pur con qualche aggiustamento, è
invece ancora il punto da cui bisogna partire. Sarebbe allora il tempo, come ho già sostenuto, di
rovesciare la centralità del problema economico spostandola dal capitale al lavoro e finalmente
scoprire che la vera ricchezza delle nazioni non è fissata dal denaro e dagli interessi di mercato,
prodotti con le più spericolate operazioni che la fantasia degli operatori inventa, ma è fondata
soprattutto sul lavoro, inteso questo nell’ampio senso di attività umana, di capacità dell’uomo di
apprendere e applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzione e di consumo. La giustizia
sociale vorrebbe allora che il prodotto del denaro, cioè l’interesse, fosse commisurato semmai alla
produttività del lavoro così inteso e non al mercato d’azzardo. Invece il denaro è diventato l’oggetto
stesso dei mercati dell’investimento. Il feticcio della liquidità è così risultato il più antisociale dei
programmi di investimento delle istituzioni finanziarie, dove ciò che deve creare ricchezza è solo la
liquidità.

Ciò è accaduto non tanto o non solo perché avidità e stupidità dei singoli abbiano avuto il
sopravvento ma perché avidità e irrazionalità sono state teorizzate e poste alla base di un sistema
che si sta disgregando. Le sciocchezze e la paura vanno di pari passo nella quotidianità di oggi e di
allora.

La globalizzazione economica comporta ora una riflessione che coloro che governano un mondo del
rischio totale trovino accordi per evitare le disparità di ricchezza fra i singoli e fra i Paesi ed una
caotica ma generalizzata conflittualità distruttiva, secondo i fondamentali principi della Teoria della
giustizia di John Rawls, e in modo particolare il principio di differenza, in base al quale se si fa
migliorare la situazione dei più svantaggiati (singoli o Stati) migliora la situazione generale di tutti.
Nell’usare una metafora che ho già più volte adottato, la Fenice dello sviluppo economico
contemporaneo sta bruciando nel suo letto di arbusti che s’è costruita. La nuova Fenice che risorgerà
dalle ceneri di quel giaciglio dovrà, sia in Occidente, sia in Oriente, nascere da radicali riforme
istituzionali. E la stessa ormai inevitabile globalizzazione dovrà abbandonare i principi del
Supercapitalismo, formulati da Robert Reich, per porre alla sua base accordi che privilegino i diritti
dei cittadini e dei più svantaggiati.

Essa non potrà che essere basata sulle libertà, sulla trasparenza e regolamentazione dei mercati, ma
soprattutto su uno stato giuridico dettato dal diritto cosmopolitico di Immanuel Kant. Il quale
sosteneva che «una federazione di Stati, avendo solo di mira la rimozione della guerra, è l’unico
stato giuridico che sia compatibile con la loro libertà». Non è dunque il diritto cosmopolitico che
può soggiacere alla forza del denaro, che invece comprime la libertà. Solo nell’Utopia di Tommaso
il Moro e attraverso
Per la pace perpetua di Kant si può dunque realizzare il sogno di una vera
ricchezza. Ed è proprio una grande crisi come quella che attraversiamo, con forti tinte
escatologiche, che può unire i popoli della terra in un disegno utopistico.

Eppure il disegno può diventare meno utopistico se gli Stati riusciranno a creare un consenso
generale intorno a principi (global legal standards) che obbediscano alle linee che ho appena
tracciato, nella dimensione di un nuovo “contratto sociale”.

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