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Le foto proibite di Tienanmen

di Ernesto Corvetti
da www.peacereporter.net

ll poliziotto mi affianca mentre mi sto dirigendo verso la transenna che dà sul faccione di Mao, incorniciato all’ingresso della Città Proibita. Mi fa il saluto militare e mi chiede gentilmente di fargli vedere il passaporto. Poi chiama qualcuno al walkie-talkie e mi comunica che ci vorranno un paio di minuti. Dopo un po’ arrivano dal centro della piazza due signorine in borghese, anche loro walkie-talkie munite, mi chiedono di mostrargli la macchina fotografica. “Lei è un giornalista?” No, ovviamente, sono un turista, così c’è scritto su mio visto. Il punto però è che ho appena visto e fotografato qualcosa che deve passare inosservato. Un ragazzo con gli occhialini spessi si è messo rigido e impettito proprio dove ogni giorno centinaia di turisti, soprattutto cinesi, assistono all’alzabandiera e al cambio della guardia. Rivolto verso il centro della piazza, ha sollevato un cartello su cui c’era scritto qualcosa che non ho fatto in tempo a leggere. Un poliziotto a due metri da me è partito di slancio e gli è piombato addosso, seguito a ruota da un’altra decina di persone, in divisa e in borghese. Hanno esaminato il cartello e poi hanno trascinato il ragazzo dentro un furgone della polizia, che è partito dopo un minuto circa. Io ho visto e fotografato tutto questo.

Chi è quel ragazzo? Cosa voleva comunicare? Probabilmente non lo saprà mai nessuno. Quanti altri episodi del genere si verificheranno oggi, 4 giugno 2009, in piazza Tienanmen? Forse nessuno, forse decine. La polizia è nervosa e soprattutto numerosa. La ragazza mi chiede di farle vedere le foto che ho scattato. A ogni immagine sul display dice, fredda, “la prossima!” Le passa in rassegna tutte, poi mi comunica che devo cancellarle. Perché? Stavo fotografando la piazza dove turisti con l’ombrellino e persone in uniforme si mischiano, non sono l’unico. “Lei non è un giornalista, non può fotografare i soldati”. Balle, chiunque sia stato a Pechino almeno una volta se ne è tornato a casa con la foto del soldatino in divisa verde sull’attenti, immobile, in mezzo alla gente che va e viene. Il fatto è che ho fotografato anche altro, lei ha visto, io so che lei sa e non ho scelta: cancello tutto e solo allora posso andarmene con il mio passaporto, di cui sono stati diligentemente annotati gli estremi. Anche stanotte ero qui, unico occidentale in mezzo a qualche decina di cinesi tiratardi e di innamorati che tubavano sulle panchine lungo il muro rosso della Città Proibita. Il fatto è che tutte le sere ogni accesso al centro di Tienanmen viene chiuso, inutile aspettarsi qualche “incidente”.

Ho percorso il viale della Lunga Pace, oltrepassato l’ingresso dell’ex palazzo imperiale poi ho puntato a sud, costeggiando l’Assemblea del Popolo, superato il monumento agli Eroi della Rivoluzione e il mausoleo di Mao, per sbucare sul lato della Qianmen, la porta “di fronte”, opposta alla Città Proibita. Niente, nulla, zero, nella notte tra il 3 e il 4 giugno, il vero anniversario della repressione degli studenti. Era palese, chiunque volesse attirare l’attenzione in un gesto comunque autolesivo non aveva interesse a farlo di fronte al nulla. Tuttavia la polizia presidiava l’intera piazza in forze, uomini in uniforme ogni 10 metri. Negli ultimi giorni abbiamo avuto tutti qualche problema di connessione, giornalisti accreditati sono stati “scoraggiati” mentre facevano riprese o foto in piazza Tienanmen e la vita della grande città è continuata come sempre, tra frenetici ritmi di lavoro e svago sempre più globalizzato nei nuovi distretti alla moda. E questa sarebbe stata una non notizia. Almeno fino a stamattina e a quel cartello di cui non sapremo mai il messaggio.

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Che fine ha fatto il signor Wang?

Il signor Wang ha quarant’anni circa. E’ uno degli studenti di piazza Tienanmnen. Dopo “l’incidente” del giugno 1989 venne spedito in provincia. Sì, proprio come si era fatto vent’anni prima con le guardie rosse ormai da rottamare. La rieducazione nella Cina di periferia funzionava bene. A Wang era stata assegnato un ruolo burocratico di basso profilo, di controllo amministrativo. Noi diremmo, un lavoro da travèt. Lo svolgeva diligentemente. Lui era stato uno studente in gamba, una delle “cime” della sua generazione. Venne così notato da uno dei nuovi imprenditori cinesi, che gli fece la proposta giusta: “Perché non passi da questa parte?”

Oggi il signor Wang è a capo di una delle compagnie di real estate più potenti della Cina: costruzioni e compravendita immobiliare. Ha apportato all’impresa che ha creduto in lui il valore aggiunto del franchising: noi ci mettiamo il marchio, il lavoro vero lo fanno le decine di affiliate sparse per la Cina. Poi ci becchiamo la percentuale. Di storie come quella di Wang ne esistono parecchie. Il vero epilogo di Tienanmen non è costituito da quel numero indefinito di morti in piazza e dai giustiziati del giorno dopo. Quanti? Due, tremila in tutto? Non si sa e probabilmente non lo si saprà mai. La generazione degli studenti con la fascetta bianca in testa tiene oggi le redini del potere economico cinese. Domani, forse, di quello politico.

Nessun segnale dalla Beida (l’università di Pechino), encefalogramma piatto alla Renda (quella del Popolo). Gli studenti del nuovo millennio pagano per studiare, sono i “principini” nati dalla politica del figlio unico, almeno due generazioni di familiari investono su di loro. Non c’è tempo per dedicarsi a un “incidente” di vent’anni fa. “Perché rivangare Tienanmen?”, mi chiede un amico da anni residente in Cina. “Non interessa a nessuno. Non interessa ai carnefici di allora, per ovvie ragioni, e neppure agli ex studenti. Nel 2022 saranno i nuovi leader del Paese. Perché giocarsi un futuro radioso per ritirare fuori questa storia? In questo senso, il movimento di piazza Tienanmen ha già vinto”. Chiedevano riforme. Le hanno avute. Chiedevano democrazia? “Hanno avuto pure quella”, insiste l’amico. Non è quella occidentale.

Oggi un cinese può arricchirsi, discutere di tutto, viaggiare, consumare. Non può criticare le massime autorità dello Stato e del partito e organizzarsi in un movimento politico. “Del resto – continua – è più democratico un Paese in cui si possono insultare pubblicamente, in forma scritta, il premier o il capo dell’opposizione ma dove si alza il muro del silenzio appena si toccano i poteri forti che ci stanno dietro; oppure un Paese in cui si discute quotidianamente e diffusamente di tutto, dei problemi politici sostanziali, a patto che si lascino stare le massime cariche dello Stato?”

In Cina, oggi, ci sono problemi più urgenti. Dagli aerei non si sbarca tanto facilmente. Si rimane al proprio posto finché un signore in camice bianco e mascherina non ha puntato alle tempie di tutti i passeggeri una specie di pistola laser, alla ricerca i qualche linea di febbre. Poi c’è la weiji, la crisi. Dalla cintura manifatturiera a sud giungono voci di chiusure a catena, con tanto di imprenditori stranieri fuggiti con la cassa. Sono le aziende votate all’export e la filiera delle subforniture, quelle che subiscono il crollo del mercato Usa e la paralisi di quello europeo. In compenso, le regioni interne cominciano a godere del pacchetto di stimoli varato dal governo: infrastrutture, costruzioni. C’è nuova trippa per i signor Wang.

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