Home Europa e Mondo Tienanmen, 20 anni dopo. Per non dimenticare

Tienanmen, 20 anni dopo. Per non dimenticare

di Redazione Aprileonline
(L’intervista a Zhang Xianling è stata realizzata dal corrispondente in Cina di Apcom)

Nel ventesimo anniversario del massacro, la Cina si chiude nel silenzio ufficiale, serra l’accesso alla storica piazza, aumenta la censura su Internet e rafforza le restrizioni sugli attivisti. Solo l’aumento del numero dei poliziotti attorno alla piazza e la perquisizione per chi si avvicina alla zona danno il segno che la giornata è particolare a Pechino, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù. Uniche a proseguire nella loro opera di denuncia, le Madri. Il racconto di Zhang Xianling, 72 anni, un figlio assassinato dai militari e sepolto nell’aiuola sulla via Chang’an

Sebbene dopo due decenni il dolore non si sia alleviato, la determinazione a portare avanti la battaglia in nome delle centinaia o migliaia di vittime del giugno 1989 è più forte che mai, per coloro che da allora hanno avuto la vita sconvolta. “So bene che non vedrò i risultati di tutto questo mio adoperarmi, ma non posso smettere di chiedere giustizia, per mio figlio e le vittime di allora, e per le vittime di oggi, le nuove generazioni che di ciò che è successo non sanno nulla” spiega risoluta Zhang Xianling, 72 anni, il numero due del gruppo delle Madri di Tiananmen.

Sono passati 20 anni da quando l’Esercito di Liberazione Popolare aprì il fuoco sugli studenti che da un mese e mezzo dimostravano sulla piazza. Saranno passati anche 20 anni da quando Wang Nan, il figlio della signora Zhang, all’epoca studente liceale di 19 anni, è stato ucciso da una pallottola sparata dai soldati. “Wang Nan si era interessato molto alle rivendicazioni degli studenti. Era il capo politico della sua classe e quelli erano argomenti a cui prestava molta attenzione” – racconta Zhang ad Apcom, mostrando gli striscioni che il figlio scrisse di propria mano a sostegno dei dimostranti, e che ha conservato per tutti questi anni.

“Aveva la passione della fotografia, da grande voleva diventare fotoreporter. Diceva ‘mamma vado sulla piazza per catturare la storia’, ma io all’inizio non ero d’accordo”. Impiegata al Ministero dell’Aviazione Zhang Xianling aveva una visione ‘ufficiale’ del movimento studentesco all’inizio. “Pensavo che gli studenti dovessero solo studiare e non occuparsi di politica, anche se le loro rivendicazioni erano giuste”. Tutto cambiò per Zhang, gli studenti e i cittadini cinesi tutti con il famoso editoriale del 26 Aprile apparso sul Quotidiano del Popolo.

“Quell’editoriale è stato come un secchio d’acqua gelata buttato sulla testa degli studenti: li ha categorizzati e spinti all’estremo. Da allora ho iniziato ad essere d’accordo con Wang Nan e sostenere il movimento”. Ma col passare dei giorni, al figlio che gli chiedeva se ci fosse mai da temere che l’esercito aprisse il fuoco sui manifestanti, Zhang rispondeva sicura: “Come è possibile che sparino sulla folla? Non lo hanno fatto all’epoca della Banda dei quattro, perché l’esercito del popolo dovrebbe farlo adesso”.

La notte del 3 giugno, nonostante gli ammonimenti della famiglia, Wang Nan decise di andare ugualmente sulla piazza, con macchina fotografica al collo, registratore in tasca e un casco da motociclista sulla testa. ‘Temeva che potessero esserci bastonate; aveva sentito dire che durante la Rivoluzione Culturale era così che le fazioni si attaccavano fra di loro”.

Invece fu proprio un proiettile a trapassare quel caso ed ucciderlo, ad ovest di Tiananmen, prima ancora che raggiungesse la piazza. Stava facendo foto quando si è accasciato, all’una di notte, senza che a nessuno fosse permesso di portargli soccorso, hanno raccontato i testimoni alla madre. Dopo due ore, alle 3, Wang Nan è morto, ma la famiglia apprese la notizia solo 10 giorni dopo. “Fino al 14 ho vissuto nell’angoscia, temevo fosse morto famiglia e amici continuavano a ripetermi che molti ragazzi erano stati arrestati o feriti. Ho fatto invano il giro di 24 ospedali, ma mai avrei potuto immaginare che mio figlio fosse stato sepolto di nascosto a due passi da Tiananmen, sull’arteria principale della città”.

I soldati che lo hanno ucciso, insieme ad altri 2 giovani, si sono affrettati a nascondere le prove dell’azione sconsiderata seppellendoli alla meno peggio sul giardino di entrata di una scuola, sulla via Chang’an. La pioggia ha fatto riemergere i cadaveri e le cintura militare che aveva addosso ha ridato un nome a Wang Nan. “Poiché aveva addosso la cintura dell’esercito che gli avevano regalato ad un’esercitazione militare a cui aveva partecipato a maggio, chi l’ha trovato ha pensato che fosse un soldato e lo ha portato in un ospedale per il riconoscimento. Gli altri due corpi che erano seppelliti con lui sono stati cremati in tutta fretta e senza neppure sapere chi fossero”.

Così nel giro di poche settimane il paese è ricaduto in tempi cupi di cui sperava di aver perso memoria. “Credevamo nei nostri leader, avevamo fiducia in loro dopo tutto ciò che avevamo passato con Mao. Il 4 giugno ci ha però svegliati di colpo: abbiamo capito che il Partito avrebbe fatto di tutto” per assicurare la propria sopravvivenza, spiega Zhang.

A cominciare dal nascondere i fatti di quei mesi, nonostante la volontà delle famiglie di capire le circostanze in cui i loro figli persero la vita. Fu così che nel 1990 Zhang incontrò Ding Zilin, madre di Jiang Jielian un altro liceale ucciso dall’esercito, e iniziò la ricerca di altre famiglie nelle proprie condizioni. “Neppure un elenco dei morti hanno pubblicato, allora ci siamo dette: bene, ci pensiamo noi. Ed abbiamo iniziato a cercare, dapprima liceali come i nostri figli, poi tutti gli altri”.

Oggi il gruppo delle Madri di Tiananmen conta circa 140 membri, non solo madri ma anche padri, fratelli e parenti allargati delle vittime di quel massacro. “Finora abbiamo raccolto le storie di 195 persone morte a Tiananmen. Ma secondo i nostri calcoli sono solo il 10% del numero totale delle vittime, che dovrebbe aggirarsi sulle 2000 persone”.

Il lavoro della Madri non è mai stato facile negli anni, nonostante oggi le autorità sembrano mostrare un attegiamento più conciliante. “Dal 1995 abbiamo iniziato a fare tre richieste al governo: che si pubblichi una lista dei nomi dei deceduti; che le famiglie vengano compensate secondo la legge, e che in accordo con la legge i responsabili del Massacro di Tiananmen siano giudicati e puniti. Ogni anno presentiamo una lettera aperta al Parlamento cinese, ma non abbiamo mai avuto una risposta. La mandiamo ai media cinesi, alla CCTV, a Xinhua, ma nessuno mai ci prende in considerazione. Il nostro lavoro all’interno della Cina non è per nulla facile, ma è svegliare la coscienza dei cinesi che a noi interessa prima di tutto”, spiega Zhang Xianling. Per anni è stata sotto sorveglianza.

Nel 2004 è stata perfino messa in prigione per aver ricevuto un pacco con delle magliette commemorative dei 15 anni del Massacro da un gruppo di attivisti di Hong Kong. “Ma ora la situazione sembra essere più calma. L’ultima volta che sono stata messa sotto sorveglianza è stato durante le Olimpiadi. Da allora nessuno mi segue più. Ed anche il comportamento della polizia è diverso: prima erano molto più severi, ora sono gentili. Sono giovani neppure mi conoscono ma quando spiego loro la mia storia si mostrano compresivi e toccati. Mi dicono di essere dispiaciuti ma quello è il loro lavoro. Li capisco, tocca al governo cambiare per primo”.

Eppure Zhang Xianlin non valuta del tutto negativamente la nuova generazione di politici al potere. “I nuovi leader sono diversi, parlano di armonia e problemi che toccano la gente comune. Se 20 anni fa avrei dato uno zero alla condizione dei diritti umani in Cina, oggi mi sento di dare un 20 su 100. Si può vedere qualche progresso nelle dimostrazioni per esempio a Xiamen o nel Sichuan, che hanno avuto qualche risultato. O anche da quello che ha noi solo di recente è stato concesso”.

Due settimane fa 50 famiglie si sono ritrovate a casa di Zhan
g Xianling per una cerimonia commemorativa. La polizia, che aveva appreso della notizia attraverso l’ascolto delle conversazioni telefoniche, ha imposto tre condizioni (che non ci fosse nessun esterno, nessun giornalista straniero e che non si uscisse a manifestare in strada), ma non ha impedito la riunione.

Solo Ding Zilin non è stata autorizzata a lasciare il proprio appartamento per raggiungere le altre Madri. “Nell’insieme nel paese non c’è stato nessun progresso al livello politico”, ammette sconsolata Zhang Xianling. L’ultima vittima è proprio lei: la scorsa settimana la polizia le ha notificato che fino al 5 giugno sarà accompagnata da un poliziotto per ogni spostamento al di fuori dalla propria casa. Una notizia che arriva proprio quando essa stessa credeva che un cambiamento, seppur minimo, fosse in atto.

Nel ventesimo anniversario del massacro, la Cina si chiude nel silenzio ufficiale, serra l’accesso alla storica piazza, aumenta la censura su Internet e rafforza le restrizioni sugli attivisti.
Solo l’aumento del numero dei poliziotti attorno alla piazza e la perquisizione per chi si avvicina alla zona danno il segno che la giornata è particolare a Pechino, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù.

Uno dei più noti dissidenti, Qi Zhiyong, che perse la gamba sinistra nel 1989 ed è sotto costante sorveglianza della polizia, ha inviato un sms all’agenzia France Press per far sapere che è stato costretto a salire su un’auto per essere portato via da Pechino. “Ogni giorno devo mandare a scuola mia figlia su una macchina della polizia. Stavolta, quando mia figlia è scesa, gli agenti si sono rifiutati di far scendere anche a me. Al contrario, sono saliti altri due agenti, mi hanno costretto a sedere nel mezzo, e ora mi stanno portando via da Pechino. E hanno intenzione di togliermi il cellulare”.

E a quel punto tutte le chiamate al telefonino di Qi, 53 anni, a cui era stato chiesto nei giorni scorsi di lasciare la capitale, sono andate a vuoto. Del resto, lui è abituato ad essere allontanato in occasioni “sensibili”: fu portato via durante le Olimpiadi di agosto, quando a febbraio arrivò in Cina il segretario di Stato Hillary Clinton, e a marzo, durante l’annuale sessione del Parlamento cinese.

La censura va a tutto spiano: le notizie sul sanguinoso massacro che pose fine a sette settimane di proteste degli studenti vengono periodicamente tagliate dagli schermi della Bbc e Cnn, in lingua cinese. Alla vigilia dell’anniversario, Pechino ha deciso di bloccare anche l’accesso al microblogging Twitter, alla posta elettronica di Hotmail, al nuovo motore di ricerca Microsoft Bing e al server fotografico Flickr (censure che si sommano alle numerose restrizioni a cui già sono soggetti gli utenti cinesi del web, penalizzati dalle censure di Youtube, Blogspot, WordPress). In un comunicato, Reporters without Borders ha ricordato che “il black out sull’informazione è stato così efficace per 20 anni che la gran parte dei giovani cinesi sono del tutto ignari di quel che accadde quella notte”.

La maggioranza degli studenti dell’Università di Pechino, motore iniziale delle proteste, non sanno nulla di quel che successe: l’enorme campus della Beijing Daxue (nota con il nomignolo Beida in Cina), la maggiore università del Paese, vive l’anniversario più concentrata sugli esami di fine corso che per le rivendicazioni politiche.

Jeff Widener, l’autore della famosa foto di un giovane dinanzi a un tank, ha raccontato che il 4 giugno, quando i soldati uscirono a pulire le strade, “il suolo del viale Chang’An era letteralmente rosso di sangue”. Ma gli appelli delle Madri al governo (computo ufficiale dei morti, risarcimento, perdono ufficiale e un giudizio sui responsabili) continuano a rimanere inascoltati.

In assenza di dati ufficiali da parte del governo, diverse Organizzazioni non governative (Ong) stimano che tra 20 e 200 persone siano tuttora in carcere per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni per la democrazia del 1989. “Il Congresso nazionale del popolo ha il potere di indicare la direzione per chiedere conto delle persone uccise, di quelle arrestate e di quelle che sono ancora in prigione”, ha scritto Amnesty International in una lettera aperta inviata il 13 maggio a Wu Bangguo, presidente del Comitato permanente del Cnp.

“Tra le persone tuttora in carcere, alcune furono condannate per reati ‘controrivoluzionari’ che sono stati cancellati dal codice penale cinese nel 1997”, ha sottolineato Roseann Rife, vicedirettrice del programma Asia e Pacifico di Amnesty International. Non tutte le persone finite in carcere a seguito delle manifestazioni di Tiananmen per la democrazia presero effettivamente parte alle proteste. A causa della successiva soppressione del dibattito pubblico, molte di esse sono state condannate dopo il 1989, solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d’espressione, ad esempio dando vita a dibattiti on line o pubblicando su Internet poesie in ricordo delle vittime.

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