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Voti e vuoti

di Lorenzo Mazzoli
da www.aprileonline.info

Così com’è il centro sinistra non è in grado di competere seriamente per la guida del paese, al più si compete per spartirsi ciò che rimane. Per una “casta” può anche bastare, non per il bene dei cittadini e della stessa democrazia. Ma attenzione, la crisi non interessa solo i partiti e le istituzioni; anche il Sindacato non è immune da una situazione così confusa. Potrebbe subirne tutte le ricadute negative o, al contrario, essere soggetto che intende determinare un’evoluzione delle cose mettendosi in gioco, spendendosi nelle dinamiche sociali: il prossimo banco di prova è il congresso della Cgil

Il tratto di matita sulle schede elettorali è ancora fresco ed è sicuramente presto per un’analisi compiuta, ma accidenti quante cose sono state depositate in quelle urne. Saremo capaci di capirle? Saremo in grado di affrontarle? E, prima ancora, siamo sicuri di volerlo fare sul serio?

Lo dico perchè magari si pensa che quel terremoto che ha squadernato il quadro politico forse più ancora delle elezioni del 2008, riguardi solo i partiti e le istituzioni. Quando la società è percorsa da fenomeni così consistenti non esiste riparo per nessuno, l’unica alternativa è prendere il mare ed affrontare la burrasca. Se aspettassimo vicino riva con la speranza che tutto passa, un nonnulla di anomalo ci potrebbe ribaltare ed a quel punto sarebbe davvero complicato riprendere rotta.

Le elezioni amministrative sono state la riprova del vento che ancora soffia forte verso destra ed il grado di scarroccio è consistente. La Lega ha acquisito un “consenso viscerale” soprattutto per le modalità, che per noi spesso sono inaccettabili, di affrontare le paure delle persone, ma il suo processo identitario sul territorio ne ha fatto una forza politica dai tratti tipicamente razzisti e xenofobi che però si celano tra gli interstizi del bisogno di sicurezza e di presa in carico delle ansie che le persone vivono anche in forma collettiva. Lo sfondamento a sud della padania fa impressione e preoccupa perchè lo si percepisce per quello che è: un fenomeno popolare difficilmente contenibile geograficamente. I segnali di questa “invasione” c’erano già stati, ma ora è più predisposta l’accoglienza e se continua così il fenomeno può diventare strutturale in territori che sembravano impermeabili.

Le elezioni europee non hanno portato al trionfo personale del Presidente del Consiglio ed al suo partito malgrado i proclami da “eccesso di sondaggio” e questo, oggettivamente, è stato, innanzitutto, un bene per la democrazia. Forse ha ragione Ezio Mauro quando dice che si è “aperta una crepa”, ma in ogni caso un segnale: “non puoi fare e dire quello che ti pare” questo mi sembra appalesato. Ed è importante per far acquisire consapevolezza che nessuno è invincibile se dall’altra parte non si è impotenti.

Ma allora qui bisogna dirsi le cose con crudezza: quale alternativa politica, culturale, valoriale è credibilmente in campo? I partiti dell’area di centrosinistra sarebbero oggi in grado di assumere il governo del Paese? Avrebbero un programma da proporre agli elettori ed un Esecutivo in grado di tradurlo in decisioni? Insomma, ci sono i “numeri” per giocare la partita?

Le europee ed amministrative non hanno reso esaltante il risultato dei partiti alternativi a Berlusconi, ma se non si acquisisce una credibilità per governare il paese, non esiste neanche il consenso. Le persone si disaffezionano quando non hanno fiducia e la crisi di fiducia si trasforma in astensione. Ed anche il voto a più contenuto ideologico, laddove non è in grado di incidere, diventa motivo di frustrazione.
Bisogna ripartire da una banalità: così com’è il centro sinistra non è in grado di competere seriamente per la guida del paese, al più si compete per spartirsi ciò che rimane. Ci si può anche accontentare di analizzare i propri flussi elettorali e “frequentare”, quando va bene, gli stessi palazzi e privilegi di chi comanda. Per una “casta” può anche bastare, non per il bene dei cittadini e della stessa democrazia.

Bisogna prendere atto della necessità di far emergere uno spirito costruttivo tra forze diverse che possa avere l’ambizione di affrontare un serio lavoro di elaborazione: chiaro e sufficientemente sintetico, che rimetta al centro l’idea di una prospettiva possibile. Se ognuno costruirà il proprio cantiere distinguendosi a prescindere, magari richiamandosi in modo rassicurante alla grande storia ed ai suoi simboli, non si andrà da nessuna parte. Come si è visto, in poco tempo, ad esempio per il PD, il tema non è più se nel Parlamento europeo si appartenere alla famiglia socialista (che pure ha appassionato e diviso), il punto è l’ “Eclisse della socialdemocrazia”, come scrive Giuseppe Berta o che siamo in presenza di un “esaurimento del modello socialdemocratico” come dice Alain Touraine.
E’ sufficiente l’allarme suonato con le Europee e le Amministrative per far compiere il miracolo di una ritrovata pars costruens?

Ma attenzione, la crisi è molto grave e non interessa solo i partiti e le istituzioni; se non affrontata, quella cesura dalla prospettiva diventerà una separazione dai valori da essa rappresentata e ciò potrebbe avere conseguenze molto consistenti anche nei corpi intermedi. Il Sindacato non è immune da una situazione così confusa. Potrebbe subirne tutte le ricadute negative o, al contrario, essere soggetto che intende determinare un’evoluzione delle cose mettendosi in gioco, spendendosi nelle dinamiche sociali come soggetto che vuole contare nel merito delle scelte da compiere.

La CGIL affronterà il Congresso in una fase davvero complicata sul piano economico e sociale ed in un quadro politico in cui ad elezioni appena svolte si pensa già a quelle del prossimo anno e che concluderanno trentasei mesi di appuntamenti elettorali “vissuti pericolosamente”.

L’errore sarebbe quello di aver paura di discutere ed affrontare i nodi gordiani che dobbiamo tagliare. C’è bisogno dell’esatto contrario. Saremo più forti ed uniti soltanto se sapremo confrontarci con franchezza sul merito delle cose, con la volontà di chi intende determinante il proprio ruolo nella società e lo intende esercitare, prima ancora che rivendicarlo.

E non mi pare il caso che alcuni si sentano di erigersi a difensore dei diritti pensando che altri siano disposti a scambiarli per contropartite a ribasso. La polemica sul contratto unico in contrapposizione all’articolo 18 è una sorta di caricatura di noi stessi e della fatica che quotidianamente facciamo per valorizzare il lavoro, tutelare chi lavora, salvaguardare i diritti di cittadinanza. Diciamo, ad esempio, che cosa facciamo perchè milioni di persone, centinaia di migliaia di giovani che hanno rapporti di lavoro precario possano guardarci convinti che li stiamo concretamente tutelando. Indichiamo come salvaguardare il diritto di cittadinanza e quali strumenti sono necessari per rilanciare il grande tema dell’uguaglianza senza accontentarci di citare la Costituzione salvandoci l’anima. Affrontiamo razionalmente come si può tenere insieme un paese che è sempre più separato frapponendo proposte ed iniziative che sappiano impedire un federalismo che amplia le differenze. E per proporre non possiamo aspettare la caduta di Berlusconi ed il cambio di maggioranza.

Abbiamo il dovere di colmare dei vuoti spaventosi che si sono aperti tra e dentro le persone. Nel “nuovo che avanza nella politica italiana c’è tanto vecchio che sopravvive a se stesso?”. Per evitare la risacca bisogna spingersi oltre.

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