Home Politica e Società DIRTY ISLAND: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ECOMAFIA IN MARE

DIRTY ISLAND: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ECOMAFIA IN MARE

di Alessandro Iacuelli
da www.altrenotizie.org

Che il mare fosse destinato ad accogliere i rifiuti, soprattutto quelli tossici, della società industriale occidentale, non è cosa nuova; è una storia che ci viene raccontata da 30 anni di navi cariche di materiali velenosi affondate nel mediterraneo. Ma c’è una nuova frontiera che si presenta sul vicino orizzonte, nel campo degli smaltimenti illeciti in mare, ed è una frontiera che abbatte i costi di affondamento di una vecchia carretta del mare. E’ successo nella ridente isola d’Ischia, in pieno Golfo di Napoli, dove rifiuti e fanghi tossici non venivano smaltiti in discarica, né osservando procedure di legge, ma direttamente in mare: nelle acque antistanti l’isola, circondata da alberghi e villaggi turistici. A svelarlo è l’inchiesta “Dirty Island”, coordinata dal capitano Achille Sirignano dei carabinieri del Noe di Napoli, che ha fatto scattare gli arresti domiciliari per cinque persone coinvolte in un traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi. Coinvolti anche sessanta albergatori, che risultano essere indagati nella stessa inchiesta.

Secondo le indagini sarebbero finiti in mare anche i rifiuti liquidi provenienti dal centro emodialisi dell’Asl Napoli 2 e che per legge devono essere raccolti e smaltiti applicando precauzioni particolari. Agli arresti domiciliari sono finiti gli amministratori della società “Aragona servizi Ecologia”, assieme al responsabile tecnico ed al chimico esterno della stessa società. Gli albergatori sono indagati in quanto i loro alberghi erano spesso anche stabilimenti termali, con tanto di vasche per l’immersione in fanghi. I prelievi effettuati nelle vasche a tenuta stagna da parte della società “Aragona Servizi ecologia”, non venivano certificati dall’apposito formulario che gli albergatori stessi erano tenuti a compilare.

I carabinieri hanno quindi confermato che, non sottoscrivendo il formulario, hanno favorito, di fatto, la società addetta al trattamento dei reflui nell’attività criminosa e nel mancato smaltimento corretto dei fanghi. Pertanto, l’inchiesta deve ora chiarire che tipo di fanghi sono stati smaltiti: se quelli di attività termali, o se sono stati miscelati fanghi tossici di provenienza industriale.

Quel che è certo, è che dalle intercettazioni telefoniche presenti negli atti dell’inchiesta, i cui titolari sono i PM napoletani Paolo Sirleo e Antonio D’Alessio, coordinati dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, emerge un quadro inquietante. Come quello dell’albergatore che al telefono dice di avere fretta e che ha bisogno che le sue vasche vengano spurgate in fretta, altrimenti si trova “in difficoltà”. Le vasche vengono rapidamente spurgate, ed i liquami scaricati in mare a Ischia.

Il protagonista delle intercettazioni è il signor Giuseppe Pesce, titolare assieme ai fratelli Lucia e Vincenzo della società “Aragona servizi ecologia”. L’impresa di famiglia ha il monopolio sull’isola d’Ischia nello spurgo dei fanghi fognari di alberghi e case private, ma allo stesso tempo si occupa anche di smaltimento di rifiuti tossici. Rifiuti che sono stati spesso miscelati, secondo la Procura di Napoli, al materiale di spurgo degli alberghi, formando un pericolosissimo miscuglio che di certo non può essere gettato in mare, per giunta in una località balneare.

I carabinieri del Noe, delegati all’inchiesta, hanno intercettato telefoni, eseguito pedinamenti, controllato attraverso gps satellitari i tre camion della società. I cinque agli arresti domiciliari, oltre ai fratelli Pesce, anche Carolina Mingozzi, responsabile tecnico della società, e il chimico esterno Giuseppe Di Lauro, sono stati interrogati lunedì mattina dal collegio dei gip. Nel provvedimento cautelare, di 130 pagine, viene disposto il sequestro della società, dei suoi uffici a Ischia Porto e dei tre camion, ma i giudici hanno rigettato la richiesta della Procura di sequestrare anche la società “Uniterra” di cui è socio accomandatario lo stesso Giuseppe Pesce.

I reati contestati sono associazione a delinquere, traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, frode in pubbliche forniture e false fatturazioni, estesi anche a tre indagati con obbligo di firma: il trasportatore Gennaro Ciro Buono e i due autisti Filippo Valerio e Mario Albano. La Procura aveva chiesto il carcere per i cinque indagati ai domiciliari e l’arresto per quattro persone, tra cui le tre sottoposte invece all’obbligo di firma.

Il collegio dei gip ha deciso in maniera diversa. Giuseppe Pesce ha un curriculum imprenditoriale con alcuni precedenti per un’estorsione e una prescrizione in un processo per usura, è da tempo nel settore spurgo e smaltimento rifiuti. Si legge nel provvedimento giudiziario: “È stato perpetrato un duplice danno. L’aver corrisposto all’Asl Napoli2 rilevanti somme di denaro pubblico per l’espletamento di un’attività illecita di terzi, nella convinzione di ricevere invece un servizio corretto, ma anche la devastazione dell’ambiente per anni, con pericoli per la pubblica incolumità”.

Il meccanismo illecito sui rifiuti tossici viene spiegato nella stessa ordinanza. Per legge, quel materiale doveva essere trasportato su camion a tenuta stagna e con navi mercantili particolari, proprio per evitare che fanghi e liquidi chimicamente pericolosi finissero in acqua. Secondo l’accusa, con la complicità del chimico esterno, i rifiuti tossici, come i residui infetti di dialisi, venivano miscelati con fanghi di origine alberghiera e altri materiali da smaltire con false attestazioni di “non pericolosità”.

L’alterazione veniva effettuata miscelando poco alla volta piccole quantità di rifiuti tossici a grandi quantità di spurghi termali, ed assegnando al miscuglio risultante il codice CER di un normale fango da spurgo di pozzo nero. Una volta alterate le documentazioni, il tutto veniva trasportato su normali camion e con navi passeggeri di linea in partenza da Casamicciola a costi molto inferiori.

Diverso, invece, il criterio seguito per smaltire i fanghi prelevati dallo spurgo di fogne e pozzi neri in case private e alberghi. Si prelevavano e si gettavano nelle fogne che versavano direttamente a mare, senza portarli nelle discariche autorizzate sulla terraferma: oltre un milione di metri cubi di fanghi sarebbe stato smaltito in questo modo. Codacons e Legambiente annunciano la costituzione di parte civile in un eventuale processo che dovesse scaturire dall’inchiesta. Ovviamente, gli operatori turistici ischitani hanno manifestato stupore e preoccupazione per le ripercusioni su una stagione estiva che già si prospetta difficile.

L’inchiesta di Ischia dimostra ampiamente come non occorra mai “abbassare la guardia”. Oggi più di ieri, l’ecomafia non è mai stata così potente, ed il suo fatturato totale non è mai stato così alto: infatti è cresciuto a livelli record proprio nell’anno più nero per l’economia mondiale, e la cosa non è affatto casuale. Se l’industria è in crisi globale, deve trovare modi meno costosi per smaltire i proprio rifiuti speciali, soprattutto quelli tossici, il cui smaltimento è più costoso. Per questo, il business dell’ecomafia non conosce congiunture sfavorevoli.

Nell’arco del 2008, le scorie industriali gestite dalla criminalità sono arrivate a 31 milioni di tonnellate in tutta Italia. Il fenomeno sta quindi diventando una vera e propria urgenza nazionale. Il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso recentemente ha suggerito l’istituzione di un osservatorio nazionale contro le ecomafie, spiegando che non tutte le indagini partono come “indagini ambientali” e che quindi “è importante un osservatorio per avere un quadro generale per aggredire il fenomeno in tutti i suoi addentellati criminali”. Ma ancora una volta, la politica fa orecchie da mercante.

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