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Capo Rizzuto, libertà vigilata

di Gian Luca Ursini
da www.peacereporter.net

Due giorni di forte scirocco hanno dissuaso dai controlli la guardia costiera e le molto più efficienti pattuglie delle ‘ndrine locali che non vogliono sbarchi di clandestini su spiagge adibite di solito al traffico di kalashnikov. E così un gruppo di decine di curdi è riuscito a raggiungere le coste calabresi a bordo di un veliero di lusso rimediato in Turchia, che li ha portati fino a Caulonia, confine tra le province di Reggio e Catanzaro. Poche ore dopo – era il 3 di giugno – la polizia ha recuperato 32 di questi curdi di nazionalità turca tra la stazione ferroviaria e la statale Jonica mentre cercavano di raggiungere a piedi l’aeroporto di Crotone, a cento chilometri di distanza.

Dopo le prime cure fornite dalle Ong locali e dai comuni di Caulonia, Stignano e Riace, che aderiscono a un programma comunitario (‘Sprar’) di accoglienza per i richiedenti asilo, i malcapitati si sono resi conto di aver commesso un grave errore nel prendere in consegna il tre alberi di lusso con interni in tek birmano da chissà quale armatore di fortuna di Izmir (Smirne) per arrivare fin in Calabria e non a Lampedusa: sono stati subito tradotti verso il più infausto dei dieci Centri di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo d’Italia: quello di Crotone, o meglio Sant’Anna, di Isola di Capo Rizzuto.

Attorno a questo ex Cpt i media locali stanno costruendo una campagna di demonizzazione da almeno 6 mesi, da quando si scoperse che i posti letto nel centro erano inadatti ad ospitare gli attuali 2.500 ospiti, molti dei quali si arrangiavano al porto di Crotone, dentro le vecchie ‘carrette del mare’ sulle quali spesso erano sbarcati in Italia, sequestrati dalla Finanza e tenuti in rada nel piccolo porto turistico pitagorico. Il Cpt è meno ‘infernale’ di Lampedusa o Gradisca d’Isonzo, perché gli ospiti sono liberi di uscire al levare del sole e dalle 1.500 alle 2.000 persone ogni giorno si riversano per il borgo di S’Anna, 1300 anime di frazione di Capo Rizzuto che comunque ne conta appena 15mila. “Crotone e Isola sembrano cittadine dell’Alabama anni ‘50” titolava l’ultraconservatore quotidiano principe in Calabria, la “Gazzetta del Sud” pro- berlusconiana, per sottolineare che i locali vedevano come disvalore la convivenza con i profughi, in gran parte africani.

Capo Rizzuto venne creato nel 1999 presso l’aeroporto di Crotone per ospitare i profughi dal conflitto del Kosovo nei Balcani. In 10 anni ha ospitato 80mila migranti; ora è la destinazione principale di chi sbarca a Lampedusa dai barconi degli scafisti, dopo pochi giorni nel Cpt siciliano. La libera circolazione dei migranti ha finora creato problemi più che altro agli stessi stranieri: una moldava ha denunciato lo stupro da parte di un calabrese e alcune nigeriane ad opera di ignoti, ma sui verbali nei giorni seguenti è stato riportato “ad opera di connazionali”. I giornali locali riportano le voci dei crotonesi secondo i quali “le nigeriane quando escono dal campo mettono su un bordello a cielo aperto sulla statale Jonica”; Crotone è lontana 8 chilometri ma il sindaco Peppe Vallone vuole mantenere quanto più ampie le distanze coi nuovi arrivati: ha disposto il raddoppio delle forze di polizia urbana con nuove assunzioni e impedito l’accattonaggio sul suo territorio comunale da marzo. “Se questi non li vuole nessuno, perché ce li dobbiamo accattare (prendere, ndr) noi?”, attacca con logica elementare.

Ben più umanitaria di Vallone è la sua collega che governa Isola Capo Rizzuto con una giunta di centro: Carla Girasole. “Siamo abituati ad ospitare migranti, visto che già in 3mila lavorano qua stabilmente nella zootecnia e agricoltura per 25 euro al giorno; va meglio alle loro donne che hanno trovato impiego a Crotone nelle pulizie domestiche per una media di 6 euro l’ora”. Il problema principale della signora sindaco è creare strutture per l’integrazione. “Il culto, cristiano e non, è ancora in gran parte abusivo: esistono moschee non autorizzate nei garage per marocchini tunisini e ghanesi, albanesi, mentre ucraini rumeni e moldavi presenziano a funzioni di rito ortodosso nelle nostre chiese. L’accoglienza abitativa è di emergenza: occupano tutti casolari di campagna abbandonati o seconde case al mare che i calabresi non reclamano.

D’altronde non pagano tributi e noi non possiamo offrire servizi; ma i migranti che vengono qua a lavorare sono integrati nella comunità, quelli al S. Anna sono di passaggio e la loro presenza è vissuta con ansia dai miei concittadini. Oramai quasi nessuna donna vuole rimanere in casa da sola durante il giorno”. Isola però deve tanto al centro di prima accoglienza: 2 milioni 900 mila euro in due anni per tenere pulizia, manutenzione locali e i due impianti di depurazione. “Una miseria – protesta la sindaco – ci faccio lavorare poche decine di dipendenti comunali. E’ vero però che il Centro è forse il maggior datore di lavoro a Isola per la ricaduta di lavoro che ha sulla ‘Misericordia’ (che dovrebbe offrire servizi sanitari, ndr): in 3 anni questa Onlus ha ricevuto 46 milioni, sicché nel Cpa lavorano almeno 130 operatori di ‘Misericordia’ e 50 di altre ong; una piccola azienda, che oltre a questi 200, offre altri posti di lavoro con l’indotto: pasti e vendita di beni di prima necessità come bevande e sigarette.

Adesso però diciamo allo Stato e al Governo che servono altri soldi: devo assumere una decina di vigili urbani per controllare di giorno Sant’Anna quando i migranti escono dal Centro, dove porteremo un camper con interpreti e mediatori culturali; e abbiamo in mente anche altri progetti: un mercato permanente per servire gli immigrati e un centro di raccolta per gli stagionali agricoli. Abbiamo un edificio fatiscente, Villa Ilici, da destinare a ricovero per chi non ha un tetto, così come altri immobili confiscati alle cosche mafiose, per dare abitazioni a stagionali e asilanti. Ma se da Berlusconi non arriva un soldo…”

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