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La Libia è un grande lager

da www.carta.org

Un film, «Come un uomo sulla terra», ha fatto vedere, attraverso i racconti di chi ha fatto il terribile viaggio, come i libici trattano i profughi. Ecco le loro testimonianze, pubblicate anche sul numero 3 di Carta del 2009, non molto apprezzato dall’ambasciata libica in Italia.

Le persone che parlano in queste pagine sono etiopi, profughi e richiedenti asilo. Per arrivare in Italia hanno dovuto attraversare il Sudan e la Libia. Nel film «Come un uomo sulla terra» [regalato a chiunque si abbona a Carta] raccontano in particolare di quest’ultimo paese, dei maltrattamenti, delle carceri nel deserto dove sono stati rinchiusi. L’Italia ha firmato un accordo con la Libia per rimandarvi tutti quelli come Tsegay, Nega e gli altri. Nella situazione che qui descrivono.

Tsegay, 25 anni
Dal Sudan si passa il confine con la Libia e si arriva nella zona di Kufra che è un’oasi nel deserto. Le macchine ti scaricano a Bilal un piccolo villaggio di sabbia. A Bilal ci sono molti sudanesi e ciadiani, pochi libici. Chi può affitta una stanza e fa qualche piccolo lavoretto con la carriola, carica e scarica, trasporta sabbia, costruisce mattoni: così per guadagnarsi qualche soldo. In Libia più che altro è la carriola, lavori se rimedi un carriola, di più è difficile che riesci a trovare. Poco distante da Bilal c’è Ginsia, lì stanno i dalal, gli intermediari, i contrabbandieri, i passeur, i trafficanti, quelli che ti fanno continuare il viaggio verso Bengasi. E poi c’è Ankar, cioè il carcere di Kufra, così si chiama: Ankar. Chi non viene arrestato a Bilal parte da Ginsia diretto a Bengasi da cui dovrebbe proseguire per Tripoli. Il più delle persone vengono arrestate a Bengasi o a Misurata. A Bengasi e Misurata il carcere si chiama Giuazat: non è un vero carcere ma un centro di detenzione per migranti clandestini. Mi hanno arrestato e messo nella Giuazat di Guarscia, da questo centro si dice che per sette che ne scappano settanta ne entrano. Se qualcuno scappa la polizia esce in città a fare le retate e ne riporta dieci volte tanti, una volta che era scappato un ragazzo la polizia ne ha riportati quindici, lui non l’avevano trovato, ma non importava. Ci avevano promesso che ci avrebbero liberato alla fine della Quaresima e invece no, così noi abbiamo sfondato la porta e siamo scappati, ma subito sono arrivati i rinforzi, abbiamo ripiegato e siamo rientrati in cella e abbiamo riaggiustato la porta che avevamo rotto per scappare, poi sono arrivati i poliziotti, sono entrati, noi eravamo tutti agli angoli della stanza per proteggerci, quelli hanno cominciato a picchiarci uno per uno, poi il capo ha sparato per far fermare le sue guardie che ci stavano andando giù pesante.

Nega, 21, anni
Anche io sono stato quattro mesi in prigione a Bengasi. Lì c’erano i lavori forzati, ci facevano trasportare sabbia, costruire altre strutture per il carcere e lavare le macchine dei militari. Qualcuno di noi sceglieva di uscire a lavorare almeno per respirare un po’ d’aria e per vedere la luce del sole. Ti fanno lavorare come animali. Poi un giorno arriva il solito camion che trasporta un container per riportarci a Kufra. La cosa più brutta del viaggio è quando il camion si ferma sotto il sole prima di entrare ad Ankar, nel carcere di Kufra. In quei momenti pensi che non ce la farai, fa caldo, non si respira, la gente urla, si spinge, si mena, si prende a mozzichi per farsi un po’ di spazio, per guadagnarsi quella po’ d’aria che viene dal finestrino, le persone battono sulla lamiera e più battono e più i libici restano fermi.

Jhon, 34 anni
Loro parlano in arabo, c’è sempre qualcuno di noi che li capisce perché tutti siamo passati per Karthoum e qualcuno si è fermato di più e ha lavorato e ha imparato un po’ di lingua. Tra di noi si dice: «Se non ci fosse il Sudan non potremmo arrivare in Italia», per dire che la sola tappa del viaggio un po’ più leggera, dove le persone non ti perseguitano.

Dawit, 29 anni
Anche se da Kufra riesci ad arrivare a Bengasi o a Misurata, è molto facile che lì vieni arrestato per immigrazione clandestina, incarcerato in un centro di raccolta per immigrati e poi dopo qualche mese di carcere rispedito indietro a Kufra, loro dicono per l’espulsione ma in realtà per rivenderci a qualche dalal, cioè mediatore, che sotto nuovo pagamento ti riporta a Bengasi. Alcuni di noi hanno fatto questo tipo di tragitto, avanti e indietro tra Bengasi o Tripoli e Kufra anche sette volte, ogni volta arrestato, poi incarcerato, deportato, di nuovo carcerato poi venduto ai trafficanti e poi di nuovo in viaggio per poi magari ricominciare da capo appena arrivato a destinazione. E ogni volta devi ripagare l’intera somma. È un sistema economico per far sborsare alle persone che devono passare in Libia più soldi possibili. Si dice che noi abesha siamo la seconda risorsa economica della Libia dopo il petrolio. Quando i bambini ti vedono per strada gridano «dollari, dollari», per loro sei come un dollaro portato dal vento.

Tsegay
Da Misurata, che sta sul mare, ti riportano indietro verso Kufra con il camion dentro un container in cento persone, tutto chiuso, puzza di escrementi, senza finestrini, ci sono anche donne e bambini. Buttavano sulla lamiera del container l’acqua per raffreddarlo e non farci morire tutti soffocati, così come ho visto fare dai nazisti con gli ebrei caricati sui treni diretti nei campi di concentramento nel film Schindler’s list. Nel carcere di Kufra si mangia una volta al giorno del riso praticamente crudo dove al massimo puoi trovare qualche buccia di pomodoro. Il riso lo cucina un detenuto e lo servono nel piazzale all’aperto: dicono di sedersi sei a sei e chi non capisce e non sa cosa fare viene bastonato, il riso è così caldo e tu hai così fame che non aspetti un secondo per mangiare, affondi le mani e ti bruci, è un modo anche questo per umiliarci.

Dawit
Dal carcere la polizia vende i detenuti ai contrabbandieri… È l’unico modo per uscire e ricominciare il viaggio. I compratori sono sia sudanesi che libici. Una volta che ti hanno comprato se non hai i soldi da pagare lavori come loro schiavo mentre le donne sono costrette a vendere il proprio corpo. I libici ci confondono con gli ebrei, per strada ci gridano «giudei!», ci accusano di voler andare in Italia per poi raggiungere Israele per uccidere i musulmani.

Sintayehu, 32 anni
Se sei fortunato da Bengasi raggiungi Tripoli con un taxi, in tre, quattro, cinque persone, uno anche nascosto nel bagagliaio, paghi un tassista che ti porta nel quartiere di Gurgi a Tripoli. Qui vivono la maggior parte degli abesha, ma chi non ha soldi va a Krinia un quartiere periferico dove cerca un piccolo lavoro di carico e scarico: anche qui per lavorare devi trovare una carriola. A Tripoli si dorme di giorno e si resta svegli di notte per paura delle retate della polizia. Lo scopo della vita di ognuno a Tripoli è quello di non farsi beccare dalla polizia. Anche se esci di casa semplicemente per fare la pipì devi essere pronto per ogni evenienza, non sai se tornerai a casa, così indossi sempre le scarpe.

Million, 28 anni
La volta che sono scappato dalla polizia una macchina mi ha investito e mi ha rotto entrambe le gambe. È pericoloso ammalarsi in Libia perché non puoi andare in ospedale dove rischi di essere denunciato e poi devi pagare e avere un libico che ti fa registrare a suo nome. Se in ospedale ti diagnosticano la malaria o altre malattie sconosciute o pericolose come l’Hiv ti uccidono con una iniezione letale.

Dawit
Ti riconoscono per strada che sei abesha, dalla fisionomia, quando ti arrestano ti picchiano, ti derubano. Non solo i poliziotti ma anche la popolazione ti picchia e ti deruba con i coltelli, soprattutto ti seguono quando vai alla Western union a ritirare i soldi. Anche il perso
nale della Western union oltre alla tariffa normale per ricevere i soldi ti chiede una tangente altrimenti minaccia di denunciarti. I taxi anche sono pericolosissimi, molto spesso quello del tassista è il secondo lavoro dei poliziotti, per cui quando sali su un taxi non sai mai con chi hai a che fare e che fine farai. Una cosa importante è trovare un tassista di fiducia. Quando arrivi a Tripoli ti devi far portare al Msrigahwa che è un caffè gestito da abesha, lì puoi trovare le informazioni per trovare un posto per dormire. Quando hai i soldi e sei pronto per partire cominci a organizzare il viaggio in mare. Ci sono gli intermediari habesha che lavorano per un capo libico, loro ti vengono a cercare nelle case. I loro nomi tutti li conoscono, sono eritrei ed etiopi. Ognuno di loro lavora per un libico.

Dagmawi, 30 anni
Se potessi tornare indietro non rifarei questo viaggio. A ogni mio passo maledicevo il governo di avere buttato via la vita di tanti giovani costringendoli alla fuga, a ogni passo maledicevo il mio governo. Questo viaggio non è neppure comparabile alla prigione nel mio paese. Se confronto il viaggio alla prigione penso che se sopravvivi alla prigione almeno sarai un testimone della storia del tuo paese agli occhi di tutti, ma se sopravvivi al viaggio non sei niente oltre che per te stesso, solo uno che se ne è andato. Questo viaggio è una punizione peggiore della prigione. Eppure si parte perché non c’è nient’altro da fare, in Etiopia non ci sono le condizioni per sacrificarsi o per morire per il nostro paese sperando in un cambiamento. Adesso, la morte di uno di noi in Etiopia, sarebbe un sacrificio inutile.

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