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CHIUSI IN CASSAFORTE I SEGRETI DELLA CIA

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Nel 2005 i vertici della CIA decisero di distruggere una serie di filmati che documentavano gli interrogatori di presunti terroristi condotti con metodi illegali in prigioni segrete al di fuori del territorio statunitense. Negli archivi della principale agenzia d’intelligence americana giacciono però alcuni documenti classificati che descrivono nel dettaglio il contenuto dei videotape eliminati.

La pubblicazione di questi documenti è stata chiesta ufficialmente di fronte ad una corte federale dall’American Civil Liberties Union (ACLU) ma il nuovo direttore della CIA – l’ex capo di gabinetto di Clinton e già deputato democratico della California, Leon E. Panetta – ha già annunciato la sua opposizione. Una contrarietà condivisa, purtroppo, anche dall’amministrazione Obama, ancora una volta poco disponibile a fare chiarezza in maniera definitiva sulle questioni che hanno macchiato il recente passato degli Stati Uniti d’America.

Le motivazioni che spingono i vertici della CIA ad opporsi alla diffusione dei 65 documenti in questione sono sempre le stesse: la sicurezza nazionale sarebbe messa a rischio, a tutto vantaggio degli sforzi di Al-Qaeda nel reclutare nuovi militanti. Le nuove rivelazioni sugli interrogatori promossi dall’agenzia di Langley con il beneplacito dei consulenti legali del Dipartimento di Giustizia durante la presidenza Bush renderebbero pubbliche, assicura Panetta, “informazioni operative sensibili” e finirebbero per recare “un grave danno alla sicurezza del paese, rivelando ai nostri nemici quello che sappiamo di loro, quando e in che modo abbiamo ottenuto le informazioni di cui disponiamo”.

Se la posizione del numero uno della CIA è tutt’altro che sorprendente e comunque in linea con le risposte già offerte alle precedenti richieste degli ultimi mesi, la resistenza mostrata dalla Casa Bianca alla pubblicazione dei resoconti delle 92 videocassette distrutte, risulta invece particolarmente imbarazzante, tanto più che essa segue il parere contrario espresso solo qualche settimana fa alla divulgazione di una serie di immagini relative alle torture dei detenuti nelle carceri militari. Il mantenimento del segreto su questi documenti si traduce inevitabilmente in un ulteriore impedimento all’individuazione delle responsabilità sugli abusi avvenuti negli ultimi otto anni di lotta al terrorismo.

A decidere della sorte del materiale richiesto dalla ACLU sarà in ogni caso il giudice federale di New Yor, Alvin K. Hellerstein, al quale Panetta ha chiesto però di non considerare come precedente per la vicenda in questione la pubblicazione nel mese di aprile dei pareri legali del Dipartimento di Giustizia, con i quali erano stati autorizzati i metodi estremi di interrogatorio sui detenuti a Guantánamo e altrove. I documenti del Dipartimento di Giustizia, secondo Panetta, trattavano infatti dei metodi di tortura “in astratto”, mentre i documenti della CIA sarebbero di diversa natura, in quanto descrivono le tecniche di interrogatorio “impiegate in operazioni reali” nelle strutture di detenzione create dagli Stati Uniti all’estero.

Alla sua dichiarazione giurata alla corte federale, il direttore dell’intelligence americana ha allegato un documento confidenziale nel quale viene spiegato in che modo futuri detenuti accusati di terrorismo potrebbero sottrarsi agli effetti degli interrogatori, nonostante la solenne promessa fatta da Obama di abbandonare le controverse tecniche approvate dal suo predecessore per raccogliere informazioni dai prigionieri. In seguito alla distruzione dei filmati degli interrogatori, l’ACLU, in base al Freedom of Information Act, è stata costretta a richiedere la pubblicazione della corrispondenza interna della CIA per fare luce sul loro contenuto, nonché sulle responsabilità nella soppressione dei videotape stessi.

Le proteste dell’organizzazione no-profit americana, come prevedibile, si sono concentrate soprattutto sulla Casa Bianca. Jameel Jaffer, direttore del programma relativo alla sicurezza nazionale per l’ACLU, ha definito “spiacevole” e “preoccupante” la posizione dell’amministrazione Obama, secondo la quale le informazioni di presunti abusi dovrebbero essere tenute segrete per non alimentare la propaganda anti-americana.

L’opinione pubblica dovrebbe avere “accesso ad ogni documento che testimoni ciò che è avvenuto nelle prigioni della CIA e il nome dei responsabili” ha aggiunto Jaffer. Quanto sostenuto da Panetta, inoltre, contraddice in maniera inquietante il senso stesso del Freedom of Information Act, stabilito precisamente per rivelare eventuali azioni illegali da parte di organi governativi.

Il giudice Hellerstein ha più volte negato le richieste della CIA di archiviare il caso, chiedendole invece di consegnare il materiale richiesto. Tra i 65 documenti contesi, affidati alla corte federale di New York in maniera riservata, vi sarebbero immagini di Abu Zubaydah, presunto affiliato ad Al-Qaeda e sottoposto per ben 83 volte alla pratica di waterboarding nel solo mese di agosto 2002; appunti trascritti a mano da imprecisati agenti che commentano il contenuto dei filmati distrutti; un rapporto di un avvocato della CIA che analizza i metodi dell’agenzia e le responsabilità nella distruzione degli stessi filmati; altri pareri manoscritti ed e-mail scambiate dai vari dipartimenti intorno ai videotape degli interrogatori.

La posizione ufficiale di disponibilità a rendere nota pubblicamente la documentazione tenuta segreta dalla precedente amministrazione, assunta da Barack Obama subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ha contribuito in maniera decisiva a moltiplicare le richieste provenienti dalla società civile. Proprio in questi giorni, la CIA ha infatti acconsentito a rendere pubbliche informazioni provenienti da due fonti segrete, in seguito ad altrettanti procedimenti legali avviati dall’ACLU: dichiarazioni di membri di spicco di Al-Qaeda che affermano di essere stati sottoposti a tortura nel carcere di Guantánamo ed un rapporto risalente al 2004 dell’ispettore generale dell’agenzia che metteva in dubbio la legalità e l’efficacia dei metodi coercitivi adottati e che determinò la sospensione del programma di interrogatori della CIA.

L’associazione newyorchese che si occupa di promuovere i diritti civili negli USA ha già annunciato di voler presentare anche una nuova istanza per chiedere al Dipartimento di Giustizia e alla Casa Bianca la pubblicazioni di altri documenti riservati sui metodi illegali di interrogatorio. Sempre in discussione è inoltre la possibilità di creare una commissione indipendente d’inchiesta per indagare in maniera approfondita le responsabilità della passata amministrazione, ipotesi tuttora respinta da Obama ma che continua ad essere richiesta a gran voce da buona parte dei suoi elettori e da un certo numero di parlamentari democratici.

Le uniche indagini in corso, per il momento, sono l’inchiesta interna al Dipartimento di Giustizia nei confronti dei consulenti legali che avevano dato il via libera ai metodi di tortura – il cui esito è atteso entro l’estate – e quella del procuratore federale John Durham sulla distruzione dei videotape della CIA. Per fare maggiore chiarezza sulle distorsioni causate da sette anni di lotta al terrorismo bisognerà attendere ancora, almeno fino a quando non si compirà la promessa di una “nuova era di trasparenza” annunciata da Obama nei primi giorni della sua storica presidenza.

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