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EUROPA E LAICITÀ

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

In questi ultimi anni, con tutti i suoi limiti di rappresentatività e di potere, il Parlamento di Strasburgo ha contribuito grandemente all’accrescimento in Europa dell’area dei diritti umani, si è pronunciato in molteplici occasioni a favore dei diritti civili di ogni genere di minoranza, ha contribuito a rendere il nostro continente (purtroppo con alcune eccezioni, a cominciare dall’Italia) più accogliente nei confronti dei bisogni e delle richieste di gruppi sociali e individui da sempre variamente emarginati.

E tutto questo in anni in cui esplodeva una crisi economica gravissima, cresceva ovunque la xenofobia e la paura del diverso, si verificavano in vaste aree della società europea fenomeni assai gravi di regressione civile e culturale. Anche per merito del suo Parlamento, troppo spesso screditato e perfino deriso, l’Europa ha saputo conservare, pur fra crescenti difficoltà, un volto degno delle sue migliori tradizioni.

Ma fino a quando? Questa è la domanda che dobbiamo porci dopo queste ultime elezioni, senza indulgere a facili illusioni e consolazioni, andando a contare, come ragionieri della politica, di quanti deputati sono aumentati i Verdi, in che misura hanno tenuto i liberaldemocratici o se per caso c’è stato qualche incremento della sinistra radicale.

In realtà, ha vinto la destra, compresa quella più nazionalista e xenofoba, e ha perduto la sinistra che ha visto, quasi ovunque, fortemente ridotti i partiti laburisti, socialisti e socialdemocratici che erano, nel vecchio Parlamento, senza voler negare certe loro debolezze e contraddizioni, l’asse portante di tutte le battaglie laiche e riformatrici.

Adesso siamo costretti a sperare che una parte almeno dei popolari si schieri con liberali, socialisti e verdi sui grandi temi della laicità, proprio in un periodo in cui si fa più forte, nelle forze politiche moderate e centriste, il richiamo della deriva conservatrice e populista.

Quello di cui dobbiamo prendere realisticamente atto è che in Europa cresce la tentazione di reagire al disagio sociale attraverso l’arroccamento su posizioni di etnocentrismo culturale e religioso.

Questa non è una buona notizia per la laicità delle istituzioni europee, per la loro capacità di continuare a costruire un’Europa che sia al tempo stesso rispettosa delle molteplici identità religiose e morali, ma anche molto ferma nel difendere quei diritti che ci appartengono come essere umani e non come membri di una qualche comunità chiusa nella difesa intransigente delle proprie radici.

Si parla tanto di radici cristiane dell’Europa, si chiede ai governi di farle valere anche nella sfera pubblica, ma si dimentica con troppa facilità che il messaggio cristiano è un messaggio universalista che non può coincidere con nessuna particolare tradizione religiosa o civile.

Un’Europa che negasse il multiculturalismo sarebbe un’Europa ben poco in sintonia con la sua stessa storia, che ha visto, ormai da diversi secoli, una lotta continua, da parte delle sue classi dirigenti più illuminate, per allargare sempre più i diritti di cittadinanza a uomini e donne anche molto diversi nelle loro fedi, ideologie e stili di vita.

Questa crescita della cittadinanza, a volte drammatica e pagata duramente da chi l’ha promossa, è stata in gran parte opera dello Stato laico, che ha neutralizzato e poi spento le guerre di religione, ha trasformato in diritti costituzionalmente sanciti quelle che erano semplici esigenze di uomini e donne considerati socialmente inferiori, ha aperto per tutti nuovi spazi di partecipazione politica, ha saputo tenere a bada le ricorrenti pretese della Chiesa cattolica di tornare ad esercitare un ruolo di alto protettorato sulle istituzioni civili.

Uno dei meriti non secondari di quella istituzione per eccellenza laica che è stato finora il Parlamento europeo è consistito nella sua capacità di condannare, in più occasioni e con grande chiarezza, la pretesa della Chiesa di Roma di vedere riconosciuto un suo ruolo di guida morale e ispiratrice della legislazione comunitaria.

Ora in Europa sembra prevalere uno spirito di indifferenza unito al timore che una società multiculturale non possa reggere alle tensioni che l’attraversano. L’indifferenza morale, quando si congiunge alla paura, non può che portare al logoramento della fiducia nei diritti umani universali.

Questi diritti, in una visione laica e disincantata della storia, non sono fondati né sulla legge divina (chi può presuntuosamente avanzare la pretesa di conoscere la volontà di Dio sulle molteplici questioni che sorgono nei rapporti fra gli uomini?), né su una presunta legge di natura (in natura, se non si pretende di proiettare su di essa una qualche ideologia, c’è tutto e il contrario di tutto), ma si radicano soltanto nella nostra volontà morale e politica di farli valere come strumenti di una vita sociale meno selvaggia e distruttiva.

Se questa volontà per stanchezza e indifferenza viene meno, se cominciamo a pensare che certe battaglie sono inutili perché probabilmente perdenti, ecco allora che la laicità viene meno e con essa quella libertà che viene garantita anche a coloro che avversano lo Stato laico perché sono sempre alla ricerca di alibi pseudomorali per farsi schiavi.

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