Home Politica e Società Di fronte alla schiavitù, le religiose vogliono il coinvolgimento di tutta la Chiesa

Di fronte alla schiavitù, le religiose vogliono il coinvolgimento di tutta la Chiesa

di Isabelle de Gaulmyn
in “La Croix” del 15 giugno 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

“La tratta delle donne e dei bambini? si svolge sotto i nostri occhi, nella nostra via, nel nostro quartiere, dietro casa nostra.” Suor Bernadette Sangma, figlia di Maria Ausiliatrice (salesiana), lo dice fuori dai denti: “È una schiavitù moderna in costante crescita, i cui principali responsabili sono delle organizzazioni criminali, che spesso agiscono con la complicità delle autorità locali opolitiche.”

Già da diversi anni, le religiose, in maniera individuale o attraverso le loro congregazioni, si mobilitano contro questo fenomeno. “Nel 2001, 800 responsabili di comunità di religiose di tutto il mondo hanno deciso di porre la lotta contro il traffico umano tra le loro grandi priorità”, ricorda Suor Victoria Gonzales, segretaria generale dell’Unione internazionale delle superiori generali (UISG), che riunisce l’insieme delle congregazioni femminili apostoliche. La maggior parte di loro si sono quindi dotate di una commissione “traffico umano” e svolgono un’importante azione sul campo.

Il fenomeno è particolarmente complesso e globalizzato, poiché non conosce frontiere. Dalla prostituzione organizzata al lavoro domestico, passando per il traffico d’organi, si stima, secondo Stafano Volpicelli, dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), che siano implicati 2,5 milioni di persone, donne e bambini. Dalla convenzione di Palermo nel 2000, la definizione è ormai precisa e ammessa internazionalmente, il che permette di qualificare come criminali le persone che ne vivono.

“Ma sempre più, queste ultime riescono a nascondere il traffico dietro falsi motivi, utilizzano dei mezzi sempre più sofisticati, e diventa difficile identificare le reti”, segnala Stefano Volpicelli. Con le vittime, il lavoro riguarda sia la prevenzione che il reinserimento, tanto nel paese d’origine che là dove esse si trovano. Ed è enorme. Di fronte a queste “patologie” delle migrazioni moderne, le religiose sentono dunque la necessità di lavorare in partenariato. Nel 2005, grazie all’aiuto finanziario degli Stati Uniti, le superiore generali hanno fatto un accordo di cooperazione con l’OIM, in modo da realizzare insieme delle reti regionali, spesso per grandi zone.

Ne sono state create una quindicina, in Africa, Asia, America ed Europa, per collaborare sul campo, là dove è possibile: per esempio dei centri OIM possono ricorrere a delle religiose per il reinserimento di donne, possono anche approfittare della loro dimensione internazionale per agire sia sul paese d’accoglienza che sul paese d’origine di queste schiave moderne: 24 tailandesi sono così potute tornare nel loro paese d’origine.

Oppure, in Albania, in Nigeria e in Romania, delle religiose si informano sulla situazione delle famiglie e dei paesi delle donne inserite nei traffici, anche in questo caso per migliorare le condizioni del loro ritorno. Altre religiose hanno operato, con il sostegno dell’OIM, perché sia votata in Sudafrica una legge mirante ad impedire il traffico di esseri umani.

Un congresso organizzato congiuntamente dall’UISG e dell’OIM a Roma questa settimana deve, per il secondo anno consecutivo, permettere un’informazione ed una valutazione di tutte queste cooperazioni. Comunque, il traffico di esseri umani non è solo un problema di religiose, né unicamente un problema di donne. Suor Bernadette Sangma fa notare che tra le vittime ci sono dei bambini e, sempre più, anche uomini.

Soprattutto, aggiunge la suora, se c’è un’offerta, è che c’è una domanda: la questione dei clienti non può essere evitata, e soprattutto non dalla Chiesa. “Purtroppo osserviamo con dolore che una gran parte della domanda proviene anche da mariti e padri di famiglia che si dicono praticanti”, non esita a denunciare.

Da qui la loro domanda che tutta la Chiesa sia coinvolta, e in particolare… degli uomini. “I preti e i religiosi devono anche loro fare un lavoro di educazione e di coscientizzazione! Senza di loro, non potremo mai raggiungere una categoria che è però molto importante tra le persone implicate, e cioè gli uomini”, afferma.

Da questo punto di vista, le cose progrediscono… lentamente. L’OIM tenta di realizzare lo stesso tipo di collaborazione con le congregazioni maschili, in un primo tempo con dei progetti pilota. Certe sono già coinvolte nella lotta contro il traffico di esseri umani, come i verbiti o in monfortesi. Da parte loro, le religiose hanno invitato i loro omologhi maschi al loro congresso. A quello precedente si erano preannunciati in tre, ma uno solo era venuto.

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