Home Politica e Società Dove passa la strada del cambiamento?

Dove passa la strada del cambiamento?

di Floriana Lipparini
da www.womenews.net

Dopo le veline ecco le “amazzoni”. Non si sa perché vengano così definite, se non per ignoranza: le amazzoni leggendarie non stavano certo al servizio di un uomo!Ed ecco un migliaio di donne che accettano tutte felici di farsi “convocare” in massa dal sultano straniero, ignorando bellamente le gravi accuse che altre donne gli hanno indirizzato per gli orrori che avvengono in Libia nei centri di raccolta.

Donne, immagini di donne, corpi di donne, tragedie di donne come quella di Vira Orlova, la badante ucraina morta per dissanguamento dopo un aborto spontaneo. Non ha cercato aiuto perché era “clandestina” e temeva di essere espulsa. Ecco cosa significa in Italia stare “come una donna sulla terra”.

E corpi di donne usati a fini politici prima, durante e dopo le elezioni. Non i corpi reali al centro della vita pubblico/privata, come vorremmo che fosse, ma corpi-immagine, corpi-merce utili per ricatti incrociati fra protagonisti maschi.

Proprio come accadeva in epoche primordiali, quando i corpi delle figlie date in matrimonio sigillavano patti di alleanza fra capi tribali. O come accade nelle guerre, quando si stuprano le donne del nemico per umiliarne l’orgoglio. Corpi di donne come medium di relazioni puramente maschili.

Queste elezioni hanno detto la solita, eterna cosa: come soggetti a pieno titolo le donne non esistono. Singole (per quanto rare) candidature femminili sono state in realtà molto votate (non solo il “fenomeno” Serracchiani), e può far piacere che alcune donne si dimostrino più credibili, più brave, più serie, siamo d’accordo: ma in cosa si discostano dal neutro dei loro partiti? Cosa ne è della domanda di cambiamento radicale nel rapporto fra i sessi?

Questa amara assenza va di pari passo con il trionfo europeo e locale di una destra razzista e xenofoba, cioè becera e maschilista al massimo grado, per propria intima essenza, e con la debole presenza di una “sinistra” narcisista, autoreferente, ma soprattutto neutra, non interessata a una concezione sessuata della politica. Per non parlare del fatto che gli unici due partiti vincenti – Lega e Idv – sono proprio quelli più machisti.

Tutto sembra confermare che la strada per le donne non può passare dalla vecchia pratica partitica, lì c’è uno sbarramento insuperabile perché la concezione stessa di tale struttura – puramente elettoralistica, numerica, formale e gerarchica – è incompatibile con le modalità differenti della politica e della pratica delle donne, o almeno con quelle che in teoria dovrebbero essere le nostre modalità differenti.

Ora poi che la sinistra è in una drammatica crisi, è facile il ripetersi di un fenomeno già visto in occasioni storiche: possiamo noi donne parlare di femminismo quando “sta per scoppiare la guerra”?
Possiamo noi donne parlare di femminismo quando “bisogna difendersi dal fascismo”? Possiamo noi donne parlare di femminismo quando c’è “la crisi economica”?

Un indebito senso di colpa induce le donne a desistere, a mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni, quando invece è proprio l’esclusione delle donne dalla costruzione sociale il peccato originale che ha prodotto questo tipo di civiltà violenta, ingiusta e distorta, e soltanto la ricomposizione equilibrata dei ruoli fra i generi potrà dar vita a un nuovo disegno.

Dovremmo chiederci se di questo passo il percorso del femminismo non resterà chiuso in un limbo da cui non si riesce a uscire. E dovremmo chiederci perché sia così difficile trovare il coraggio di scegliere nettamente una politica di movimento che porti al centro della scena il conflitto non soltanto con il capitalismo, il liberismo e la globalizzazione, ma soprattutto con l’impianto patriarcale di ogni costruzione, inclusi quei partiti, o meglio quella “parte” che per tanto tempo, ignorandone aspetti contraddittori e anzi inaccettabili (sulla violenza, sulle guerre, sulla libertà, sul sessismo…), ha rappresentato anche agli occhi di molte donne un baluardo contro le ingiustizie sociali di questo modello di mondo.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che l’attardarsi nelle illusioni e nelle fedeltà partitiche non paga e anzi ci ricaccia continuamente indietro.

Forse l’unico segnale interessante, un piccolo spiraglio di ottimismo, è il crescere in Europa dei verdi. La critica al modello di sviluppo economicista e industrialista implica la proposta di un modello di società non soltanto sostenibile, antimilitarista, non eurocentrico, nonviolento, ma anche fortemente permeabile alla visione “altra” del femminile. Non è un caso che il pensiero delle ecofemministe vi abbia contribuito alle origini, quando i verdi erano più movimento che partito.

L’ecologismo guarda il mondo in modo nuovo e diverso, rovesciando molti punti di vista e proponendo visioni alternative. In quest’area, una presenza femminile più forte e consapevole potrebbe fare la differenza e segnare la strada del cambiamento. Forse.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.