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LA RETE A MAGLIE STRETTE

di Maria Vittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

La Cina, la più feroce tra le scattanti tigri asiatiche, sta facendo proseliti tra gli economisti di tutto il mondo per la sua cura capitalistico/socialista alla devastante crisi globale. Come ha ben descritto Federico Rampini nel suo “Centomila punture di spillo”, è lei che si accaparra i capitali americani in liquidazione, è lei che fa incetta di materie prime nel continente nero, è lei che è cresciuta ad una media del 10% annuo, evitando a 400 milioni di persone di cadere oltre la soglia di povertà. Quello cinese è però un miracolo a metà, dal momento che a questa impetuosa modernizzazione non si accompagna una coerente messa in discussione di quelle che sono le libertà civili; non a caso, su un miliardo di abitanti ci sono solo 120.000 avvocati: “un indicatore rudimentale ma significativo – spiega Rampini – dell’assenza di uno stato di diritto”.

La Repubblica Popolare Cinese è pur sempre un regime e, nonostante le forzature verso il capitalismo, il ricordo dei fatti di piazza Tienanmen ha spinto i quadri dirigenti del partito ad optare comunque verso la linea della censura e dell’intimidazione contro qualsiasi tipo di visione alternativa. In questa direzione si muove un provvedimento riportato dal Wall Street Journal nei giorni scorsi, che riguarda non tanto precisi siti – come avvenne per WordPress o You Tube – ma interessa direttamente i computer degli ormai 300 milioni di internauti cinesi. Il governo di Pechino, con una circolare del Ministero dell’industria e della tecnologia informatica, ha imposto a tutti i produttori di personal computer di dotare le macchine con un software in grado di bloccare automaticamente una serie di siti considerati sgraditi o dannosi per i cittadini.

L’obbligo di avere installato il Green Dam-Youth Escort (diga verde- accompagnatore dei giovani, questo il poco fantasioso nome del software realizzato dalla Jinhui Computer System Engineering, azienda legata direttamente a uno dei ministri) entrerà in vigore il prossimo primo luglio ma, nonostante il regime abbia giustificato l’intervento proprio con la volontà di allontanare i giovani dal dilagare della pornografia online e da altri fenomeni considerati immorali, il popolo della rete cinese si è ribellato vedendo in questo un’inaccettabile ingerenza nella loro privacy e nel loro diritto ad informarsi. L’opposizione si è ovviamente espressa tramite internet, con interventi su blog e accesi dibattiti nelle chat-line ed è stata ovviamente infuocata soprattutto perché già la scorsa settimana, nel ventennale di Tienanmen, il governo aveva oscurato i tre siti più cliccati dagli utenti cinesi, cioè Hotmail, Flickr e Twitter.

Il regime teme sempre di più internet non solo per le immagini dorate del mondo occidentale, ma anche e soprattutto per l’imponente passaparola che riesce a materializzare ogni qual volta emergano esempi di corruzione. Un esempio: un giovane investe uccidendolo un altro giovane, la polizia si lascia scappare il pirata; dopo pochi giorni emerge che i poliziotti l’avevano fermato ma visto che era alla guida di una macchina intestata ad un magnate industriale legato a doppio filo alla nomenklatura del partito comunista locale, lo avevano immediatamente rilasciato.

La protesta s’infuoca sui blog di informazione e dopo pochi giorni il portavoce della pubblica sicurezza è costretto a fare pubblica ammenda. Queste per il regime sono indubbiamente cattive nuove e, nell’impossibilità di gestire in modo trasparente il dissenso, ha preferito mettere un bavaglio indiscriminato ad ogni tipo di voce fuori dal coro: l’attenzione internazionale è massima, in molti vedono nelle azioni del governo cinese una sistematica violazione dei diritti umani e quella della connettività globale è una sfida certamente appassionante e stringente per tutta la comunità mondiale.

A voler essere cinici, si potrebbe dire che da un regime totalitario ci si deve aspettare un controllo sui media; il problema subentra quando sono gli stessi produttori ad autocensurarsi. Oltre ai numerosi assensi alla proposta cinese – Dell e Hewlett-Packard tra i più grandi – nelle scorse settimane il gigante dell’informatica Microsoft ha disattivato il servizio di messaggistica istantanea e blogging “Live Messenger” in tutti i paesi sotto sanzione americana, e cioè Cuba, Siria, Sudan, Iran e Corea del Nord. La notizia arriva dopo la storica apertura del presidente Obama verso l’isola del socialismo reale che, dopo 47 anni di embargo può tornare ad avere una mobilità normale con il vicino statunitense.

La mossa dell’azienda di Bill Gates è stata giustificata come un semplice adeguamento al rispetto delle norme, il dirigente Dharmesh Mehta, ha spiegato che “Microsoft è una delle diverse principali aziende Internet che hanno compiuto passi volti a rispettare l’obbligo di non avere scambi con mercati che sono nella lista delle sanzioni Usa”. Non ha però spiegato come mai l’intervento si sia limitato proprio a quel servizio e non al software in generale che, grazie anche ai recenti interventi di liberalizzazione di Raul Castro, ha sicuramente fruttato milioni al colosso di Redmond.

Insomma, sia da parte della politica che da parte del mercato paiono esserci pressioni affinché le maglie dell’immensa e anarchica rete globale si stringano. Ma se in Svezia il partito degli hacker è riuscito a strappare un onorevolissimo 7,1% dei voti alle europee, qui da noi se ne stanno occupando gagliardi vecchietti e avvenenti soubrette degli anni ’90. Non aspettiamoci nulla di buono.

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