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Donne dentro lo specchio

Paola Zaretti
www.womenews.net

Sono due gli aspetti su cui vorrei riflettere e si tratta di due aspetti strettamente collegati, anche se, considerato il contesto politico elettorale che fa da sfondo al tema di questa sera, sarei stata tentata di parlarvi dell’Antigone di Sofocle, una figura femminile tragica che ben si presta ad incarnare quella che possiamo definire la “tragedia della legge”, ovvero il rapporto della donna con la legge, con la politica e l’istituzione.

E tuttavia, nonostante la seduzione esercitata da questa eroina suicida per nobile causa su molti commentatori maschi, Antigone non è la figura femminile che vorrei proporre in risposta alla domanda Quale donna? per due ragioni: perché “Antigone tenta di parlare nella sfera della politica con il linguaggio della sovranità che costituisce lo strumento del potere politico” (Butler) e perché la frase pronunciata da Creonte “davvero io non sono un uomo ma l’uomo è costei” la dice lunga sulla sua posizione maschile.

Alla domanda Quale donna? cercherò di dare alcune risposte orientative tenendo conto dei dati emersi dalla mia esperienza di lavoro soprattutto con donne, e del contributo di una psicanalista junghiana che conferma in pieno questi dati e che, attraverso la ricostruzione di alcune figure mitiche, indica quale sia la via per la donna.

Il secondo aspetto, al quale voglio accennare, riguarda le particolari modalità, lo stile, con cui donne appartenenti a diversi gruppi, hanno realizzato in città, una sequenza di iniziative sulla violenza contro le donne. Il nesso fra questi due aspetti risulta chiaro non appena ci si chiede se e in quale misura la tipologia e la qualità delle relazioni fra donne emersa nella conduzione di queste iniziative, si avvicini o meno al modello femminile auspicabile che proverò a descrivere in risposta alla domanda Quale donna?

Il rischio che si corre nel farlo, è di dire cose scontate: dire e ripetere che no, che né le veline, né le donne affette dall’ipertrofia del materno che abdicano al loro essere di donne, né le donne politicizzate spesso inchiodate a quella maschera di mascolinità che le rende tristemente aliene a se stesse, possono essere considerate dei paradigmi di femminilità da coltivare. Su questo sarebbe senz’altro d’accordo un’autorevole figura politica, una donna che da sempre definisco una psicanalista della politica per la lucidità e il rigore e la pertinenza delle sue analisi, la quale riteneva che il compito principale delle donne fosse quello di scardinare i codici tradizionali della politica e non di farli propri: sto parlando di Rossana Rossanda.

Tutto sta nel capire se e come questi codici possano essere scardinati dal di dentro o meno. Ma anche dire che no, che bisogna starne fuori è una soluzione troppo semplicistica.
La mia tesi come si sa, perché l’ho detto in più occasioni, è la teoria e la pratica del Dentro e Fuori e che cosa questo significhi nella politica delle donne andrebbe messo a tema e approfondito. Elencare dunque dei modelli in negativo è più facile che definire in modo univoco quale possa essere un modello desiderabile di donna a venire non essendo affatto scontato, peraltro, che tale modello sia riducibile a uno piuttosto che a molti, così come non è scontato, per molti, che parlare di un’essenza del femminile abbia un senso.

E, a ben vedere, è proprio questa possibile pluralità di modelli femminili a far ripetere ad alcuni seguaci di Lacan che “La donna – singolare – non esiste” e che le donne, a differenza degli uomini, non obbediscono alla logica dell’insieme, che ciascuna donna “è donna a modo suo” e che ogni donna lungi dall’essere un’eccezione, è, a suo modo, eccezionale.
All’idea che le donne non possano in nessun caso costituire un insieme, fa obiezione il movimento anni ’70, miracolosamente capace di declinare insieme uno e molteplice, unità e diversità, universale e singolare, mettendo insieme donne diverse per età e ceto sociale – cosa che oggi pare impensabile. Eppure sentiamo Rossanda:

“fra uomini ci può essere scarsa amicizia ma forte solidarietà nel convergere su un elemento terzo, un obiettivo. Fra le donne prevale la relazione fra loro rispetto all’obiettivo. Per questo, credo, si dividono in politica. La politica implica tre punti, la relazione due. Io sono, politicamente parlando, un uomo.” Quanto al fatto, poi, che le donne godrebbero di uno statuto di eccezionalità… troppa grazia S. Antonio, vien da dire… ma già si sente odore di bruciato… perché di questa magnificata eccezionalità femminile – di cui il godimento supplementare attribuito alle donne, rappresenterebbe l’apoteosi, – non c’è traccia di riconoscimento in questi curatori d’anime e nelle loro istituzioni maschie, in cui la conoscenza del contributi femminili è quasi totalmente trascurata anche dalle donne che non si differenziano in nulla, in questo e in altro, dai loro colleghi maschi.

Come ho già avuto modo di dire, la psicologia e la psicanalisi, benché siano due pratiche profondamente diverse e non omologabili – restano tuttavia fedeli, in quanto istituzioni, – come ben aveva intuito Foucault e come ribadisce Butler – al dispositivo di pensiero androcentrico e al principio dell’eterosessualità normativa che ne è l’erede naturale. Inutile dire che all’interno di un tale sistema di pensiero, la cura e la cosiddetta “guarigione” delle donne non possono che essere orientate e finalizzate a forme di integrazione e di addomesticamento conformista come mostra la quasi scomparsa dell’isteria, sostituita dalla comparsa di nuovi quadri clinici che caratterizzano il post-moderno.

Non posso fare a meno di chiedermi se e in che misura queste pratiche e la moltiplicazione sul mercato di psicologi di educatori, e consulenti vari, siano responsabili o abbiano quantomeno contribuito all’addomesticamento di quel sano radicalismo femminile – cui allude Rossanda – e alla conservazione del “capitale simbolico” (strategie di fecondità, strategie matrimoniali strategie educative), senza il quale non si spiega il vuoto di passione che abita la grande maggioranza delle donne sul tema della violenza e la scarsissima partecipazione su un argomento che pure le riguarda.

Inutile dire che la mancanza di una riflessione su questo punto, costringe a segnare il passo rispetto a un’elaborazione adeguata e all’altezza dei tempi, producendo, come contraccolpo, azioni scarsamente incisive e incapaci di modificare lo stato delle cose. Conoscere la matrice ideologica di queste pratiche non è irrilevante per le donne perché contrastare il dominio maschile – a ricordarcelo è Pierre Bordieau nel suo libro Il dominio maschile – significa “tenere unita la totalità dei luoghi e delle forme in cui si esercita il dominio” e psicologia e psicanalisi rappresentano due di questi luoghi istituzionali.

E, per non essere di parte, dico che questo è vero anche per la teoria di Lacan sul femminile che pur essendo più avanzata rispetto a quella freudiana e post-freudiana – tant’è vero che è riuscita a convertire anche alcune femministe, persuase che la distinzione pene-fallo basti a dichiararsi fuori dalla logica fallocentrica – resti all’interno di un sistema di pensiero androcentrico. Del resto, una direzione di cura che porti la donna ad accettarsi come oggetto del desiderio dell’uomo, mi pare, per la donna, fallimentare.

Quale percorsi immaginabili allora, quali esperienze soggettive e in vista di quale donna? Di una “vera” donna, potremmo dire. Ma come dovrebbe essere una vera donna?

C’è chi ha provato a individuarla e devo ancora decidere se si tratti di una perfidia di un misogeno riservata alle donne o di un grande onore per le stesse o, magari, di entrambe. Sta di fatto che, secondo uno psicanalista maschio di una certa rilevanza internazionale, a incarnare la vera femminilità è proprio Medea la madre assassina, “la donna che mostra cosa sa fare
una donna, che cosa sa essere una donna: un soggetto che sa perdere, senza riserve e senza misura tutto quello che ha:… ricchezza, figli, considerazione.. Ma nell’istante in cui le viene meno l’amore dell’uomo che ama, Giasone, Medea… si strappa di dosso tutto… uccide i propri figli, rovina il marito, si rende odiosa a Corinto e se ne va”.

Giulia Sissa, ricercatrice del Centro Nazionale delle Ricerca scientifica di Parigi nel definire questo psicanalista “impertinente”, fa giustamente notare che Medea, questa “infanticida inquietante” non è solo una donna che sa perdere tutto ma anche una donna che sa “prendere, scegliere, rivendicare”, anche se è una donna che è costretta a “comprarsi” un uomo che per lei è tutto “tutto quello che lei ha è in lui”. “La vertigine della perdita di tutto – commenta – non rappresenta, per Medea, che l’altra faccia della sua violenza assertiva” .

Il tema della perdita come essenziale alla donna per l’acquisizione di uno statuto di esistenza, lo ritroviamo declinato, dal versante maschile, in vari modi: in un libro di Leon Bloy, La femme pouvre – raccomandato da Lacan agli analisti – in cui l’eroina di turno: “…ha anche capito, e ciò non si discosta molto dal sublime, che la Donna non esiste veramente che a condizione d’essere senza pane, senza dimora, senza amici, senza marito, senza figli”.

Ma oltre all’eroina di La femme pouvre, a metterci sulla via d’intendere che cos’è per Lacan una “vera” donna, è Ysé, un’altra figura femminile descritta da Claudel in Partage de midì che, in nome di un desiderio assoluto, ab-solutus, abbandona quanto ha di più prezioso. Ecco, sono queste alcune figure di donne che incarnano nell’immaginario maschile – di Lacan, di Claudel, di Bloy, di Jack Alain Miller nella sua lettura di Medea – l’essenza del femminile, la “vera” donna.

Sono donne nelle cui vicende la perdita assume un ruolo determinante, come accade, del resto, nelle parole pronunciate da Antigone: “senza lamenti, senza amici, senza canti nuziali, sono trascinata, anima infelice, a questo viaggio inevitabile…”. Lei che oppone alla legge di Creonte, la legge della polis, che rifiuta la sepoltura di suo fratello, una legge altra, una legge divina al di là della legge.
Certo, comprendere la funzione della perdita, per la donna, è essenziale, ma in tutt’altra direzione e in tutt’altro senso meno idealizzante, nel senso che ciò che la donna ha perduto e deve recuperare – ed in questa solo in questa riappropriazione che consiste l’efficacia di una cura – è quell’aggressività sana che è altra cosa dalla aggressività reattiva negativa-che le viene spesso rimproverata.
Una teorizzazione esaustiva su questo punto, la troviamo, nel libro di una donna, L’aggressività femminile, in cui Valcarenghi chiarisce che cosa si debba intendere con questo termine:

“una disposizione istintiva che orienta a conquistare e a difendere un proprio territorio fisico, psichico e sociale…quell’istinto che guida a riconoscere, ad affermare e a proteggere la propria identità.” Inutile dire che il recupero di questa aggressività richiede una riconcettualizzazione teorica del concetto di cura la cui direzione non può essere la stessa di quella che ha causato la malattia. E allora, seguendo l’indicazione di Freud: “Se volete saperne di più sulla femminilità interrogate la vostra esperienza”, ho interrogato la mia esperienza confrontandola con quella di questa collega che per vie diverse, è giunta ad alcune conclusioni analoghe che permettono di intravedere la possibilità di rispondere alla domanda: Quale donna?

Direi, per prima cosa, che va respinta con forza la leggenda – condivisa purtroppo anche da molte donne – secondo cui per evitare di terrorizzare l’uomo, l’immagine di donna che bisogna veicolare deve essere non “aggressiva”, docile e disposta a più miti consigli. _Questa favola sull’aggressività femminile di cui l’uomo si serve, deve essere sfatata perché è un falso, non nel senso che le donne non siano capaci di aggressività ma nel senso che l’aggressività che mettono in campo è un effetto paradossale di un deficit aggressivo tutt’altro che naturale, contratto come un virus nel corso dell’evoluzione e di cui i Padri della psicanalisi non si sono mai occupati.

Il percorso di Valcarenghi – che agilmente si muove tra le mitiche figure femminili di Inanna, una dea sumera, di Lilith, la prima donna creata assieme ad Adamo dal Dio degli ebrei che si ritirò nel Mar Rosso dove risiedevano i diavoli perché Adamo aveva la pretesa di stare sempre sopra di lei nell’atto sessuale mentre lei voleva eguale posizione, di Meti, di Eva – mostra con chiarezza che la carica di aggressività sana, forte e presente all’inizio in queste figure femminili, subì a un certo punto una mutazione per ragioni su cui non posso soffermarmi ma che l’autrice cerca di motivare.

Ebbene, è di questa aggressività sana ciò di cui le donne devono riappropriarsi ed è impensabile che lo possano fare in percorsi di cura in cui un’aggressività – incompresa, malamente interpretata e ideologicamente incasellata a scapito della sua complessità – viene liquidata come isterica e perciò addomesticata. La clinica del femminile mostra, senz’ombra di dubbio, che quando questo atto di riappropriazione si verifica, si assiste ad una remissione o scomparsa dei sintomi.

E ora vengo al secondo aspetto. Se ne parla, di violenza, come di un morbo scoppiato all’improvviso. Ma le donne sanno e lo dicono da sempre che non è così. Il problema è capire se possedono armi inoffensive ma abbastanza sofisticate per combatterlo o se quelle che usano finiscano per rivoltarsi contro loro stesse. Prenderò spunto da una sequenza di iniziative susseguitesi in città in breve tempo per dedicare un po’ di attenzione a un fenomeno trasversale ma importante che balza agli occhi. Un fenomeno la cui comprensione potrebbe risultare utile per una meditazione, per una ridefinizione della teoria e della pratica che regola le relazioni fra donne appartenenti a gruppi differenti per età e genealogia, e che sono oggi diversamente impegnate sul tema della violenza di genere in vista della realizzazione di almeno due importanti obiettivi:

a) Creare e alimentare, attraverso la moltiplicazione di iniziative pubbliche, le condizioni favorevoli a una massiccia sensibilizzazione di donne e uomini sui temi della violenza di genere;

b) promuovere e coltivare e incentivare le relazioni con un numero sempre maggiore di donne soggettivamente motivate ad assumersi in prima persona il compito di trasformare – in famiglia e a scuola, nei luoghi istituzionali e di lavoro – i modelli educativi ereditati da una concezione di pensiero androfallocentrica i cui danni sono visibili.

Considerata l’importanza degli obiettivi indicati, il fenomeno che tuttavia colpisce e sul quale vorrei soffermarmi – dopo avere osservato con attenzione la quantità, l’andamento, la sequenza e la configurazione generale degli eventi pubblici proposti in città in un brevissimo lasso di tempo – è la mancanza di contatti, di relazioni e di connessioni fra le donne dei diversi gruppi o Associazioni proponenti, nonostante l’evidente affinità d’intenti che tutti li accomuna e persino una certa identità programmatica riscontrabile nella scelta di alcune presenze maschili particolarmente gradite che, a distanza di poco tempo, si ha il piacere di reincontrare.

Questa moltiplicazione plurima di Luoghi impegnati a dibattere sulla violenza, – dovuta, certo, anche a fattori contingenti – è estremamente positiva e depone a favore del successo dell’iniziativa di Oikos-bios che un anno fa, per la prima volta, – e con notevole ritardo rispetto a quanto avvenuto in altre città – ha aperto le porte di Padova a un’Associazione di uomini (Maschile Plurale), solidali con le donne nella loro lotta contro la violenza.

La diffusione di iniziative importanti grazie a una specie di febbre da contag
io, è dunque un evento altamente positivo. Ciò che suscita invece qualche perplessità, è che l’omogeneità e l’unità di intenti che pure esistono, almeno in apparenza, fra le donne dei gruppi promotori delle diverse iniziative, siano contraddette e polverizzate da un vento contrario poco solidale che sembra caratterizzare i gruppi femminili: niente unisono ma ciascuna per proprio conto, “una per una”, e una dopo l’altra come se fra queste donne e fra i rispettivi gruppi di cui fanno parte, non esistesse relazione alcuna.

Questo stato di cose sembrerebbe dar ragione alla tesi, sostenuta da alcuni psicanalisti/e, secondo cui le donne, a differenza degli uomini, sarebbero condannate a non fare gruppo, a non costituire un insieme.
Come se l’arte di coniugare insieme omogeneità e diversità, unità e molteplicità o, per dirla con Galimberti in altro modo, uni-verso e di-verso, fosse per le donne – e non diversamente che per gli uomini – impossibile da realizzare.

Il fenomeno decritto – quale che ne sia la “lettura” che se ne voglia dare – resta un indicatore importante su cui riflettere se non altro perché mostra con chiarezza che le modalità di relazione fra donne, pur essendo di segno opposto rispetto a quelle maschili, sono ad esse speculari e altrettanto incapaci di uscire dall’impasse.
Se sul cotè femminile si registra la radicalizzazione di una diversità esasperata, direi persino di-sperata, sul versante maschile uniformità e omogeneità monolitica confermano la posizione di universalità dell’uomo occidentale di sempre.

Comprendere e saper riconoscere che queste due posizioni dicotomiche – uguali e contrarie – restano entrambe asservite al vecchio modello patriarcale antagonista che si vuole combattere, è determinante ed è il primo passo per la realizzazione di un nuovo e diverso modello di politica delle donne.
Inutile dire che dei passi socialmente e politicamente incisivi, potranno essere compiuti solo superando questo scoglio.
Come? Attraverso lo studio, la conoscenza e l’elaborazione delle dinamiche interne ai gruppi femminili, al cui funzionamento un sapere (sui gruppi) declinato unicamente al maschile non ha dedicato, per quel che ne so, la minima attenzione.

Si tratta, per le donne, di un percorso indispensabile e inaggirabile perché, anche ragionando raso terra, senza velleità speculative, è lecito domandarsi se la promozione, da parte femminile, di incontri e di progetti socialmente e politicamente importanti a favore delle donne – che richiedono, si sa, una grande attenzione alla cura delle relazioni, risultino compatibili con dinamiche e meccanismi relazionali escludenti e/o autoescludenti che palesemente li contraddicono.

C’è molto lavoro da fare e la via d’uscita delle donne da questo vicolo cieco, sarà possibile una volta raggiunta, da parte di ciascuna, la piena consapevolezza di essere portatrice e depositaria di un pensiero Altro , di una mente in grado di riuscire – grazie alla sua complessità e capacità connettiva – là dove il pensiero filosofico maschile è fallito: nell’arte di ricongiungere in modo non dialettico, ciò che è stato separato: unità e diversità, corpo e mente, nell’unità dei contrari.

A questa scommessa ho dedicato e continuerò a dedicare gran parte del mio impegno futuro assieme alle amiche e agli amici di Oikos-bios e di tutte e tutti coloro che sono interessati allo scioglimento di un nodo teorico la cui dissoluzione potrebbe avere dei riflessi impensati e davvero rivoluzionari rispetto a un vecchio modo di vivere non solo la relazione fra i sessi ma anche la relazione di ciascun genere con il proprio genere.

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