Home Politica e Società L’educazione dei privilegiati (… e del Nord)

L’educazione dei privilegiati (… e del Nord)

di Giuliano Garavini
da www.aprileonline.info

La linea del Governo e dei suoi autorevoli consiglieri in materia di scuola e università affiora piuttosto chiaramente: ridurre i finanziamenti per l’istruzione pubblica; incentivare i premi di produttività per gli atenei o i docenti più meritevoli, dividendo così sia il territorio italiano che il mondo del lavoro; marciare in modo strisciante verso il mondo dell’istruzione privata, sia incrementando i finanziamenti alle scuole private, sia accordando la possibilità alle università di divenire fondazioni e nel tempo darsi un’autonoma capacità di reclutamento

Nell’autunno 2009 ci sono state le più imponenti e gioiose manifestazioni studentesche e universitarie dagli anni Settanta: centinaia di migliaia di giovani in piazza che rivendicavano un sapere libero e alto, lezioni all’aperto, occupazioni. Risultato: nella scuola verranno licenziati 20mila docenti precari, mentre il 6 per cento degli studenti non è stato ammesso agli esami di maturità; nell’università i tagli previsti per il 2010 sono pari al 10 per cento del bilancio totale, quelli per l’anno successivo sono pari al 18 per cento. E’ chiaro che il ministro Gelmini e il governo Berlusconi dimostrano nei confronti delle proteste giovanili la stessa flessibilità del regime iraniano. Sono solo un poco più intelligenti in fatto di repressione.

Disciplina e rigore. Questo è lo slogan per ottenere il consenso (non certo degli studenti o di chi lavora nell’università e nella scuola come precario). Ma la sostanza delle riforme, che per l’università dovrebbero essere approvate il prossimo venerdì in Consiglio dei Ministri, è un’altra.

La linea del Governo e dei suoi autorevoli consiglieri in materia di scuola e università affiora piuttosto chiaramente: ridurre i finanziamenti per l’istruzione pubblica; incentivare i premi di produttività per gli atenei o i docenti più meritevoli, dividendo così sia il territorio italiano che il mondo del lavoro; marciare in modo strisciante verso il mondo dell’istruzione privata, sia incrementando i finanziamenti alle scuole private, sia accordando la possibilità alle università di divenire fondazioni e nel tempo darsi un’autonoma capacità di reclutamento.

Non è un modello debole questo. E’ invece un modello forte che è il modello, non già del fascismo come dice chi parla sempre guardando indietro, ma di Confindustria; anzi di quel mondo di medie e piccole imprese che è l’asse portante della nostra economia, mentre culturalmente ci fa stagnare nel mondo che cambia. Il Paese diventerebbe sempre più diviso fra Nord e Sud, i fondi concentrati in alcuni atenei di qualità che fanno la ricerca e altri lasciati vivacchiare per alimentare il mercato dei disoccupati con titolo di studio. E’ un modello marcatamente poco solidale in linea con tutta l’impronta culturale del governo, che trova i suoi oppositori in altri Paesi europei come la Francia, e che non ha alcuna possibilità di rendere l’Italia più giusta e saggia, né la sua ricerca migliore di quella passata.

La strategia darwiniana del centro-destra è quella di far mancare sempre più acqua nello stagno dell’istruzione pubblica, nella speranza che i pesci più forti si mangino quelli più piccoli e malati. Ma la competizione non genererà superbi pesci docenti o ricercatori, solo pesciolini ignavi, supini e figli di altri squamosi potenti. La scuola del voto in condotta, che pensa allo studio non come sfida verso sé stessi ma come ossequio verso le autorità non è che una fabbrica di forza lavoro per un mondo del lavoro che cerca giovani passivi. Ma come? Si vede che i giovani sono disattenti e riottosi in classe e che si fa? Invece di modificare il modo di insegnare, di ridare un senso allo studio, si introduce il voto in condotta. Pensate se questo metodo educativo del bastone venisse utilizzato in tutte le famiglie quanti imbecilli con tentazioni omicide ne uscirebbero fuori.

Sia la scuola che l’università sopravvivono, pur sovrafinanziate in alcuni settori, grazie all’utilizzo di una sterminata massa di precari che ne sostengono, con la loro passione, le strutture. Nella scuola pubblica, grazie alla finanziaria, il prossimo anno non saranno rinnovati i contratti di 20mila precari – dieci Termini Imerese della FIAT – gente che ci ha messo anni per formarsi e passione nell’insegnamento. Nell’università, le nuove sedi e i nuovi corsi di laurea introdotti con la riforma del 3 più 2 stanno in piedi solo grazie alla moltiplicazione della figura dei professori a contratto. Secondo le stime del MIUR per il 2007 la docenza a contratto incide ormai per il 30-40 per cento sui corsi di laurea, arrivando a comprendere un esercito di 52.051mila contrattisti, dei quali solo 2000 sono appartenenti al ruolo di docenti in altre università. Questo a fronte di un totale fra ricercatori, associati e ordinari (gli strutturati) di 61.929 unità Questi contratti, che spesso sono a titolo gratuito, danno la sensazione di far parte di un sistema senza però fornire alcun mezzo di sostentamento a chi vi si impegna.

L’accentramento delle risorse nelle università del Nord, che verrà con tutta probabilità incentivato con i premi di produttività, è un altro elemento teso a dissipare il tesoro culturale unitario del nostro Paese. Gli italiani sono sempre più poveri, le pensioni più misere, i salari reali sono i più bassi dell’Europa occidentale. Se si perseguisse nello scopo di distruggere le università del Mezzogiorno questo manderebbe a gambe all’aria tutta una generazione di studenti meridionali le cui famiglie hanno scarse risorse per far studiare i propri figli nelle università del Nord. Tasse a parte, mantenere un figlio a Roma costa ad una famiglia calabrese circa 800 euro al mese, e solo un’enorme potenziamento del sistema delle borse di studio potrebbe garantire un’istruzione democratica in un Paese unito (quindi maggiori e non minori spese per l’università).

Se l’università prosegue su questa china la carriera accademica, anche mutando tutte le regole del mondo in senso meritocratico, sarà riservata a quelli che hanno conoscenze e denari in grado di farli sopravvivere ad un lunghissimo periodo di precariato. Serve dunque una regolamentazione delle carriere, borse di ricerca lunghe, e la tendenziale abolizione della figura dei professori a contratto, oppure un aumento delle loro paghe per metterle al livello con quelle dei docenti incardinati. In altre parole servono sì l’introduzione di norme per selezionare sulla qualità, ma soprattutto: serve pianificazione delle carriere nel pubblico (deve esserci un percorso chiaro che dalle SIS porta all’insegnamento nelle scuole e dal dottorato di ricerca al reclutamento nelle università); eguaglianza di trattamento territoriali che aiuti le università del Mezzogiorno, senza pretendere di mettere l’università di Messina in competizioni direttamente con il politecnico di Torino; motivazione dei lavoratori pubblici e coinvolgimento degli studenti nelle decisioni che riguardano il loro futuro.

Il sistema di istruzione italiano ha il dovere di formare cittadini, gente pensante, in numeri sempre maggiori e su tutto il territorio nazionale. Adeguarsi alle richieste delle aziende che chiedono pochi iperspecializzati e una massa di automi farà arretrare non solo l’economia ma anche la società italiana. Una delle forze reali che guida le destre oggi è l’odio per l’egualitarismo del ’68, spesso da parte di coloro che all’epoca furono tra i più esagitati e irragionevoli manifestanti. Non possiamo permettere che una generazione in preda alle crisi identitarie, alla paura di qualsiasi moto spontaneo derivi dallo scontento, distrugga il nostro futuro. Per questo è sempre più necessario che i precari del mondo dell’educazione riescano nuovamente ad unirsi in una battaglia per la qualità dell’istruzione pubblica così come per una nuova chiarezza del proprio percorso di reclutamento nelle scuole e nelle università.

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