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LIBERTÀ, LAICITÀ E CAPRICCIO

di Lidia Menapace
da www.italialaica.it

Non è vero che libertà è fare ciò che si vuole: questo è capriccio o -come dicevano i latini- “licentia” parola di senso negativo e ben diversa da “libertas”. Perchè, come sosteneva Voltaire, la mia libertà comunque finisce dove comincia la tua e dunque la libertà altrui è limite della mia libertà. Invece affermare che libertà è fare ciò che si vuole, richiede che si abbia anche il potere di fare ciò che si vuole: se solo chi non riconosce limite alcuno alla propria libertà sarebbe libero, libero dunque sarebbe il dittatore, che non riconosce altra libertà che la sua. Fondata sulla negazione della libertà di tutti gli altri e le altre.

Non è nemmeno vero che ciascuno ha il diritto di fare quel che vuole entro le mura domestiche: molte donne vengono picchiate in casa e il fatto che nel codice lo jus corrigendi anche con botte fosse riconosciuto al marito e che l’incesto in famiglia fosse reato solo se dava pubblico scandalo (fino al 1975, data della riforma del codice di famiglia) ha fatto pensare a molte donne che il marito avesse il diritto di picchiarle, maltrattarle, persino di violentarle e prostituirle; e alle donne che volevano denunciare abusi del padre sulle figlie o dei fratelli sulle sorelle di sentirsi chiedere perché volessero trascinare nel pubblico scandalo la loro famiglia. Se non ci fosse questa mentalità la famiglia non sarebbe il luogo nel quale avviene la maggior parte delle violenze sessuali.

Essere liberi comporta che si conosca il limite del proprio agire e che esso possa diventare norma generale: agisci dunque in modo che ciò che fai, possa essere fatto da tutti/e, come diceva Kant; oppure non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, come dice il Vangelo.

Esiste anche una questione della pubblica morale e dei comportamenti e dei costumi: soprattutto da parte di chi a motivo dell’ufficio che ricopre, può diventare esempio sociale: dicevano gli antichi che di Cesare non deve essere sospettabile nemmeno la moglie.

Si introduce così il tema della pubblica moralità delle donne, subito incaricate di essere esemplari con conseguenze graziosissime, si fa per dire. Che cioè, se si tratta di una escort (fa più fino che dire “accompagnatrice”?) è una puttana, ma se era la contessa Castiglione, era una patriota. E povera moglie di Cesare che doveva essere virtuosissima e tollerare che i soldati salutassero in trionfo suo marito al grido di “viva il seduttore calvo!”. Infatti una delle caratteristiche del patriarcato è la doppia morale tra uomini e donne. Fino a non molto tempo fa anche sancita -ad esempio- a proposito di adulterio nel codice Rocco. E ancora pesantemente presente nei codici islamici.

Insomma, uno schifo e la cosa più schifosa è che la Chiesa -che si intromette sempre su tutto- stia zitta e si faccia dire da qualche senatore cattolico o addirittura da deputati di Comunione e Liberazione che per l’appunto ciascuno è libero di fare quel che vuole (sarebbe laicità?) e che guardare tra le lenzuola è farisaico e che il direttore di Famiglia cristiana (che protesta) farebbe meglio a non essere “moralista”!

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