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Albania, appuntamento con l’Europa

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Domenica 28 giugno gli albanesi si recheranno alle urne per eleggere i 140 deputati del Parlamento di Tirana. Il primo ministro verrà eletto dal Presidente della Repubblica Bamir Topi in base alla maggioranza che uscirà dalle urne e dalle coalizioni.

Sono quattro le coalizioni che si sono date battaglia in campagna elettorale. L’attenzione, come accade ormai in quasi tutto il mondo, più che dai programmi è stata calamitata dalle sfide personali tra i contendenti. La lotta per il premierato sembra, a prima vista, limitata ai due personaggi chiave della vita politica albanese: il sindaco di Tirana e leader del Partito Socialista (Ps) all’opposizione Edi Rama e il primo ministro in carica, Sali Berisha, leader del Partito Democratico (Pd).

Entrambi contano su una serie di partiti minori che li sostengono in coalizione, mentre corrono da soli Ilir Meta del Movimento Socialista per l’Integrazione, su posizioni a sinistra del Ps, e dal Polo della Libertà, movimento nato tra i dissidenti della destra di Berisha.

Outsider di rilievo il partito G99, guidato da Erion Veliaj, ex leader del movimento Mjaft, finanziato dal magnate statunitense George Soros, sulla falsariga dei movimenti che nell’Europa orientale e in Caucaso hanno generato le cosiddette ‘rivoluzioni arancioni’.

Difficile dire chi vincerà, ma certo qualora Edi Rama dovesse riuscire a strappare in extremis un accordo con Ilir Meta il centro sinistra sarebbe in vantaggio, anche a causa delle frizioni tra Berisha e gli ex alleati di destra. Sembra anche che si possa schiudere uno spazio, nella coalizione di Rama, per l’ex leader storico della sinistra albanese, Fatos Nano, finito da tempo nella soffitta della politica ma ancora in grado di mobilitare un elettorato fedele.

La campagna elettorale non si è certo caratterizzata per le proposte, ma per un continuo attacco all’avversario. Edi Rama invita alla mobilitazione contro Berisha che, con alti e bassi politici e giudiziari, è sulla breccia dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha. Berisha insulta, da parte sua, Rama e tutti gli altri, rivendicando i suoi successi.

In particolare, venerdì scorso, a 24 ore dalla fine della campagna elettorale, Berisha ha inaugurato il suo fiore all’occhiello: l’autostrada Durazzo-Kukes. Con il premier turco Erdogan, in rappresentanza del consorzio turco-statunitense che ha vinto l’appalto dei lavori, ha mostrato al mondo la più grande opera pubblica della storia albanese.

Un serpente d’asfalto, lungo 170 chilometri, che sarà anche uno sbocco al mare per il Kosovo, come ha tenuto a ricordare Berisha lusingando un nazionalismo che non ha risparmiato neanche Rama in campagna elettorale. In realtà l’autostrada non funziona ancora. Per tacere dell’inchiesta aperta dalla magistratura albanese nel 2007 che chiedeva conto a Lulezim Basha, attuale ministro degli Esteri di Berisha, conto di 230 milioni di euro ingoiati dalla voragine dei costi dei lavori dell’autostrada.

Inchiesta finita in un nulla di fatto. Il premier, però, rivendica l’opera come la ciliegina sulla torta di una politica economica in grande stile, che vorrebbe fare dell’Albania la prima potenza nucleare dei Balcani. In realtà lo stesso Berisha, dopo aver sparato la notizia, ha fatto un parziale marcia indietro.

Infine, proprio ieri, il governo ha presentato un mega progetto per la costruzione di sei parchi industriali capaci di generare migliaia di posti di lavoro. Un programma tutto da verificare. Resta, comunque, sul tavolo il dato della crescita del Pil prevista per il 2009 in 1,5 punti percentuali dalla Banca Mondiale, nonostante la recessione globale. Il mercato immobiliare è in crescita e lo sfruttamento delle risorse turistiche rappresentano un richiamo per gli investitori stranieri.

Economia a parte, è il cammino verso l’Europa il vero cavallo di battaglia di Berisha. Dopo aver incassato l’adesione alla Nato ad aprile di quest’anno, grazie al sostegno incondizionato dell’amministrazione Bush, Berisha ha dovuto però subire lo smacco dello stop dell’Ue alla procedura agevolata di concessione dei visti per l’espatrio.

L’argomento, in un Paese che conta milioni di emigrati, è sensibile e potrebbe rivelarsi un danno per il premier. Il problema per l’Ue è che l’Albania è ancora ritenuta un partner troppo poco affidabile. Le elezioni amministrative del 2007 si sono rivelate un autentico fallimento. Seggi aperti oltre l’orario di chiusura, irregolarità nelle procedure di voto, commissioni di seggio finite in rissa, spari fuori dai seggi e dalle sedi dei partiti.

L’Europa, quindi, è uno spettatore interessato del voto del 28 giugno prossimo, ma i presupposti non sono dei migliori. L’eterna polemica sulla registrazione dei circa due milioni e mezzo di votanti non ha trovato una risposta. Risultano ancora iscritti nelle liste elettorali persone decedute e persone con più residenze. Il nuovo progetto delle carte d’identità di ultima generazione è rimasto al palo.

Inoltre, come in passato, anche questa campagna elettorale in Albania è stata caratterizzata da scontri e violenze. Fatmir Xhindi, socialista, e Aleks Keka, democratico, sono stati assassinati in circostanze tutte da chiarire. Perplessità rimangono anche sulla nuova legge elettorale, approvata da uno schieramento bipartisan, che presenta agli elettori liste blindate, che non consentono ai cittadini di scegliere il loro candidato.

A Bruxelles, inoltre, non è piaciuta la polemica di Berisha che ha chiesto la sostituzione di Audrey Grover, ambasciatrice dell’Odihr, l’organismo dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) che si occupa di gestire il monitoraggio dei processi elettorali, in Albania.

La Grover, nel 1996, ritenne la vittoria di Berisha viziata da gravi irregolarità procedurali. E il premier non l’ha perdonata. Un altro elemento sul quale l’Ue storce il naso è la libertà di stampa in Albania. I media sono in massima parte controllati dai partiti politici. Un brutto esempio d’ingerenza della politica nella libertà d’informazione è stato il caso Gerdec. Circa un anno e mezzo fa un deposito di armi è esploso a Gerdec, nei pressi di Tirana. Almeno 26 persone hanno perso la vita, centinaia i feriti.

Dietro quello che sembrava un tragico incidente sono emersi scheletri che arrivavano fino alla famiglia di Berisha, con il coinvolgimento del figlio Shkelzen. Un groviglio di interessi tra traffico d’armi e negligenza. La magistratura e la stampa albanese, però, sono state messe a tacere. Per entrare in Europa, almeno per ora, non basta un visto.

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