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Birmania, il grande gioco intorno a Aung San Suu Kyi

di Alessandro Ursic
da www.peacereporter.net

L’inviato dell’Onu torna nel Paese per mediare, mentre slittano ancora una volta le udienze finali del processo contro la leader dell’opposizione
Visti gli scarsi risultati ottenuti nelle sue sette visite dal 2006 a oggi, dall’ennesimo viaggio in Birmania di Ibrahim Gambari sarebbe lecito aspettarsi poco.

L’inviato dell’Onu è giunto oggi nel Paese per convincere la giunta militare a essere clemente con Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione sotto processo per aver accolto in casa l’americano che a inizio maggio nuotò fino alla sua residenza, violando le restrizioni degli arresti domiciliari. Ma anche se Gambari ripartirà a mani vuote, come è più che probabile, la visita sembra confermare il quadro che già stava emergendo: dietro l’impenetrabile facciata del regime, i generali birmani stanno trattando.

Da quasi un mese e mezzo, Aung San Suu Kyi è detenuta nella foresteria del carcere di Insein, alle porte di Yangon. Nelle prime due settimane del processo, i giudici sembravano voler procedere spediti: gli interrogatori di una ventina di testimoni dell’accusa, di Suu Kyi e di un solo testimone per la difesa furono smaltiti nel giro di pochi giorni, e il verdetto – tutti davano per scontata la massima pena per questi casi, cioè cinque anni – era atteso per la fine di maggio.

Poi, improvvisamente, la macchina si è inceppata. Gli avvocati della Lega nazionale per la democrazia, il partito di Suu Kyi, hanno fatto ricorso contro la mancata accettazioni di altri testimoni da loro inseriti nella lista. E quasi un mese dopo, di appello in appello, siamo ancora a questo punto. L’ultimo rinvio è arrivato due giorni fa: l’udienza prevista per oggi è stata rinviata a data da destinarsi.

La visita di Gambari, spesso snobbato da un regime che di solito gli manda incontro esponenti di secondo piano, ha come obiettivo quello di mediare a beneficio di Suu Kyi. Nonché di preparare l’arrivo del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, presumibilmente la prossima settimana. Ban è già stato in Myanmar un anno fa, dopo il passaggio del devastante ciclone Nargis, e riuscì a convincere la giunta ad aprire parzialmente il Paese agli operatori umanitari stranieri.

Non che Ban possa fare miracoli. D’altronde, i mezzi a disposizione della comunità internazionale – o più propriamente, di quella occidentale – sono limitati: le sanzioni economiche, appena prorogate dall’amministrazione Obama, hanno dimostrato di essere armi spuntate. Se qualcosa dietro le quinte si sta muovendo, piuttosto, è piuttosto frutto di un (almeno a parole) timido cambio di atteggiamento da parte della Cina, il grande sponsor dei militari birmani.

Al momento Pechino in pratica controlla a distanza la Birmania. Acquista a prezzi da monopolista – come India e Thailandia, ma in misura maggiore – le abbondanti materie prime che l’Occidente non può comprare a causa delle sanzioni, progetta la costruzione di un oleodotto che colleghi il territorio cinese alla costa birmana, e alle porte di Yangon ha una “delegazione commerciale” che in sostanza è una base militare. Mai critica verso le decisioni del regime, nell’ultimo mese la Cina sembra aver cambiato registro. L’arresto di Aung San Suu Kyi e il processo nei suoi confronti sono stati condannati in un documento firmato a fine maggio da 45 ministri degli esteri europei e asiatici, tra cui quello cinese.

E’ impossibile capire cosa cosa l’ermetica giunta militare stia preparando. Secondo alcuni esperti, i generali sarebbero rimasti spiazzati dalla ferma risposta della comunità internazionale, e stanno cercando un modo di salvare la faccia pur eliminando Aung San Suu Kyi dalle elezioni del prossimo anno; con tutti i loro limiti, le prime dal 1990 a oggi. Come minimo, Pechino segue con estremo interesse la situazione.

“L’aria sta cambiando. Non sappiamo ancora in quale direzione, ma siamo nel mezzo di una transizione”, conferma a PeaceReporter un operatore umanitario dell’Onu che vive da anni in Birmania. “La Cina ora controlla quasi la totalità di una torta che però è piccola. Quando si accorgerà che aprire economicamente il Paese farebbe ingrandire a dismisura quella torta, potrebbe decidere che avere una fetta più piccola le converrebbe comunque”. E per trovare il lievito, in questo caso, non si può prescindere dall’affare Suu Kyi.

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