Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Noi per le strade di Genova con l’entusiasmo di Davide

Noi per le strade di Genova con l’entusiasmo di Davide

di Gianni Geraci
Portavoce del Guado – Gruppo di ricerca e di confronto su Fede e omosessualità

Quando si parla di Gay Pride la maggior parte dei nostri interlocutori, dentro e fuori dalla Chiesa, storce il naso. «Che senso ha – dicono – una pagliacciata come quella, dominata dal cattivo gusto, dall’esibizionismo e da un’esaltazione paradossale della trasgressione? Che senso ha affidarsi a una carnevalata per rivendicare i vostri diritti? La gente non capisce e, anche nei casi in cui è ben disposta verso di voi, smette di considerarvi delle persone serie».

A queste domande ho cercato di rispondere decine di volte, ma non sono mai riuscito ad essere convincente. Alla fine, l’unica risposta davvero adeguata, mi è sempre sembrata quella di invitare i miei interlocutori a venire con me per ripercorrere lo stesso percorso che aveva portato me a modificare il mio giudizio sul Gay Pride, passando dalle posizioni dei miei interlocutori, a un atteggiamento di adesione convinta e gioiosa che mi spinge tutti gli anni verso la città in cui viene organizzato.

Il fatto è che durante il corteo finale del Pride quello che io vivo è un momento di autentica spiritualità, intrecciato con il desiderio profondo di ringraziare Dio di essere omosessuale e soprattutto di aver finalmente accettato la mia omosessualità.

Sfilare durante il Pride è un’esperienza che aiuta questo processo di accettazione, ma in un omosessuale cristiano rischia di non sviluppare tutte le potenzialità che sono insite in quel gesto, se non provoca dentro un momento di preghiera di lode e di ringraziamento in cui finalmente si esclama: «Grazie Signore, perché sono vivo! Grazie Signore perché sono così! Grazie signore perché sono qui!».

Vi garantisco che non c’è antidoto migliore alla depressione che prende tanti omosessuali che non accettano il loro orientamento sessuale? Vi garantisco che non c’è risposta migliore al senso di inadeguatezza che ci prende quando scopriamo di doverci letteralmente inventare le modalità in cui vivere la nostra vocazione cristiana (perché la testimonianza dei tanti omosessuali che ci hanno preceduto nella vicenda storica della Chiesa è stata vissuta in un nascondimento che solo in casi eccezionali ha lasciato qualche timida testimonianza).

Vi garantisco che non c’è atteggiamento più evangelico di quello che si può vivere quando si partecipa a un Pride, l’atteggiamento di quei bambini che non provano vergogna quando fanno qualche cosa e che, per questo motivo, non hanno paura di mettere gli adulti (le tante persone amiche degli omosessuali che guardano al Gay Pride con preoccupazione) in una situazione di imbarazzo.

C’è un brano, nel secondo libro di Samuele, che racconta un episodio che può aiutarci a capire il senso di quello che gli omosessuali credenti sperimentano quando partecipano al Gay Pride. Si tratta del brano in cui viene narrato l’ingresso dell’Arca nella città di Gerusalemme (2 Sam 6,12-23).

Davide andò e trasportò l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom nella città di Davide, con gioia. Quando quelli che portavano l’arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un bue e un ariete grasso. Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Ora Davide era cinto di un efod di lino. Così Davide e tutta la casa d’Israele trasportavano l’arca del Signore con tripudi e a suon di tromba. Mentre l’arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo. Introdussero dunque l’arca del Signore e la collocarono al suo posto, in mezzo alla tenda che Davide aveva piantata per essa; Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo nel nome del Signore degli eserciti e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d’Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua. Ma quando Davide tornava per benedire la sua famiglia, Mikal figlia di Saul gli uscì incontro e gli disse: «Bell’onore si è fatto oggi il re di Israele a mostrarsi scoperto davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe un uomo da nulla!». Davide rispose a Mikal: «L’ho fatto dinanzi al Signore, che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi capo sul popolo del Signore, su Israele; ho fatto festa davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!». Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte.

Davide, preso dall’entusiasmo di fronte a un evento che aveva tanto desiderato e che aveva tanto temuto (perché l’Arca si era rivelata qualche cosa di terribilmente misterioso quando uno dei servi di Davide era morto per averla toccata) e che finalmente si realizzava, perde qualunque rispetto umano, si spoglia (indossa solo un efod di lino, un telo leggero che copre solo i fianchi) e si mette a ballare in pubblico.

Un entusiasmo fuori dagli schemi, quello di Davide, tant’è che Mikal, la moglie che Saul gli aveva dato in premio per il suo valore, lo giudica con disprezzo e lo redarguisce: «Mostrarsi scoperto davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe un uomo da nulla!». Mikal era una donna di nobili origini, probabilmente era un’esperta di bon ton, una donna capace di valutare il buon gusto di un comportamento.

E il suo giudizio è lo stesso giudizio che tante persone di buon gusto, esperti di bon ton, danno dei tanti scalmanati che ballano durante le parate del Pride.

Ma Dio sta dalla parte di Davide, così come sta dalla parte di tutte le persone che non si trattengono quando debbono esprimere la loro gratitudine a Dio: Mikal viene maledetta con la sterilità, la stessa sterilità a cui sono condannati quanti rifiutano di confrontarsi con i motivi profondi che animano il cuore di quanti sentono il bisogno di dire vivere con gratitudine la loro esperienza umana.

Lo stesso Dio che guardava sorridendo Davide, mentre danzava nudo davanti all’Arca, ieri ha rivolto il suo sguardo sulle vie di Genova, dove tanti omosessuali credenti lo hanno ringraziato per la loro diversità: una diversità per molti aspetti simile a quella dell’antico monarca di Israele: che era un uomo dai capelli fulvi in un popolo dai capelli neri (e le persone dai capelli rossi erano viste con sospetto e con diffidenza); un uomo che è stato chiamato da Dio a percorrere strade inaspettate che nessuno, nella sua famiglia, aveva mai pensato per lui (e chi conosce la mentalità dell’antico Israele sa quanto fossero importanti le aspettative della famiglia); un uomo che ha vissuto tante passioni, alcune dolci (come quella con Gionata), altre violente (come quella con Betzabea) e che ha commesso anche grandi errori a causa di queste passioni, ma che mai, in nessun momento della sua vita ha pensato di rinunciare alla sua amicizia con Dio.

E anche noi omosessuali credenti, mentre sfilavamo per le strade di Genova, abbiamo gridato il nostro amore per Dio, un amore che si alimenta e che affonda le sue radice nell’amore sterminato che Dio ha per ciascuno di noi.

I canti, i balli, le trasgressioni, i corpi nudi, le gambe affaticate, le persone, poche, che hanno esagerato per mettersi in mostra, le persone, tante, che hanno partecipato con entusiasmo a un evento di cui si sentivano comunque protagonisti, tutte queste realtà sono state un modo per celebrare l’amicizia di Dio nei confronti della nostra diversità, un’amicizia che, ce lo insegna la storia di Davide, supera i giudizi di quanti ragionano in base ai rigidi canoni dell’opportunità e del buon gusto.

E la presenza di un uomo di Dio come
don Andrea Gallo al Pride Genovese è stata capace di darci un segno concreto di questa amicizia.

Chissà se questa volta sono riuscito a far capire il profondo significato spirituale della partecipazione di un cristiano al Gay Pride? Probabilmente no. Ma grazie all’intercessione di quel grande amico di Dio che è stato il re Davide, forse, questa volta, sarà lo stesso Spirito a far capire a quanti non si vogliono chiudere alla sua voce, che durante le quelle strane processioni che sono le parate del Pride, la gloria di Dio è l’uomo che accetta la sua vita e che la vive nel desiderio di essergli amico.

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