Home Politica e Società ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE MONETARIA: LE MONETE COMPLEMENTARI

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE MONETARIA: LE MONETE COMPLEMENTARI

di Ilvio Pannullo
da www.altrenotizie.org

La prima volta che ci si ferma a ragionare sui meccanismi sottostanti la creazione della moneta si è colti o da un forte scetticismo o da un penoso senso d’impotenza. I primi generalmente rifiutano a priori l’idea che qualcuno possa avere abusato in modo tanto scellerato della loro fiducia, i secondi, comprendendo la natura verticistica del sistema monetario oggi dominate, sono colti dallo sconforto, non riuscendo ad immaginare alcuna possibilità di cambiamento dello status quo. Ecco allora Newton arrivare, con la sua terza legge, in soccorso di quanti, smarriti, perdono la fiducia nel cambiamento: ad ogni azione di un corpo A su un altro corpo B corrisponde una reazione uguale e contraria del corpo B sul corpo A. Il principio è applicabile a tutte le forze riscontrate in natura e nella tecnica, oltre a costituire un assioma fondamentale della meccanica. Così accade che alla moneta creata attraverso l’indebitamento della comunità si contrappone una moneta accreditata gratuitamente ai cittadini: sono le monete complementari.

La creazione di denaro si svolge attualmente secondo questo meccanismo: le banconote vengono emesse dalla Banca Centrale Europea, ente apparentemente pubblico, ma in realtà posseduto per la quasi totalità da aziende private; tali banconote vengono utilizzate per acquistare Titoli di Stato. Questo sistema ha la connotazione di una spirale: il denaro viene usato per comprare i titoli, che però sono gravati da interessi, per pagare i quali viene emesso nuovo denaro e così continuando. È chiaro che questo meccanismo costituisce un vicolo cieco. L’unico modo per uscirne sarebbe quello di generare nel bilancio avanzi primari (la situazione macroeconomica che vede le entrate superare le uscite ndr) talmente consistenti da superare il costo del “servizio del debito” (ovvero la spesa per interessi).

Questo pone però due problemi. Il primo è che, per fronteggiare efficacemente il livello attuale del debito, bisognerebbe chiudere il bilancio con avanzi realisticamente fuori dalla portata degli attuali governi. Non solo: oltre alla capacità, occorrerebbe ovviamente anche la volontà di perseguire una politica economica finalizzata all’ottenimento di un tale risultato. Spesso mancano entrambe. Il secondo problema è di carattere sostanziale: non è infatti plausibile che per ripianare un debito contratto nei confronti di creditori privati, si debba passare attraverso politiche pubbliche; politiche che comportano necessariamente notevoli sacrifici da parte degli stessi cittadini, dato che un avanzo di bilancio passerebbe giocoforza attraverso il taglio dei trasferimenti e l’inasprimento della pressione tributaria.

Constatato quindi che è realisticamente improbabile – per non dire impossibile – che il debito pubblico, o almeno il deficit, venga ripianato con efficacia, possiamo concludere che esso è in continuo, inesorabile aumento, per il semplice fatto che il suo finanziamento passa sempre attraverso l’acquisto di nuovi Titoli di Stato, indipendentemente dalle manovre finanziarie attuate dai governi verdi, bianchi, rossi o azzurri – a ben vedere, assolutamente ininfluenti dato che trattasi, sistematicamente, di formazioni politiche asservite alla casta bancaria e obbedienti ai suoi ordini. Quale potrebbe essere, dunque, una soluzione per questa situazione?

La risposta è drammaticamente semplice, ma, ad oggi, completamente irrealizzabile. Ad illustrarla magistralmente ha provveduto Antonio Miclavez, coautore con Marco Dalla Luna del bestseller EuroSchiavi, nel suo ultimo libro Euflazione: l’anello mancante dell’economia. “Lo Stato – si legge nel capitolo Alternative – si dovrebbe riappropriare della Banca d’Italia – basterebbe portare il capitale sociale dai miseri 156.000 euro di oggi ai 20 milioni, appannaggio minimo di ogni altra banca sul mercato, facendo finanziare l’aumento di capitale dallo Stato che con tale quota acquisirebbe il 99% del pacchetto azionario – creando il proprio denaro senza utilizzarlo sistematicamente per l’acquisto di Titoli di Stato e prestando attenzione a mantenere l’economia nella condizione di euflazione”, termine questo coniato dallo stesso Antonio Miclavez per descrivere un’offerta di moneta calibrata correttamente ed in grado di garantire la stabilità dei prezzi, attraverso la variazione dei tassi di interesse all’interno di un range compreso fra il -3% e il +3%.

“Le banche – si continua a leggere – dovrebbero essere tutte statali o di proprietà dei correntisti e non perseguire fini di lucro. Nel caso in cui dovessero essercene di private, queste non dovrebbero avere la potestà di creare denaro creditizio, come invece accade ora; inoltre dovrebbero avere la possibilità di concedere in prestito esclusivamente il denaro realmente detenuto e l’operazione non dovrebbe comunque essere finalizzata al guadagno privato. In attesa di un evento tanto rivoluzionario quanto pacifico, in caso di mancato recepimento del problema da parte dello Stato, i comuni e le provincie dovrebbero emettere moneta complementare che, viaggiando in parallelo alla moneta a corso forzoso – l’euro – aumenterebbe il potere di acquisto dei cittadini senza caricarli di interesse.”

Questo sistema, lungi dall’essere una chimera, è già in vigore in molti paesi e, in alcuni di essi (su tutti Svizzera, Germania e Giappone) con risultati straordinari. In tutto il mondo si contano un totale di circa ottomila monete complementari. Le valute alternative sono, infatti, strumenti di scambio con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono complementari). Solitamente le valute complementari non hanno corso legale e sono accettate su base volontaria, ciò contribuisce al loro aspetto identitario, cioè al loro identificare la comunità all’interno della quale sono usate alla stregua dei vantaggi di una tessera associativa.

Un sistema di valuta complementare è infatti accettato ed utilizzato all’interno di un gruppo, di una rete, di una comunità per facilitare e favorire lo scambio di merci, la circolazione di beni e servizi all’interno di quella rete sociale, rispetto al resto della comunità, in modo del tutto identico a quanto accade con la moneta avente corso forzoso. Entrambe le monete, quella ufficiale emessa contro l’indebitamento della comunità e quella complementare emessa gratuitamente, sono prive di un qualsiasi valore reale che non sia il costo tipografico. Ad entrambe il valore viene attribuita da un accordo: nel primo caso una legge, nel secondo caso una semplice adesione ad una rete associativa creata appositamente con questo scopo.

Per comprendere le ragioni che danno vita ad un sistema di valuta complementare, è utile rifarsi al significato antico del denaro: il denaro è, infatti, un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto. Le valute complementari si collocano, dunque, come “sistemi di accordo” all’interno di una comunità e promuovono la pianificazione a lungo termine, stimolando i partecipanti al circuito ad investire in attività produttive connesse, piuttosto che nell’accumulo di denaro. Esse incoraggiano gli scambi e la cooperazione con la propria rete di aderenze, attraverso la circolazione del bene di scambio a cui, solitamente, viene attribuito un valore etico ed ideale. Questo perché il commercio può essere etico solo se lo è anche il mezzo. In Italia l’esempio nazionale più importante è lo SCEC, acronimo di “Solidarietà ChE Cammina”. Un mondo diverso è possibile.

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