Home Politica e Società Se la Chiesa guardasse al mondo che ci circonda

Se la Chiesa guardasse al mondo che ci circonda

di Felice Scalia
dall’editoriale di Presbyteri, maggio 2009)

Nessun battezzato è “della Chiesa”, ma “nella Chiesa” per il mondo, per l’umanità intera. L’ecclesiocentrismo coerente e convinto è idolatria, non religione. Ne segue che il sacerdozio comune dei fedeli ha per oggetto non solo la partecipazione all’ Eucarestia («questo mio e vostro sacrifìcio…») ma il rendere sacro il mondo, farlo cantore della gloria di Dio e della Sua gioia di vivere. Trasformare ogni attività umana in gesto di amore, sia essa un esercizio commerciale, la cura di un malato, la difesa della giustizia, la riparazione di un manto stradale. Così il potere regale è la chiarezza di un cammino nella società umana ed ecclesiale dove ciascuno è “signore”, senza eccessiva necessità di ubbidire ad un superiore o di comandare ad un subalterno. «Vos fratres estis – dice Gesù – e non avete padroni nè maestri». Tra figli liberi, tra fratelli uguali in dignità, chiamati tutti a servire, c’è semplicemente dono, non costrizione; c’è giustizia, non oppressione e capriccio; c’è cercare insieme.

Ma ciò che rende urgente nella Chiesa di oggi e nel mondo un togliere il bavaglio alla profezia è la situazione storica in cui la stessa Chiesa si è venuta a trovare. La Chiesa si è fatta ‘Stato’, istituzione, ha nunziature presso capi di stato, ha rapporti diplomatici, stipula concordati che troppo spesso la imbavagliano o la legano a carri molto ambigui, ha bisogno di finanziamenti, di potere. In una parola: non è libera. «Se volete saperlo – affermava in pubblico un ‘libero laico evangelico’, come amava definirsi – la Chiesa serve Dio ma non può non flirtare con Mammona». Frase ad effetto a parte, non crediamo avesse tutti i torti quel simpatizzante di Gesù di Nazareth; ma certo l’umanità non aspetterà una Chiesa ‘non più stato’ per sentire quella Parola che la farebbe rivivere. Neppure la Chiesa può aspettare tanto. Essa deve ridiventare credibile almeno nella profezia. Per stare con la gente deve percepirne i bisogni, viverne la vita, non può frequentare i palazzi dei potenti. Deve poter ‘svegliare l’aurora’, deve essere in grado di sentire i gemiti dello Spirito nel cuore della gente oppressa.

Per annunziare il ‘regno’ deve essere distaccata da questo mondo il cui unico dio è un idolo che abita banche e forzieri e rampe di missili atomici. E se il vertice istituzionale non può non essere, in qualche modo, ‘ingessato’, ed ha il diritto alla prudenza, perfino a quella diplomatica, la Chiesa di Gesù di Nazareth, il «profeta potente davanti a Dio e agli uomini» (Lc 24,19), non può «spegnere lo Spirito» nei migliori dei suoi figli.

Se pensiamo a quel popolo profetico di cui parla il rito del battesimo, la prima cosa che vorremmo vedere fiorire nella Chiesa è la capacità di guardare il mondo che ci circonda. (….) Dal popolo profetico vorremmo un’altra lettura del momento storico che viviamo, quella del nostro fondamentale ateismo. Spesso diamo l’impressione di essere pseudo ‘popolo di Dio’ che si è messo al servizio di Mammona pur continuando a frequentare le dimore di Abbà. Eccolo in mezzo a noi il frutto della nostra vita e delle nostre scelte: questi poveri che premono alle frontiere, che sbarcano, che si insediano sotto i cavalcavia delle linee ferrate, che si ubriacano, che cercano lavoro, che delinquono e muoiono di freddo. Nessuno li vuole vedere. Devono non esistere, «se ne devono andare!».

Se un popolo di Dio è stato ateo perché adoratore del denaro, abbiamo assoluto bisogno di un popolo di Dio che riacquisti la Parola del Padre e la dica e la proclami come ineludibile esigenza di giustizia per ogni nato di donna. Questa ‘profezia diffusa’, divenuta coscienza comune dei cristiani, è la sola che può fare tornare noi al culto del Dio vero, quello che è «nudo, affamato, straniero» e chiede una mano ai fratelli. Questa sterzata nella vita della Chiesa renderebbe ridicole tante nostre voglie di potere e ridimensionerebbe usi e costumi umani secolari, atteggiamenti sacrali poveri di fede, di cui oggi forse anche il buon Dio ha viscerale ‘fastidio’(Am 5,21-24). Noi lo speriamo con tutto noi stessi: verrà un giorno in cui saremo intimi alla verità nuda di Dio e dell’uomo, ci accosteremo con limpidezza al Mistero Santo della vita, e saremo in grado, profeticamente, di proclamarlo. Allora diventeremo uomini ricchi solo della nostra umanità e dello sguardo misericordioso del Padre che ci avvolge. Allora, deposta ogni supponenza ed ogni «lievito di scribi e farisei», diventeremo veri ‘ri nati’, autentici ‘battezzati’, morti alla mentalità comune ed aperti alla tenerezza di Dio.

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