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G8: il nuovo spot della serie è a l’Aquila

di Giuliano Garavini
da www.aprileonline.info

La ricostruzione dell’Aquila è stata criticata per essere in fase di realizzazione con il più rigido dei centralismi, nell’assenza di reali forme di partecipazione da parte delle popolazioni locali. Adesso agliaquilani piomberà addosso il vertice dei grandi capi del mondo, polizia, aerei teleguidati, missili, fucili e ogni armamentario possibile per un incontro che non conta un fico secco e che prima viene abolito e meglio è

Nel sito ufficiale approntato dal governo italiano per il G8 c’è scritto: “Obiettivo prioritario della Presidenza italiana, infatti, è quello di avvicinare maggiormente le istituzioni globali ai cittadini, concentrandosi sui problemi reali a partire dalla crisi finanziaria ed economica”. In realtà il G8 dell’Aquila non sarà altro che un costoso spot per il governo Berlusconi. Terminato lo show, il Presidente potrà andarsene in vacanza a leccarsi le ferite e tutto sarà come prima. Stessa distanza fra cittadini e potenti. Stesso arretramento per i paesi più poveri e stessa fame. Stesse regole nella finanza, nel commercio, nella vita dei lavoratori occidentali che pagano la crisi con il lavoro e non con un declino percentuale dei rendimenti azionari.

Il G8 è un’istituzione terremotata dalla crisi finanziaria degli ultimi due anni, sta peggio dell’Aquila, e non è amato da nessuno al contrario della città abruzzese. Nato nel 1975 in piena Guerra Fredda esso non ha oggi più alcun senso e non è in grado di prendere alcuna decisione di rilievo. Il recente G20 del 5 aprile passato, organizzato in pompa magna dallo spompato Gordon Brown a Londra, era la presa d’atto che la crisi economica mondiale non poteva essere affrontata senza coinvolgere almeno una serie di paesi emergenti tra i quali la Cina, l’India, il Brasile, Il Messico e altri ancora.

La principale decisione del G20 è stata quella di mettere a disposizione del Fondo Monetario Internazionale una cifra pari a 1100 miliardi di dollari, una quota dei quali da essere utilizzata dai paesi più poveri. Sembra tanto, ma è meno di quanto solo gli Stati Uniti abbiano utilizzato per salvare le proprie banche e rilanciare l’economia. E’ apparsa deludente la decisione di affidare la soluzione di una serie di importanti problemi, che pur erano stati messi sul tappeto a Londra, ad un’istituzione come il FMI che negli ultimi trenta anni, secondo la definizione di un economista statunitense, ha funzionato con la stessa filosofia di un dottore medievale: se il paziente sta male, ricoprirlo fino alla morte di sanguisughe che ne aspirino il sangue malato.

Il FMI sta provando a rilanciarsi dal discredito degli ultimi anni in quanto promotore di una finanziarizzazione selvaggia dell’economia, ma ancora non ha modificato la sua filosofia di azione e non conterà nulla finché al suo interno non verranno redistribuite quote e i diritti di voto. Basti pensare che ad oggi la quota della Cina è pari al 3,7 per cento del totale, la stessa del piccolo Belgio. Allo stesso tempo la quota degli Stati Uniti è pari al 17 per cento e quella dell’insieme dei paesi dell’Unione europea è del 32 per cento. Ma prima del 2010 non vi sarà nessun seria modifica dei rapporti di forza all’interno del FMI.

Il G20 do Londra non ha preso decisioni che abbiano contribuito ad alleviare la crisi per i più colpiti nei paesi occidentali e non c’è nessuna regola introdotta che protegga dagli investimenti finanziari, che abolisca il commercio di derivati, che moderi la situazione debitoria di alcuni paesi particolarmente poveri. Sono infatti i paesi fuori dal G20, cioè quelli che rappresentano la gran parte degli abitanti del mondo, specia in Asia e Africa, a soffrire in modo più devastante della crisi economica. 94 dei 116 paesi in via di sviluppo stanno vedendo le proprie economie declinare: solo per questo anno il loro declino economico potrebbe risultare pari a 700 milardi di dollari, mentre la crisi porterà alla distruzione di 51 milioni di posti di lavoro, la maggior parte nel Sud del mondo.

In realtà il g8 dell’Aquila non sarà che un momento di pacifiche discussioni in vista del prissmo G20 che si terrà a Pittsburg. Nella “Conferenza Onu sulla cirsi econoica e finanziaria”, tenutasi a fine giugno, il G8 non è stato nemmeno nominato e si chiedono tutte una serie di cose per il G20, tra le quali che finalmente vengano prese decisioni concrete per una riforma della governance dell’economia
internazionale e nuove regole per la finanza internazionale.

La dichiarazione del G8 ribadirà le solite vuote prediche sulla necessità di aiutare l’Africa, di aumentare gli aiuti allo sviluppo e di pansare ad uno sviluppo sostenibile. Ma alla i leader si troveranno a perorare la solita causa di una maggiore liberalizzione del commercio mondiale e del rilancio del WTO e del Doha Round. Ora il Doha Round prevede l’estensione della liberalizazzione dei servizi finanziari e lascia ampiamente scoperte le richieste sul settore agricolo dei paesi non occidentali. Non ha regole che permettono di proteggere i servizi di interessi generale da privatizzazione e finanziarizzazione, non è accopiato a nessuna norma internzionale per il controllo dei prezzi delle materie prima e risponde pienamente alla filosofia che ha portato il mondo alla odierna crisi finanziaria.

Il clima è gonfio di dichiarazioni sugli orrori dell’irresponsabilità finanziaria e persino il Papa è incline, nella sua nuova enciclica, a criticare il capitalismo come una forma sbagliata dell’econonomia di mercato. Ma, a parte le ricorrenti prediche, l’unica vera decisioni importante che si potrebbe prendere all’Aquila è l’abolizione del G8.

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