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Cina: esplode lo Xinjiang, 156 morti

Quelli del 5 luglio sono stati gli incidenti più gravi dalla rivolta tibetana della primavera dell’anno scorso e tra i più gravi ad essersi mai verificati nel Xinjiang, una regione desertica e montuosa ricca di risorse naturali nel nordovest della Cina. I disordini sarebbero scoppiati quando le forze di sicurezza cinesi sono intervenute per disperdere una manifestazione di almeno un migliaio di persone che chiedevano un’ indagine approfondita su un episodio verificatosi il 26 giugno nel Guangdong, la provincia industrializzata del sud della Cina, dove lavorano decine di migliaia di immigrati provenienti da tutto il paese, inclusi migliaia di uighuri. Intanto, in Italia, il massacro non ferma il business

La tensione etnica è esplosa violenta nella regione cinese del Xinjiang dove nella capitale Urumqi, secondo l’ultimo bilancio dell’agenzia Nuova Cina, almeno 156 persone domenica sono morte in scontri tra giovani uighuri e forze di sicurezza cinesi. Mentre i disordini si sono pericolosamente allargati oggi a una seconda città, le autorità accusano il Congresso Mondiale degli Uighuri e la sua presidente Rebiya Kadeer di avere fomentato le proteste con lo scopo ultimo di creare nel Xinjiang uno Stato indipendente. Il Congresso e la stessa Kadeer lo negano e, in un comunicato inviato ad alcuni mezzi d’informazione stranieri in Cina, hanno affermato che migliaia di uomini di quattro diversi corpi militari e paramilitari cinesi ieri hanno usato fucili automatici e mezzi corazzati contro una manifestazione pacifica.

Secondo la Nuova Cina, la polizia oggi è dovuta intervenire per disperdere 200 manifestanti che si erano riuniti davanti alla moschea Id Kah nella città di Kashgar, uno dei passaggi obbligati dell’antica Via della seta. L’agenzia aggiunge che la protesta sta tentando di organizzarsi anche nella città di Aksu e nella prefettura di Yili Kazakh. “E’ una pratica abituale del governo cinese quella di accusare me per qualsiasi incidente si verifichi nel Turkestan dell’ Est (il nome col quale i nazionalisti uighuri indicano il Xinjiang, ndr) e Sua Santità il Dalai Lama per qualsiasi cosa succeda nel Tibet”, ha affermato Rebiya la Kadeer nel comunicato.

Quelli di ieri sono stati gli incidenti piu’ gravi dalla rivolta tibetana della primavera dell’anno scorso e tra i più gravi ad essersi mai verificati nel Xinjiang, una regione desertica e montuosa ricca di risorse naturali nel nordovest della Cina. Secondo una serie di testimonianze convergenti, i disordini sono scoppiati quando le forze di sicurezza cinesi sono intervenute per disperdere una manifestazione di almeno un migliaio di persone che chiedevano un’ indagine approfondita su un episodio verificatosi il 26 giugno nel Guangdong, la provincia industrializzata del sud della Cina dove lavorano decine di migliaia di immigrati provenienti da tutto il paese, inclusi migliaia di uighuri provenienti dal Xinjiang.

Nell’episodio – che secondo la stessa stampa cinese è stato innescato da voci poi rivelatesi false – decine di operai cinesi di etnia ‘han’ hanno attaccato un dormitorio di operai uighuri, uccidendone almeno due. Nessuno è stato arrestato per gli omicidi. “Le autorità cinesi dovrebbero ammettere – ha scritto ancora Rebiya Kadeer nella dichiarazione diffusa dal Congresso Mondiale degli Uighuri – che la pacifica protesta è stata innescata dall’illegale attacco di teppisti che hanno picchiato e ucciso dei lavoratori uighuri in una fabbrica di giocattoli nel Guangdong. Il loro fallimento nell’intraprendere una qualsiasi azione per punire i teppisti cinesi responsabili dei brutali omicidi è la vera causa di questa protesta”.

Rebiya Kadeer è un’imprenditrice di quasi 70 anni che vive in esilio dal 2005 dopo aver trascorso sei anni in prigione, accusata di aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato. La televisione cinese, Cctv, ha diffuso in serata delle immagini nelle quali si vedono giovani uighuri che, a Urumqi, distruggono automobili, tirano pietre contro un bersaglio non visibile, e danno l’ assalto ad un autobus. Molti cinesi vengono intervistati, alcuni dei quali sanguinanti in seguito agli attacchi subiti dagli uighuri. Non sono state ancora fornite indicazioni sull’etnia di coloro che sono deceduti.

Secondo una fonte del Congresso Mondiale degli Uighuri 70 persone, tutte di etnia uighura, sono state circondate e uccise dagli agenti cinesi nel quartiere di Nemmen, uno di quelli nei quali si sono verificate le proteste. L’agenzia Nuova Cina cita varie testimonianze di cinesi, alcuni dei quali affermano di essere stati aggrediti dalla folla. L’agenzia cita anche il direttore dell’ Ospedale del Popolo secondo il quale su 291 persone ricoverate in seguito alle violenze di ieri, 233 erano di etnia cinese ‘han’, 39 di etnia uighura e gli altri appartengono ad altre minoranze etniche che vivono nella regione.
Urumqi, una città di 2,3 milioni di abitanti oltre tremila chilometri a nordovest di Pechino, è la capitale della Regione Autonoma del Xinjiang. Gli uighuri, turcofoni e di religione musulmana, sono gli abitanti originari della regione, che chiamano Turkestan dell’ est, e oggi sono circa il 44 per cento dei 20 milioni di abitanti della regione. Gli immigrati cinesi sono circa il 38 per cento e gli altri appartengono alle minoranze kazhaka, kirghisa e mongola.

Ma il massacro in cina non ferma certamente il business in Italia. Gli affari sono affari e di affari, oggi, il primo ministro cinese ne ha sottoscritti molti. Un totale di 38 accordi del valore complessivo di circa 2 miliardi di dollari e che coprono praticamente tutti i settori dell’economia. Sono queste le intese siglate oggi nel corso del forum Italia-Cina da diverse società e ministeri dei due paesi

Il forum Italia-Cina ha consentito a Fiat di siglare otto accordi per complessivi 625 milioni di dollari. Quello principale, da 400 milioni di dollari, riguarda una joint venture tra il Lingotto e Gac che consentirà al gruppo italiano di produrre veicoli in Cina a partire dal 2011. Gli altri sette accordi, dal valore complessivo di 225 milioni di dollari, coprono praticamente tutto il business del gruppo Fiat, da Powertrain a Ferrari e Maserati fino a Cnh. In particolare, Fiat Powertrain ha siglato una manifestazione d’interesse per una partnership strategica delle imprese di trasporti Chongqing Hengtong Coach e un accordo per la fornitura di motori per Pickup, Suv e Minivan, oltre ad una licenza per la tecnologia del motore F1C Euro4. Ferrari e Maserati hanno chiuso intese per l’acquisto di automobili dei rispettivi marchi e di parti e di accessori per i propri prodotti. Cnh con Harbin New Holland ha stretto un accordo per l’esportazione in Cina per macchinari per frutteti e vigneti. Oltre a questo, il gruppo Fiat Automobili ha raggiunto un accordo con China Auto Caiec per l’esportazione in Cina di automobili con il marchio Fiat.

La parte del leone la fa Fiat , ma tra le società che hanno stretto intese ci sono altri gruppi di primo piano del nostro paese. In particolare, Mediobanca ha stretto un memorandum d’intesa con China Development Bank per sostenere investimenti industriali reciproci di imprese italiane e cinesi; Generali ha siglato un memorandum di intesa e investimento con Guotai Asset management; Ansaldo Breda ha siglato una partnership da 42 milioni di dollari per la commercializzazione sul mercato cinese dei componenti elettrici ed elettronici dei veicoli metropolitani, e per il supporto a Chongqing Rail Transit per lo sviluppo dei programmi di fornitura di veicoli metropolitani. Tra le intese di rilievo anche quella di Pelletteria Manfrin con Shanghai Gracing per la creazione di design e la produzione di accessori di pelletteria. L’accordo ha un valore complessivo di 140 milioni di dollari nell’arco di cinque anni.

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