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CINA, SI RIAPRE IL FRONTE DEGLI UJGURI

di Giuseppe Zaccagni
da www.altrenotizie.org

A Roma Napolitano ricorda al presidente cinese Hu Jintao il problema del rispetto dei diritti umani. Ma nello stesso tempo nella lontana Urumqi, capitale della regione del Xinjiang (con una popolazione di circa 2.100.000), la polizia di Pechino si scaglia contro gli uiguri musulmani scesi in strada per protestare contro le sopraffazioni del governo centrale. I morti sono oltre centocinquanta, gli arrestati circa 1500. La situazione è estremamente tesa e l’intera regione è a rischio di guerra civile. Tutto sta a dimostrare, comunque, che la repressione degli uiguri non è un caso isolato e che la Cina sta divenendo una sorta di polveriera. Soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra il governo centrale e le varie chiese. Ci sono protestanti in carcere e vescovi scomparsi.

E la questione degli uiguri diviene il motivo centrale degli scontri che rientrano tutti nel contesto di una situazione sempre più difficile per un Islam che opera all’interno della Cina. Per Pechino si tratta di “combattere il terrorismo islamico”, ma in realtà l’obiettivo consiste nel colonizzare la regione opprimendo con leggi d’emergenza la popolazione e la sua religiosità.

Gli imam uiguri, intanto, devono presentare al governo ogni venerdì il testo dei loro sermoni; è proibita l’educazione religiosa dei giovani fino ai 18 anni; scuole islamiche e moschee sono distrutte e a favore dello “sviluppo economico” i ragazzi nelle scuole sono obbligati dagli insegnanti a mangiare durante il Ramadan. Fonti diplomatiche ed osservatori, intanto, diffondono notizie relative ad atti di violenza verso le minoranze degli uiguri e dei tibetani che rivendicano solo l’avvio di un normale processo di autonomia.

Ma a questo va aggiunto lo scontento per la crisi economica che coinvolge disoccupati e migranti, evidenziando che la Cina è seduta su una polveriera che può scoppiare da un momento all’altro e anzi sta provocando continue rivolte e scontri con esercito e polizia. Quanto ai fatti di Urumqi va rilevato che la regione interessata – quella dello Xinjiang – è una delle più complesse della Cina, da decenni teatro di tensioni etniche tra la popolazione musulmana e turcofona, principalmente uigura, e l’etnia cinese maggioritaria Han, alla guida del governo regionale.

Oggi, quindi, gli scontri tra uiguri e cinesi sono simili a quelli tra il governo di Pechino e la popolazione del vicino Tibet, eppure l’assenza di una figura di spicco come il Dalai Lama ha negato agli indipendentisti uiguri un riconoscimento internazionale. Ma gli uiguri non si sono mai rassegnati alla dominazione degli Han. Sanno di poter contare sulla ricchezza della loro terra dal momento che lo Xinjiang, è una regione ricca di petrolio e di gas naturale e che gli indipendentisti chiamano “Turkestan orientale” o “Uighuristan”. Ed è questa la più grande delle regioni amministrative cinesi (1,6 milioni di chilometri). Dei 19 milioni di abitanti, quasi la metà (il 46%) sono uiguri, il 39% sono han (cinesi propriamente detti), il resto appartiene ad altre etnie musulmane, come i kazaki. Gli uiguri sono anche imparentati con altre popolazioni dell’Asia centrale e con i turchi, un popolo con cui condividono similitudini linguistiche, culturali e religiose.

Per quanto concerne le questioni territoriali e diplomatiche lo Xinjiang ha proclamato la sua indipendenza per due volte, negli anni Trenta e a metà degli anni Quaranta, assumendo il nome di Turkestan orientale indipendente. Poi le continue tensioni con Pechino hanno portato a diversi scontri, come quelli del 1990 a Barem, in cui morirono oltre 50 persone, o dello scorso 2008, quando il Paese si stava preparando alle Olimpiadi. In quell’occasione, secondo il governo cinese, due persone lanciarono una granata contro il confine della città turistica di Kashgar, causando 16 morti.

Ora risulta evidente che la Cina tiene continuamente sotto torchio i movimenti indipendentisti che reclamano l’indipendenza della regione, tra cui il Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim), che secondo Pechino è collegato ad Al Qaeda e all’attentato delle Torri gemelle a New York. Ma la popolazione uigura in esilio ha una visione diversa del conflitto: alcuni attivisti come Rebiya Kadeer (esiliata in Europa e candidata varie volte al Nobel per la Pace) accusano Pechino di utilizzare la scusa della “lotta al terrorismo internazionale” per reprimere gli uiguri e le altre popolazioni musulmane, utilizzando metodi poco ortodossi: arresti ingiustificati, chiusura dei confini e applicazione della pena di morte. Tutto, infine, sta a dimostrare che la Cina – approfittando del fatto che le sue strutture economiche e sociali sono radicalmente cambiate – punta ora ad annullare, con precisi processi repressivi, l’identità culturale uigura.

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