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IRAN: IL LINGUAGGIO DELLA RIVOLUZIONE

di Eugenio Roscini Vitali

Sono passati trent’anni dai giorni di piazza Djaleh, trent’anni da quando la polizia dello Shah ha colpito i manifestanti e ha represso nel sangue la protesta del popolo iraniano. Una rivolta inarrestabile che si sarebbe presto trasformata in Rivoluzione e che avrebbe rovesciato una dinastia serva delle grandi potenze e cacciato la sua polizia segreta, assassina e sanguinaria. Sono passati trent’anni da quando i giovani di Teheran hanno deciso di dare vita ad un sogno che avrebbe dovuto trasformare la millenaria monarchia persiana in una Repubblica fatta di giustizia, speranza e rivincita; un progetto che si è invece trasformato in una teocrazia opprimente e viscerale e di cui oggi i loro stessi figli sono vittime. Violenza, torture, arresti e condanne esemplari che ora, come allora, tornano a riproporci lo stesso linguaggio e lo stesso stile usati in quegli anni. Una frattura totale, che coinvolge la “vecchia” e la “nuova” generazione, divise trasversalmente da profonde differenze ideologiche e da una sostanziale capacità di vedere la vita.

Le manifestazioni di piazza che hanno fatto seguito alle elezioni presidenziali ne sono una prova tangibile, la chiara dimostrazione che il sistema nato nel 1979 è ormai in forte crisi e che lo scontro va al di là dello scippo elettorale denunciato da Mir Hossein Mussavi; è la nascita di un movimento che mette in discussione la politica radicale di un regime che usa il pensiero khomeinista per soffocare il futuro di un Paese.

L’esperienza ci dimostra che nei sistemi totalitari, per chi non rientra negli schemi, la vita non è facile. E’ infatti nella natura dei governi autoritari rispondere alle proteste dell’opposizione in modo violento, strumentalizzando ideologicamente il dissenso e cercando di giustificare ogni forma di repressione con motivazioni legate al rischio di trame eversive e attacchi all’unità nazionale. E viste le richieste degli ultraortodossi di processare i leader dell’opposizione di piazza e le dichiarazioni post-elettorali che riecheggiano nelle piazza di Teheran, è così anche in Iran: da una parte il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad rilancia la teoria del grande complotto internazionale ordito contro la Repubblica islamica; dall’altra l’Ayatollah Ali Khamenei esorta alla calma e spiazza l’opposizione definendo le manifestazioni di piazza un attacco alla democrazia.

Una fatwa politica che avvicina ancora di più le due anime del regime, il clero khomeinista e i conservatori radicali, custodi della memoria del martirio e del sacrificio collettivo, ma rompe definitivamente i ponti con le nuove generazioni, con gli intellettuali e con alcuni gruppi religiosi riformisti che non riconoscono la validità di un voto inficiato dai brogli. Una voce modesta quest’ultima, ma significativa; una la sfida all’establishment religioso maturata all’interno dell’Associazione degli insegnanti e dei ricercatori del seminario della città di Qom, dove viene denunciata la repressione violenta e sanguinosa della polizia e della milizia, l’uccisione di decine di studenti e l’arresto illegale di centinaia di persone: 1032 secondo il capo della polizia iraniana, 2000 secondo la Federazione internazionale per i diritti umani che parla anche del fermo di personalità della cultura, professori e giornalisti.

Alle dichiarazioni degli esponenti religiosi riformisti si aggiunge anche la voce di personalità di rilievo, a cominciare capo dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per gli interessi dello Stato, l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, pragmatico moderato che, pur negando l’esistenza di una lotta di potere, lamenta una situazione “amara” e ricorda che per mantenere l’unità della Repubblica islamica occorre comunque “rispettare i diritti di tutti i cittadini”. Rafsanjani però non si smentisce e continua con il linguaggio criptato degli Ayatollah: parla di manifestazioni come di “un complotto tessuto da elementi sospetti” e del tentativo di “creare una spaccatura tra la popolazione e le istituzioni”. Una presa di posizione che in un certo senso punta a delegittimare la figura della Guida suprema (non in grado di controllare gli eventi) ma che va comunque a sostegno della linea politica di un altro ex presidente, il leader storico dei riformisti iraniani, Seyyed Mohammad Khatami, che senza mezzi termini definisce la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad un “golpe di velluto contro il popolo e la democrazia”.

Per cercare di attenuare il contraccolpo mediatico che sta frantumando l’immagine della Rivoluzione, le autorità hanno deciso di allentare il freno ed hanno ordinando il rilascio di numerosi prigionieri, compreso Iason Athanasiadis-Foden, il giornalista del quotidiano Washington Times che era stato arrestato il 23 giugno scorso, e uno dei due dipendenti dell’ambasciata britannica a Teheran. Ma questo ferma certo la protesta che continua a cavalcare una rete sempre più determinante nei rapporti di forza. Dal suo sito internet il candidato “sconfitto” chiede la liberazione di tutti i figli della Rivoluzione e pubblica un rapporto di 25 pagine su quelli che denuncia come i “brogli” avvenuti durante la consultazione che ha portato alla rielezione di Ahmadinejad. Lo accusa di avere finanziato la sua campagna elettorale utilizzando i soldi dello Stato e di avere distribuito denaro tra gli elettori spacciandolo come “un’azione per la giustizia”.

Sul blog iraniano Revolutionary Road si parla di ira del regime, di sevizie e torture, di bastoni, elettrodi ed abusi sessuali, di riscatti pagati per la liberazione dei prigionieri, di dissidenti del regime barbaramente neutralizzati e di Arash Hejazi, il medico che tentò di soccorrere Neda Aga Soltan, la studentessa morta il 20 giugno durante gli scontri di Teheran tra manifestanti e polizia e diventata simbolo della rivolta anti-governativa. Anche se fuggito a Londra, Hejazi sarebbe stato messo sotto inchiesta dal Ministero dell’Intelligence per le dichiarazioni mendaci che avrebbero alzato un inutile polverone su una vicenda che non sarebbe altro che “una messa in scena che non ha nulla a che fare con i disordini”, uno scenario ordito da alcuni traditori della Patria per infangare la reputazione della Repubblica Islamica e le forze di polizia.

E’ opinione comune che l’attuale leadership iraniana stia percorrendo la stessa strada già percorsa da tutti quei regimi che hanno cercato la loro legittimazione attraverso l’utilizzo di mezzi illegittimi, un sentiero che porta alla loro stessa scomparsa ma che lascia tracce indelebili: ascesa al potere grazie al sacrificio del popolo; stabilizzazione del Paese attraverso un meccanismo di vigilanza; difesa dell’ordine e repressione di ogni forma di dissenso. E’ questa la fase a cui stiamo assistendo, la più dura e dolorosa, quella sfianca i tiranni e che porta alla democrazia e alla libertà. Quella del sacrificio. Poi, forse, la luc

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