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Benvenuti in Afpak

di Emanuele Giordana
da Carta settimanale n. 22, 19 giugno 2009

Anche Osama bin Laden ha smesso di fare notizia. Giovedi scorso [11 giugno, ndr] il direttore della Cia Leon Panetta ha detto a un gruppo di reporter che bin Laden è ancora vivo e si nasconde in Pakistan. E che l’intelligence americana ha ormai una rete che dovrebbe consentirle la pesca miracolosa. Ma la notizia, che in altri tempi avrebbe «bucato il video», è finita relegata in qualche nota d’agenzia. Persino lo sceicco del terrore ha stancato. Panetta deve essere tra i pochi che ancora ci crede. O forse, aggiungerebbero i maligni, poiché Al Qaeda appare come l’unica vera ragione dell’impegno in Pakistan-Afghanistan degli Usa – che se ne vorrebbero in realtà andare in fretta – Panetta tiene vivo un fantasma che giustifica l’impiego di alcune migliaia di milioni di dollari l’anno.
Saranno infatti Afghanistan e Pakistan a far la parte del leone rispetto ai 91,3 miliardi di dollari autorizzati dal Congresso in maggio per sostenere la spesa militare e diplomatica in Iraq e nell’AfPak, l’acronimo che individua la regione della guerra tra Kabul e Islamabad. Anche questa notizia, però, è stata accolta con disattenzione. Come la spesa di noi italiani, cui la guerra costa circa un milione di euro al giorno. Briciole, rispetto all’impegno statunitense, ma pur sempre una discreta sommetta. Questa spesa, come la guerra, occupati come siamo da ben altre incombenze, viene seguita con ancor maggiore indifferenza che in America. Siamo in Afghanistan senza sapere bene perché, né cosa ci stiamo facendo. Ce ne accorgiamo solo quando un soldato viene ferito. Gli afghani, come bin Laden, il video lo bucano sempre di meno.

Inevitabilmente, le spese dell’esercito italiano aumenteranno a probabile discapito dell’investimento in cooperazione civile, già ridotto rispetto all’anno precedente e che stava per rischiare, con l’ennesimo decreto legge, di esser deprivato di ulteriori 90 milioni per la cooperazione civile tradizionalmente contenuti nel decreto missioni [che a febbraio autorizzava la spesa per sei mesi di tutte le nostre missioni all’estero]. Miracolosamente recuperati sul filo di lana. La spesa militare aumenterà semplicemente perché l’impiego delle nostre truppe si sta sempre più spostando sul terreno delle guerra e senza che ci sia più bisogno di nasconderlo. Più impegno sul terreno significa più necessità finanziarie, senza contare che l’invio di altri 400 soldati, benché per il solo periodo delle elezioni presidenziali di agosto, farà pendere ancora di più la bilancia sulla spesa militare.

Chissà che l’aumento delle spese non sia l’unico motivo che possa spingere i cittadini italiani a chiedere al governo «che ci facciamo lì»? Che i nostri soldati siano sempre più impegnati sul terreno lo si evince dalla cronaca che, quando produce feriti, è obbligata a uscire dalle nebbie che solitamente avvolgono l’attività di bersaglieri, parà e alpini in Afghanistan.

Alcuni degli ultimi episodi sono rivelatori del cambio di passo: tre paracadutisti vengono feriti in una vera e propria battaglia nell’area di Farah. La ricostruzione del ministero della difesa racconta di un primo attacco a una pattuglia mista di militari italiani e afghani avvenuto durante la notte tra mercoledì 10 e giovedì 11 giugno. Nella mattinata di giovedì, il copione si ripete con un «agguato», dicono alla difesa, meticolosamente preparato in modo da colpire le unità italiane «al termine di una attività di rastrellamento». Appena il giorno prima, mercoledì, un’altra battaglia era stata combattuta, questa volta nella parte settentrionale della regione Ovest, a Bala Morgab: due elicotteri d’attacco Mangusta colpiti, anche se non ci sono stati feriti [tra gli italiani]. Guerra, insomma. Sul fronte Nord e su quello Sud rispetto al quartier generale di Herat, dove ha sede il comando regionale della Nato/Isaf, sotto mandato italiano. Cosa è cambiato?

L’Italia muscolare del Cavaliere

Nulla, a leggere il saggio di Gianandrea Gaiani «Iraq-Afghanistan. Guerre di pace italiane». Il direttore del webmagazine Analisi Difesa è stato uno dei pochi giornalisti italiani a documentare le battaglie «nascoste» dei nostri contingenti impegnati in Afghanistan. Da anni. Con operativi di supporto o di attacco più o meno diretto. Dunque si è sempre combattuto. Anche durante il governo Prodi. Ma una differenza adesso c’è. Anzi due.

La prima è di carattere puramente militare. L’area è che infiltrazione talebana [o comunque guerrigliera] è aumentata rispetto alle aree tradizionali. Il contagio si è allargato in molte zone dell’Afghanistan occidentale, anche se il fenomeno resta largamente inferiore rispetto al Sud o all’Est del paese o anche rispetto ad alcune aree centrali dove il controllo talebano si è andato rafforzando. Infine, il paesaggio criminale locale [dopo trent’anni di guerra], alimentato dal contrabbando con l’Iran e dalla nuova lucrosa attività del commercio di stupefacenti, si è probabilmente molto allargato. Sono spesso bande criminali, a tirare razzi intimidatori verso le caserme italiane. Un modo per dire – ci spiega un ufficiale – «per un po’ lasciate stare quest’area».

La seconda è di carattere ideologico: il governo muscolare del Cavaliere e un dicastero della difesa retto da un uomo col mito della mimetica, abito in cui ama essere ripreso, fanno di Berlusconi e di La Russa i due paladini della svolta militarista italiana. Non che al premier sembri importar molto l’andamento della guerra, occupato com’è sul fronte interno, ma è anche vero che Berlusconi sembra dar più retta a La Russa che a Frattini. Per La Russa la guerra appare un’ineludibile esibizione di maschia giovinezza italica. Il riscatto da anni sospirato dalla destra che amava l’orbace e ora è obbligata al blazer. Né dall’uno né dall’altro, però, è mai arrivata un’analisi politica sulla palude afghana né una proposta convincente e non demagogica sulla presenza italiana nel paese.

Cosa pensano i militari

Le due ipotesi interpretative si possono sommare alle spiegazioni del generale Marco Bertolini, capo di Stato maggiore di Isaf e militare italiano più alto in grado tra i comandanti dell’Alleanza in Afghanistan. Bertolini sostiene che gli italiani si sono impegnati «a tutto campo soprattutto nel garantire la libertà di movimento ai locali», in stretto collegamento con polizia ed esercito afghani «per aprire vie di comunicazione finora interdette, in aree sotto il controllo dell’insorgenza». Ma c’è forse anche altro.

Il comando regionale italiano di Herat è ufficialmente incaricato di coordinare le operazioni militari nell’area ed effettivamente ha mandato per farlo sulle truppe della Nato [spagnoli soprattutto, albanesi, sloveni e altri schierati nell’area col nostro contingente]. Nulla può su quanto fanno gli americani, che provocano non pochi imbarazzi e sfuggono a ogni controllo. Imbarazzi tali che, ufficialmente, gli americani non sarebbero nemmeno presenti nella base Nato di Camp Arena a Herat, anche se basta passarci di fianco per notare l’andirivieni di uomini e mezzi a stelle e strisce.

Tra i tanti problemi di una guerra che si trascina, proprio gli americani sono uno dei grandi interrogativi, nonostante ufficialmente essi restino i primi, rispettati partner del ricco piatto militare afghano. Ma – al di là della promessa Obama – sono stati gli americani che, nell’agosto dell’anno scorso e nel maggio di quest’anno, hanno messo a segno due stragi, effettuate con bombe da una tonnellata e veri e propri raid a tappeto. Con un bilancio rispettivamente di 90 e 140 vittime civili [numeri che gli Usa contestano].

Il gioco della responsabilità indiretta

Il fatto è che sia il distretto di Bala Bolok, teatro della strage di maggio, che quello di Shindand, teatro di quella di agosto, sono nell

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