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Giaffa – Comitato popolare contro la demolizione delle case

di Luca Mazzucato
da www.altrenotizie.org

Nel cuore della capitale israeliana, il quartiere un tempo palestinese di Giaffa sta subendo una rapida trasformazione. Famiglie palestinesi vengono sfrattate e le loro case demolite, per far posto a lussuosi residence per ebrei. E persino ad un nucleo di coloni estremisti provenienti dagli insediamenti smantellati a Gaza nel 2005. Ne parliamo con Gen, un’attivista di origine canadese, che insieme al marito Fadi Shbaytah fa parte del Comitato Popolare contro la demolizione delle case di Giaffa. Di origine canadese, Gen abita a Giaffa da molti anni. Ci accoglie nella sede del Comitato, dove un gruppo indaffarato di palestinesi ed ebrei stanno dando aiuto legale alle famiglie povere del quartiere, minacciate di sfratto.

Di cosa si occupa il “Comitato popolare contro la demolizione delle case”?
Si tratta di un’associazione non ufficiale, fondata nel Marzo 2007, quando alcuni avvocati di Giaffa fecero circolare la voce che delle famiglie palestinesi-israeliane stavano per essere sfrattate e le loro case demolite. Ci opponiamo fisicamente alla demolizione delle case e prestiamo assistenza legale alle famiglie coinvolte. Più in generale, cerchiamo di sensibilizzare i residenti riguardo al problema della casa e della gentrificazione strisciante in atto a Giaffa.

C’è una base legale per la demolizione delle case?
La situazione attuale risale direttamente alla nakba, alla fondazione dello stato d’Israele e alla tragedia dei profughi. Prima del ’48, circa centomila palestinesi vivevano a Giaffa: era la metropoli della Palestina, il suo centro culturale. Dopo la pulizia etnica del ’48, solo tremila palestinesi restarono. I più ricchi scapparono prima, chi rimase erano i più poveri, che vennero concentrati nel quartiere Ajami, in un campo militare circondato da filo spinato, fino al ’52 (ma nel resto d’Israele i palestinesi restarono sotto coprifuoco militare fino al ’66). Il governo israeliano passò la “legge sulla proprietà degli assenti,” in sostanza, se possiedi una proprietà, ma la lasci vacante, lo stato la nazionalizza. In questo modo, al 99% dei palestinesi fu di fatto rubata la casa: persino chi restò in Israele, rinchiuso nelle zone sotto coprifuoco militare, si trovava distante dalla propria casa, e ne perdeva il diritto di proprietà. Nei piccoli villaggi arabi, a volte i palestinesi conservarono la propria terra, ma nelle città persero tutto.

Come fecero i palestinesi a trovare una casa, una volta finito il coprifuoco militare?
In seguito il governo approvò la “legge di protezione dei residenti,” in cui assegnò le case sorte su terra nazionalizzata all’agenzia statale Amidar, che le rilasciava in concessione per un massimo di due generazioni. I palestinesi a Giaffa vivono per la maggior parte in case dell’Amidar, sotto questo tipo di contratto, pagando un affitto simbolico di cinquanta shekel al mese. Dal punto di vista fiscale è come se fossero proprietari, ma la casa appartiene all’Amidar.

Quando sono cominciate le demolizioni?
Sin dagli anni sessanta, l’amministrazione di Tel Aviv attuò il piano pinui-binui, ovvero evacuazione-demolizione-ricostruzione, con cui venivano abbattute vecchie case arabe, in totale circa 3200. Le demolizioni sono sempre accadute, ma la parte di ricostruzione non è mai partita. In quanto quartiere arabo, Giaffa infatti è sempre stata ufficialmente un’area congelata dal punto di vista urbanistico, dove è vietata qualsiasi costruzione: è persino vietato l’ampliamento delle case esistenti. Ma per assecondare la crescita delle famiglie, quasi tutti i palestinesi hanno ampliato le proprie case (di proprietà dell’Amidar) in maniera abusiva, per far posto ai figli, ai nipoti e così via. Dunque, dal punto di vista strettamente legale, la maggior parte delle famiglie palestinesi sono colpevoli di abusi edilizi. E questo è il cavallo di troia che l’Amidar utilizza per avviare la pulizia etnica.

Qual è stata la prima causa di cui vi siete occupati?
Nel Marzo 2007, un gruppo di avvocati palestinesi di Giaffa inizia a parlare di un totale di cinquecento famiglie minacciate di sfratto e demolizione: tutti casi di “residenti protetti,” le cui case sono di proprietà dell’Amidar. Ricordo che era un mercoledì, la famiglia Saba aveva appena ricevuto l’ordine di demolizione per la domenica successiva, per via di un abuso edilizio: il quartiere si organizzò spontaneamente e un avvocato presentò un appello per bloccare la demolizione, ma siccome gli uffici chiudevano per il weekend, decidemmo insieme ad una quarantina di attivisti di dormire tutti nella casa, ebrei e palestinesi insieme. La ditta arrivò la domenica per la demolizione, ma non poté eseguirla quel giorno, poi vincemmo l’appello in tribunale e l’ordine di demolizione venne cancellato. La famiglia Saba vive ancora nella casa. Da quell’episodio ci organizzammo nel Comitato popolare, per bloccare fisicamente le demolizioni e creare consapevolezza di questo problema nei residenti di Giaffa.

Le demolizioni avvengono solo a Giaffa o anche nel resto del paese?
Lo stesso accade in tutte le città miste, a Ramle, a Lod, ad Haifa, ma qui a Giaffa la situazione è drammatica. È un tipico caso di gentrificazione, solo che qui diventa pulizia etnica a tutti gli effetti. Negli ultimi cinque anni, il prezzo degli immobili a Giaffa ha cominciato a salire alle stelle, una vera e propria bolla immobiliare. Siccome il prezzo delle case aumenta, il comune di Tel Aviv ha da poco aperto gli investimenti nelle infrastrutture e tolto il blocco sulle costruzioni. Molti ricchi ebrei si stanno trasferendo qui dal resto della città, è diventato il nuovo “quartiere alla moda” di Tel Aviv. L’agenzia Amidar ha fiutato l’affare e ha cominciato a vendere a prezzi di mercato, dunque altissimi, le proprietà nazionalizzate per costruire residence di lusso. Si tratta di pulizia etnica legale: i poveri palestinesi sono cacciati via dai ricchi ebrei.

Vengono sfrattati solo palestinesi o anche ebrei poveri?
Anche ebrei, ma loro ottengono denaro in cambio. Nel villaggio di Kfar Shalem, una comunità di ebrei yemeniti che abitava in case dell’Amidar ha subito la stessa sorte. L’agenzia li ha costretti ad andarsene, però hanno raggiunto un accordo monetario. I palestinesi vengono cacciati senza troppi riguardi e né rimborsi.

Quali sono le richieste del Comitato popolare all’amministrazione di Tel Aviv?
Per prima cosa, chiediamo che l’Amidar condoni tutti i casi di abusi edilizi, visto che sono stati commessi negli anni a causa del blocco totale sulle costruzioni. Poi chiediamo che nel caso di vendita a privati delle case di proprietà pubblica, venga data l’opzione a chi ci abita di acquistare la casa con uno sconto significativo. Agli attuali prezzi di mercato, soltanto gli speculatori possono permettersi i terreni. I prezzi sono così elevati che anche se i palestinesi volessero riscattare la propria casa, non potrebbero nemmeno ottenere un mutuo dalla banca. L’amministrazione deve venire incontro alle centinaia di famiglie in questa situazione. Il problema delle case a Tel Aviv è drammatico: alle recenti elezioni, la coalizione di sinistra comunista “Città per tutti” ha ottenuto il 37%, facendosi portavoce del disagio abitativo. Un gruppo di celebri architetti, dopo un anno di ricerche a cui abbiamo collaborato attivamente come Comitato, ha appena presentato il progetto Bimkom, ovvero un piano urbano alternativo per l’intera città che risolva questo problema.

Lo spostamento della popolazione palestinese a favore di quella ebraica è simile al fenomeno degli insediamenti in West Bank, si tratta di un nuovo tipo di colonizzazione?
In realtà la situazione a Giaffa sta peggiorando: oltre alla pressione dell’economia di mercato per espellere i palestinesi, ora sono arrivati anche i vericoloni. Dal 2005, dopo il r
itiro da Gaza, i coloni si sono organizzati nel Movimento Ebraico Sionista Nazionale, un gruppo collettivo di acquisto di proprietà in zone demograficamente a maggioranza palestinese. Il gruppo è ideologicamente motivato: si chiama Bemuna, fede. Nelle città miste, come Giaffa, arrivano e stabiliscono un garin, un nucleo abitativo, per studiare la Torah e fondare il Movimento Giovanile. Infiltrano soprattutto comunità ebraiche povere, a Giaffa sono già una cinquantina di coloni che fanno proseliti tra gli ebrei, cominciano con servizi sociali, poi quando hanno guadagnato la fiducia del quartiere iniziano a parlare della minaccia demografica e della necessità di espellere gli arabi, che sono pericolosi. È così che sono scoppiati i recenti scontri ad Acco: con il movimento dei coloni che ha fomentato l’odio razziale nei quartieri misti dove vivono gli ebrei più poveri.

Ci sono coloni estremisti anche a Giaffa?
Un grande lotto di sessanta unità abitative è stato messo all’asta dall’Amidar in due tronconi e all’asta pubblica il gruppo di coloni Bemuna ha partecipato con un’offerta per venti case. Il Comitato si è mobilitato per trovare un gruppo di facoltosi palestinesi per fare un’offerta migliore, ma alla fine Bemuna ha incassato l’affare: per questo siamo sicuri che hanno pagato mazzette per aggiudicarsi la terra. Abbiamo scritto al sindaco, chiedendo che destinasse almeno le restanti quaranta unità all’edilizia popolare e il sindaco ha chiesto ed ottenuto da Amidar questa destinazione. Come gruppo di residenti, abbiamo poi fatto causa all’Amidar per bloccare la vendita delle altre venti unità al gruppo di estrema destra, perché esplicitamente razzista: Bemuna infatti ha dichiarato che venderà le case soltanto ad ebrei. Purtroppo abbiamo perso la causa. Dunque la comunità di coloni sta creando la sua roccaforte nel cuore di Giaffa.

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